Non è un mestiere per giovani…

Non è un mestiere per giovani…

Il femminone esagerato che è in me gongola, sia chiaro, ma quel barlume di lucidità rimasta proprio non riesce a farsi gli affari suoi. E mi tocca dargli ragione quando suggerisce che qualcosa evidentemente non funziona, se alle soglie dei quarant’anni (io di qua, lui di là, gne gne gne) ancora ci chiamano “i ragazzi”, a me e al socio etrusco.

Rughe, occhiaie e panze dicono immediatamente che no, non ce li portiamo bene i nostri anta. Il punto è dunque un altro: il ricambio generazionale e professionale nell’universo eno-giornalistico è un tantinello lento e difficoltoso. Bella scoperta, direte voi, parliamo di una zavorra endemica degli ingranaggi italici. Eppure sono convinto che non tutto sia riconducibile ai massimi sistemi, perché alcuni ritardi sono una precisa prerogativa del settore che abbiamo scelto per il nostro lavoro da un quindicennio.

Io e Antonio apparteniamo per molti versi all’ultima generazione che ha avuto a disposizione una chance di concretizzare il proprio percorso di studi in un ambito professionale coerente e consequenziale. Laurea umanistica, master giornalistico, stage, prime prove di collaborazione, ampliamento degli incarichi. Già qualcosa di sostanzialmente diverso da quello che avevamo immaginato da bambini, tipo un periodo di apprendistato con prospettive di stabilità contrattuale ed economica; ma a suo modo un percorso sostenibile per chi avesse voluto trasformare la passione del vino in impegno a tempo pieno. Una possibilità di fatto negata a quelli venuti subito dopo di noi, salvo rarissime eccezioni.

Il corto circuito è tutto qua, come ben sottolinea l’amico Mauro Erro nel suo ultimo post, che consiglio vivamente di recuperare a chi se lo fosse perso (link). Da una parte si discute quasi quotidianamente sui molteplici punti deboli di un sistema comunicativo incapace di rinnovarsi. Nelle proposte editoriali e nel linguaggio, ma soprattutto nelle modalità di (ri)appropriazione di indipendenza e credibilità. Dall’altra ci si illude che questo rilancio possa realizzarsi in maniera efficace praticamente solo con gente di 40-70 anni. Prescindendo da talento ed esperienza, che non possono sempre compensare il gap fisiologico che si crea con chi è nato e cresciuto in tutt’altro contesto socio-economico, formativo e lavorativo. Nuove tecnologie, nuove fruizioni, nuovi media: non semplici cambiamenti in molti casi, ma vere e proprie rivoluzioni, che costringono ad una continua ri-alfabetizzazione cognitiva e funzionale.

paperino

Sono processi antichi come la storia umana, ma è la rapidità esponenziale con cui questi mutamenti oggi si susseguono, a fare tutta la differenza del mondo. Servirebbero più che mai forze fresche da liberare in un settore già per sua natura conservatore, abituato ai tempi lunghi della campagna e della cantina. C’è bisogno come il pane di ventenni appassionati di vino, curiosi e determinati, a cui affidare pezzi importanti della narrazione e della proposta critica. Perché il futuro della filiera passa anche da qui, da un fronte interno dinamico e consapevole, pronto a raccogliere le sfide della modernità e a confrontarsi autorevolmente a livello globale.

I fatti dicono che sta accadendo esattamente il contrario: il comparto enoico italiano ed europeo cede progressivamente pezzetti di “sovranità” all’export, e relativi canali di promozione, specialmente nelle aree di influenza anglosassone. Una colonizzazione di fatto, come più volte abbiamo provato ad inquadrarla tra queste pagine, tanto inevitabile quanto rischiosa nel lungo periodo, non solo per le sorti di quattro scribacchini bevitori. Un sistema editoriale che si autocondanna all’irrilevanza, come quello del Bel Paese, espone totalmente il mondo della produzione agli umori di mercati solo marginalmente conosciuti, e spesso imprevedibili. Con conseguenze che già in passato hanno avuto modo di manifestarsi nell’identità culturale e colturale di tanti territori, tra accelerazioni schizofreniche e improvvisi dietrofront.

Map_of_the_World_Colonization

Non mi pare un problema da poco se in Italia si beve sempre meno vino, ma non meno alcol. Né credo si possa gioire per il fatto che i “giovani” rappresentino una quota a tutti gli effetti marginale dell’insieme dei consumatori, composto perlopiù da maschi benestanti di mezza età. Dubito fortemente, tuttavia, che i cinquantenni di domani potranno rimpiazzare quelli di oggi per volumi assorbiti e valore generato: non accade per magia, non c’è nemmeno da sperarlo se viene a mancare un reale progetto di coinvolgimento e fidelizzazione a lungo termine. Delle due l’una, o questo tipo di investimento non è in agenda, oppure vuol dire che i tentativi fatti finora sono fallimentari. Vale forse la pena di considerare seriamente le ragioni per le quali il vino sia sempre più superato in appeal da altre bevande alcoliche presso i ventenni. Come mai le parole che dovrebbero avvicinarli si rivelano a conti fatti respingenti? Dal mio punto di vista ciò si verifica anche in virtù di quel gap generazionale e comunicativo da cui siamo partiti.

Stando così le cose, è perfettamente normale che ci sia una carenza di offerta giornalistica specializzata tra i neo-laureati degli anni ’10. Come specularmente si assottiglia fino a scomparire la domanda: si contano sulle dita di una mano, infatti, le strutture editoriali che possono permettersi nuovi collaboratori a tempo pieno e ancora meno sono quelle che riescono a sostenere una qualche forma di redazione. Sembra archiviato per sempre il concetto stesso di “scuola”, di luogo in cui si lavora e contestualmente si impara un mestiere, crescendo, migliorando, mettendosi alla prova. Ed è qui che casca l’asino: per chi assaggia vino i corsi di aggiornamento si chiamano viaggi e il materiale didattico è fatto di bottiglie da comprare e stappare. Quindi: spese. Tante spese. Che solo in minima parte è possibile recuperare dalle collaborazioni giornalistiche a partita iva. Ed obbligano ovviamente a cercare introiti aggiuntivi in altri ambiti, magari complementari ma comunque sostanzialmente diversi, limitando giocoforza le chance di approfondire, verificare il pregresso, curare la qualità di scrittura. Rendendo di fatto impossibile dribblare contiguità che una volta sarebbero stati catalogate senza discussioni tra i “conflitti di interesse”.

Ma il sottotesto che mi spaventa di più, in ultima analisi, è un altro. In un futuro molto vicino sarà il conto in banca, più che la carta di identità, a determinare chi può esercitare la professione enogiornalistica. Anzi: l’hobby. Perché di questo si tratta quando alla tale attività dedichi ritagli di tempo o puoi permetterti di non ricavarne utili. Non potrà che amplificarsi ulteriormente la dimensione elitaria della comunicazione enoica, altro che recupero delle sue radici popolari. Con buona pace di Soldati e compagnia. Il vino come lusso, in tutto e per tutto. Di comprarlo, di berlo, di raccontarlo. Vecchi o giovani. Professionisti o amatori. Ibridi o hobbysti.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.