Campania Stories 2020 #6 | Qui Campi Flegrei

Campania Stories 2020 #6 | Qui Campi Flegrei

Non ci sono più dubbi ormai: per un certo tipo di bevitore i Campi Flegrei rappresentano una delle principali scuse per frequentare la Campania con regolarità.

Merito in primis di un piccolo gruppo di aziende, che soprattutto nell’ultimo decennio ha saputo proporre con costanza vini estremamente fedeli ai peculiari caratteri, affumicati e salini, delle Falanghina e dei Piedirosso che prendono forma nella complicata area vulcanica ad ovest di Napoli. Consolidando allo stesso tempo un’identità stilistica sempre più chiara e riconoscibile: si disegna così un puzzle interpretativo dove ogni tassello appare complementare e sinergico

In altre parole. Non si stappa soltanto una bottiglia più o meno buona, prendendo un vino di Raffaele Moccia (Agnanum), Giuseppe Fortunato (Contrada Salandra), Vincenzo Di Meo (La Sibilla), Gerardo Vernazzaro e famiglia Varchetta (Cantine Astroni), Salvatore Martusciello, Gennaro Schiano (Cantine del Mare). Più che in altre zone della regione, si sceglie anche una precisa declinazione dell’anima flegrea – oserei dire una tipologia umana – che trascende le variabili viticole, enologiche e territoriali.

Naturalmente c’è anche il rovescio della medaglia. Quando il peso del “manico” è così forte, rischia di diventare in buona sostanza “virtuale” il tentativo di ricondurre determinati tratti espressivi alle specifiche sotto-area di origine. Magari, anzi sicuramente, questi vini sono così ANCHE perché nascono ad Agnano, Camaldoli, Coste di Cuma, Monteruscello, Scalandrone, Fusaro, Monte di Procida, eccetera (citando i principali toponimi dove operano le realtà di riferimento). Non abbiamo tuttavia sufficienti controprove, finché mancano altri interpreti di qualità nelle medesime zone a fare da “specchio”. 

Non è detto che sia un problema o un punto di debolezza, mi limito a registrarlo anche e soprattutto in funzione di una parcellizzazione produttiva che non facilita di certo un racconto “collettivo”. Ad esempio. Nonostante l’esiguo numero di aziende davvero capaci di incidere con continuità, ci misuriamo con vini provenienti da almeno 3-4 annate diverse. Il che significa in molti casi poter ricostruire un profilo vendemmiale credibile soltanto “a posteriori”, dando spazio nel frattempo a suggestioni di viaggio giocoforza più generiche ed interlocutorie.

In questa occasione: si intuiscono grandi potenzialità nella 2019 (specie sui Piedirosso) e si delinea anche qui una sorta di quadratura del cerchio nella 2018, capace di plasmare vini deliziosi e al contempo profondi tanto sui bianchi quanto sui rossi. Là dove risulta ancora controverso il quadro sui 2017 e 2016, per motivi quasi opposti: vini decisamente accaldati e asciutti convivono con letture fin troppo ruvide e sottrattive, con tutto quel che c’è nel mezzo. 
Ma come detto sono indicazioni di massima: molto più utile ed interessante confrontarsi con le singole selezioni diventate in questi anni autentiche certezze, a prescindere dal millesimo. Opzioni che oltretutto si configurano il più delle volte ancora come best buy: nella fascia dei 10-25 euro a scaffale si può pescare tutto il meglio dei Campi Flegrei.

Ed è questa, in ultima analisi, la vera partita aperta. Sono vini che costano troppo poco in rapporto allo scenario agricolo ed ambientale con cui sono chiamate a confrontarsi quotidianamente le aziende più consapevoli. Ma come verrebbero accolti se quel tipo di bevitore evocato in apertura dovesse mettere in conto 40-50 euro per una – pur buonissima – bottiglia di Falanghina o Piedirosso? A quelle cifre, le aspettative restano le stesse o cambiano? Ci si “accontenta” del vino sfizioso, goloso, gastronomico, vulcanico, territoriale, leggiadro, del brutto anatroccolo diventato cigno e del volto inatteso di quel vitigno prima snobbato? O si ricomincia a diventare meno tolleranti verso capricci riduttivi, acidità “jazz”, rusticità tanniche e impuntature assortite, che comunque ci sono ancora, per quanto imparagonabili a quelle di 10-15 anni fa?

