Amici ma soprattutto amiche di tipicamente, ben ritrovati. Se siete malati di Borgogna, c’è una probabilità su un milione che non conosciate la persona che ha reso possibile questo post.
Come si dice in questi casi, Giancarlo Marino non ha bisogno di presentazioni e se indugio qualche riga su di lui è solo perché non ci si abitua mai alla bellezza di certi incontri. Ed è un preciso dovere giornalistico rendere conto di quella capacità, più unica che rara, di mettere a disposizione di tanti appassionati la sua sterminata conoscenza della Cote d’Or, coltivata in oltre vent’anni di viaggi, ricognizione e scoperte. Un patrimonio formativo pari soltanto alla generosità de “l’avvocato” e del “magister Burgundiae”, come lo chiamano i numerosi allievi: a casa sua si svolge annualmente una delle più significative orizzontali dell’ultima vendemmia commercializzata in Borgogna. Un appuntamento che già solo per l’ospitalità e la compagnia vale un’enciclopedia in 10 tomi di grazie al romanista Giancarlo.
Questa volta c’era da misurare la febbre ai 2012, millesimo per molti versi “strano” ma sicuramente valido per i rossi della Cote d’Or (un po’ meno per i bianchi, mi sembra, ma ho ancora pochi assaggi). L’ennesima vendemmia quantitativamente scarsa dell’ultimo decennio, funestata da grandinate ed acquazzoni estivi, che ha comportato in alcune zone perdite di produzione vicine al 50% (da Lafarge, a Volnay, addirittura l’80%). Ciononostante, è stata presentata fin da subito come annata ricca e composita, per effetto di un’estate comunque calda e un inizio di autunno meteorologicamente favorevole. Profilo in larga parte confermato dai primi assaggi in cantina e dalle recenti stappature dei campioni definitivi. Da Giancarlo ce n’erano ventiquattro, di varie zone e lignaggio, ed è più facile di altre volte restituire le impressioni maturate nella serata.
C’è uno stacco piuttosto netto, innanzitutto, rispetto alla borgognata di un anno fa, quando facemmo fatica ad individuare dei veri fuoriclasse tra i rossi 2011, come raccontato nel post pubblicato sul sito di Enogea (link). Più alta la media, ma più elevate anche le punte: nella 2012 i vini davvero assoluti ci sono eccome, sia nella Côte de Beaune che nella Côte de Nuits, praticamente in ogni villaggio. Con qualche sorpresa: non ricordo di aver mai trovato all’uscita vini di Pommard e Nuits-Saint-Georges così eleganti, accoglienti e rifiniti, come in questa occasione. Thibault Liger-Belair, Chevillon, Chicotot, Voillot, De Courcel, i loro 2012 sembrano molto lontani dagli stereotipi di maschia durezza abitualmente associata a due zone troppo spesso liquidate frettolosamente come “minori”. Appaiono paradossalmente più indietro, al contrario, una serie di interpretazioni provenienti da terroir di solito più espressivi nell’immediato, Chambolle-Musigny e Vosne-Romanée su tutti, mentre convivono letture molto diverse tra i vini di Volnay, Morey-Saint-Denis e Gevrey-Chambertin.
Al netto della comprensibile gioventù, le grandi versioni tengono insieme potenza fruttata e nerbo sapido-verticale, con quell’armonia tipica dei millesimi “caldi ma non troppo”, che sono inclini a dare soddisfazioni nel breve, medio e lungo periodo, senza attraversare necessariamente finestre di mutismo e chiusura. Giocando con le similitudini relative a precedenti vendemmie, mi viene da pensare ad una sorta di anello congiuntivo tra la 2002 (probabilmente superiore) e la 2006 (forse inferiore), proprio per la sua fitta disponibilità, declinata virtuosamente nei migliori climat degli interpreti più talentuosi. Vini bidimensionali, dotati di polpa e fibra, potenzialmente longevi ma forse un gradino sotto ai top 2009 e 2010 per stratificazione e profondità.
Le tradizionali gerarchie territoriali e aziendali appaiono rispettate fedelmente: eccezioni a parte, le riuscite più convincenti sono da cercare tra i grand cru (o premier di prima fascia), mentre a livello di village e 1er c’è maggiore eterogeneità. Anche sulla 2012 è opportuno scegliere con attenzione, insomma, specialmente da parte di chi non apprezza, nemmeno in questa fase, certe esuberanza tostate, abbinate a scodate alcoliche e tannini mordenti. Tratti che si manifestano qua e là, nel momento in cui si esplorano manici e vigne meno reputate, magari alla ricerca di qualche bottiglia approcciabile anche dai comuni mortali.
Vendemmia favorevole o meno, il tasto dolente è infatti sempre lo stesso: i prezzi. Complici le rese a dir poco limitate, i listini sono stati ulteriormente ritoccati verso l’alto e le vecchie centomila lire bastano a malapena per portarsi a casa un medio 1er di domaine non troppo famoso. Servono tanti soldi, senza girarci attorno, per recuperare i migliori vini assaggiati nell’orizzontale e a volte non sono sufficienti nemmeno quelli. Soltanto chi ha a disposizione delle assegnazioni dirette può ancora limitare i danni in qualche modo, mentre i mostri sacri sono definitivamente destinati ad appagare le voglie di bevitori nordamericani e, soprattutto, asiatici.