Una risposta onestamente non ce l’ho, ma so che il futuro dell’area passa anche da interrogativi di questo tipo.

Campi Flegrei | I vini bianchi da seguire

* Campi Flegrei Falanghina 2019 – Agnanum (Raffaele Moccia). Note di assaggio nel post sui migliori vini dell’annata 2019 (link). Prezzo non comunicato

* Campi Flegrei Bianco Tenuta Jossa 2018 – Cantine Astroni. La grande novità di quest’anno, che non smette di stupire ad ogni riassaggio. Si conferma bianco pluricromatico, col bianco gesso da Sancerre, il giallo propoli e delizia al limone da Saumur e il verde linfatico delle infiorescenze provenzali. Il tutto su uno scheletro gustativo totalmente flegreo: magmatico, marino, saporito, profondo, da bere e da ribere. € 14,50 + iva

* Campi Flegrei Falanghina Settevulcani 2018 – Salvatore Martusciello. Da Coste di Cuma, rinomata località di Pozzuoli, una Falanghina in perfetto stile Martusciello: riservata e quasi guardinga sulle prime, poi precisa nella successione di frutta bianca, erbe e fiori di campo, iodio. Meno esplosiva di altre, si fa apprezzare anche al sorso per compostezza e misura. Prezzo non comunicato

* Campi Flegrei Falanghina Cruna deLago 2018 – La Sibilla. Versione spiazzante, che ricorda molto da vicino certi Cruna deLago degli esordi (il 2002 su tutti). E’ nettamente il più terziario del gruppo con le suggestioni di agrumi canditi, curry, torrone, erbe secche e un tocco salmastro quasi di colatura. Impronta “gialla” e matura evidente anche al palato, giocato più su sapore ed espansione orizzontale che sulle sferzate acide. Difficile prevedere il tipo di evoluzione che potrà avere, ma in questa fase è sicuramente originale e affascinante. € 13,50 + iva

Campi Flegrei | I vini rossi da seguire

* Campania Piedirosso Sabbia Vulcanica 2019 – Agnanum (Raffaele Moccia). Note di assaggio nel post sui migliori vini dell’annata 2019 (link). Prezzo non comunicato

* Campi Flegrei Piedirosso Terrazze Romane 2018 – Cantine del Mare. Può sembrare bizzarro parlare di Piedirosso “vecchio stile” su una tipologia che sta trovando un’affidabilità espressiva e stilistica solo in tempi relativamente recenti. Eppure il Terrazze Romane ’18 di Gennaro Schiano sembra virtuosamente evocare gli anni in cui il “brutto anatroccolo” non si era ancora trasformato in cigno. Quindi frutto quasi in disparte rispetto al mix di pomodorini, terra, cenere, incenso; bocca cavernosa, introversa, concava, altro che glu glu. Gli manca la pervasività salina dei migliori, ma vale assolutamente la pena seguirlo. € 8,50 + iva

* Campi Flegrei Piedirosso Colle Rotondella 2018 – Cantine Astroni. Lo ritrovo in una fase meno brillante rispetto a qualche mese fa, ma restano totalmente valide le “istruzioni per l’uso” che accompagnano il post dedicato (link). € 7,50 + iva

* Campi Flegrei Piedirosso 2016 – Contrada Salandra. Vale in buona parte il discorso fatto per il Terrazze Romane di Cantine del Mare: quello di Peppino Fortunato è l’esatto opposto del Piedirosso “hipster” tutto da sgargarozzare sulla margherita o la zuppa di pesce. A molti farà storcere il naso, ma è perfettamente comprensibile.
La versione ’16 porta per molti versi all’estremo la sua indole silenziosa, monastica, francescana, che tuttavia regala e regalerà ai più pazienti un vino incredibile per stratificazione, purezza, energia. In questa fase lo incontrate su toni silvestri e di “sagrestia”, tra incenso, radici e agrumi scuri, contratto e severo in un palato che concede pochissimo alla piacevolezza, ma che pian piano sboccia letteralmente su lampi primaverili e costieri, aggiungendo souplesse e sapore goccia dopo goccia. € 8,00 + iva


 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.