Considerando reperibilità e costi delle bottiglie segnalate, il promemoria che segue è dunque da pensare come diario emozionale”, più che una lista realmente utile di “consigli per gli acquisti”. Quando la Borgogna si esprime su questi livelli, purtroppo o per fortuna, non ci sono “surrogati” possibili: certe emozioni si incontrano soltanto in quei 40 chilometri di colline benedetti da ogni genere di divinità enoica. Ed è il motivo per cui vale ancora la pena, forse, di fare sacrifici apparentemente insensati per regalarsene qualcuno da godere nei momenti speciali.
Orizzontale Borgogna 2012: tra dieci anni e anche subito (cit.)
Chambolle-Musigny 2012 – Roumier. Village per forma ma non certo per sostanza (e prezzo: servono quasi 100 euro sui mercati secondari, ormai), lo Chambolle di Roumier si conferma un termometro a dir poco affidabile della nuova annata. Parte timido, con una patina boisée che nel bicchiere lascia rapidamente spazio alle erbe, le spezie orientali, i timbri iodati, liberandosi completamente. Il frutto è maturo e vitale, non ci vuole un mago per capire che crescerà molto in bottiglia: ha struttura e scheletro da vino “importante”.
Gevrey-Chambertin V.V. 2012 – Fourrier. I vini di Fourrier sono ormai riconosciuti come riferimenti assoluti in Côte d’Or e lo Gevrey Vecchie Vigne 2012 spiega bene il perché. Vale un po’ il discorso inverso rispetto a Roumier: parte in quarta col lampone, il pepe rosa, gli agrumi, con un accento deliziosamente femminile confermato nel sorso leggiadro, saporito ed energico, poi cala leggermente con l’ossigenazione. Sembra una versione più “pronta” rispetto alle ultime, 2009 e 2010 in testa.
Pommard 1er Cru Les Epenots 2012 – Voillot. Contrariamente ad ogni previsione, è il più espressivo della batteria di Voillot al momento. Tripudio di fiori e sali da bagno, vibra dall’inizio alla fine su atmosfere termali, senza rinunciare al rigore di un tannino infiltrante.
Pommard 1er Cru Clos des Epenots 2012 – De Courcel. Semplicemente uno dei vini della serata: naso aereo e profondo, forza motrice da purosangue, definizione tannica esemplare, persistenza fuori scala. Perfettamente approcciabile anche in questa fase, sono convinto che vivrà a lungo su questo meraviglioso equilibrio.
Richebourg 2012 – Thibault Ligér-Belair. Parte chiuso, anzi, chiusissimo, ma gli basta poco per mettersi in moto e liberare una stoffa fruttata tanto rigogliosa quanto sfaccettata. Più alloro e sottobosco in una bocca di notevole volume e spessore, continuamente allungata da ventate salmastre: livello molto alto.
Chambertin 2012 – Rousseau. I grandi vini, quelli grandi per davvero, lo sono prima, durante e dopo. Parola del professor Rousseau, che affida alla sua etichetta più celebre il compito di spiegare perché è diventata una delle più ricercate (e pagate) del pianeta. Poutpourri, scorza d’arancia, erbe da cucina, la gioventù crea soltanto un effetto sordina ad una musica comunque perfettamente riconoscibile, ammaliante. Ogni goccia è intrisa di classe, un moto perpetuo di sapore e goduria che ritorna a distanza di minuti, amplificandosi ancora nelle suggestioni di cera e propoli. La Borgogna, semplicemente e banalmente. Grazie Luca “Picard”, conferitore del prezioso flacone.
Coming soon: Romanée Saint-Vivant 2005 – Domaine de la Romanée Conti (se non lo merita questo, un post a parte…)
Orizzontale Borgogna 2012: beati i pazienti perché saranno premiati
Morey-Saint-Denis 2012 – Dujac. Il cielo è azzurro, l’acqua è bagnata e i rossi di Dujac vanno aspettati con calma olimpica, non solo i Grand Cru. Il naso del Morey village ’12 è completamente da farsi, condizionato com’è dalle note riconducibili al raspo, con strane sensazioni geraniose affiancate da tratti di radici quasi “nebbioleschi”. Ma la bocca promette una lunga e autorevole evoluzione: acidità spigolosa, tannini severi, è una durezza in ogni caso supportata da una trama pregiata, autentica, tanto affascinante quanto concreta.
Les Saints Georges 2012 – Thibault Liger-Belair. Oliva nera, china, latte di fico, per qualche secondo ci ritroviamo istintivamente a pensare al Monvigliero di Burlotto. Se il corredo aromatico appare in qualche modo inconsueto, quello gustativo è decisamente classico: vino di materia, ricco di polpa e contrappunti, ma al tempo stesso aggraziato. Il tempo, non necessariamente decenni, aggiungerà con buone probabilità ulteriore cesello e distensione.
Vosne-Romanée 1er Cru Les Beaumonts 2012 – Cécile Tremblay. Senza dubbio il miglior 2012, tra quelli assaggiati della “nuova Madame Leroy”, come Michel Bettane definì qualche anno fa la determinata Cécile, monitorata da tempi non sospetti dal buon Giancarlo. Il rovere è qui solo una delle componenti, non prevaricante, in armonia con gli apporti agrumati e balsamici, di gran classe. Cresce esponenzialmente nel bicchiere, ha gioventù da vendere, a partire dal tannino fitto ma di trama nobile.
[…] di tutti, comunque, ha ragione Giancarlo Marino. Che dopo una trentina di bottiglie targate 2012 (link), scende in cantina, torna con una bottiglia fasciata e la d