Vini Veri Assisi 2020 | Dieci bottiglie che mi sono piaciute

Vini Veri Assisi 2020 | Dieci bottiglie che mi sono piaciute

Ci tenevo anch'io a commentare l'editoriale di Sangiorgi. Inoltre, in questo articolo troverete un limpido tentativo di definizione di "vino naturale", certamente risolutivo dopo tante prove andate a vuoto.

Niente, non ci siete cascati. Immaginavo. E vabbè, esco allo scoperto: di seguito solo e soltanto una decina di bottiglie che mi sarei volentieri portato a casa, dopo averle assaggiate a Vini Veri Assisi 2020. Evento ormai decollato, tra i due appuntamenti fissi (l'altro è Cerea, ai margini di Vinitaly) della nota associazione di vignaioli "naturali". Per qul che conta, e forse conta, mi sono molto divertito; a camminare per i banchi, guardare in faccia e chiacchierare con i vignaioli, incontrare amici e respiare il clima della manifestazione, festoso e a tratti euforico, assaggiare i vini con velleità di ricerca e speranza di scoperta.

Insomma, eccoli. 

 

1 | Šuman – Moon Drops 

Realtà decisamente originale, si trova nella stiria Slovena, parte nord – orientale del Paese. Ho assaggiato due versioni di bianchi piuttosto complessi per numero di vitigni, vinificazione e maturazione, preferendo il Moon Drops al Sun Drops (tempi sulle bucce più lunghi, fino a due mesi, e risultato decisamente orange, con note di frutta secca e spalla tannica importante). Il Moon Drops, invece, confezionato in una particolare bottiglia di ceramica, è figlio di sette uve: chardonnay, pinot grigio, riesling italico e renano, traminer, sauvignon e moscato giallo, in alcuni casi attaccate dalla muffa nobile, e due anni di botte. Ha profumi agrumati chiari e spinta balsamica, alternati a sensazioni più squisitamente aromatiche e moscatose. Bocca di splendida acidità, pimpante e sulle punte. 

 

2 | Vodopivec –  Solo 2016 

Paolo Vodopivec è il nuovo Presidente dell’Associazione Vini Veri. Il nome è noto agli appassionati e la sua realtà si trova in pieno Carso. Qui la regina è la vitovska. Quella del Solo deriva da una singola vigna (appunto), coltivata ad alberello per proteggerla dalla bora, su suoli rocciosi, decisamente poveri di terra. La macerazione sulle bucce è effettuata in anfora georgiana e dura sei mesi; quindi il vino matura in botti di rovere di Slavonia da 30 hl per due anni. Bianco straordinario per intensità resinoso – balsamica, profuma di pietra e limone candito mentre la bocca è dolce e salata al tempo stesso, di bellissima texture tannica e profondità siderale. 

 

3 | Skerli – Malvasia 2017 

Ancora Carso triestino. Sales, a due passi dalla città e dal mare. Qui Kristina e Matej (presente al banco dell’evento con un bel sorriso, fatto che lo distingue a prima vista dalla nutrita schiera di vignaioli provenienti da nord – est), coltivano le vigne di famiglie e producono vino con l’aiuto dei genitori Just e Danila (per chi fosse interessato hanno anche un bell’agriturismo).  Tre varietà e altrettanti vini: Malvasia, Vitovska e Terrano. Il primo colpisce per vibrazioni aromatiche e solidità. Balsami, resine e erbe officinali puntellano una base di mandorle e miele, con qualche folata di pepe nero. Bocca coerente, gustosa, forse in leggero debito di tensione, in questa annata.   

 

4 | Slavcek – Rebula Riserva 2015 

Potok, Brda, Collio Solveno. Il nome del villaggio significa “in mezzo ai boschi” e svela immediatamente l’ambiente in cui nascono i vini. Al banco della manifestazione, un omone e la sua signora mi servono questa Ribolla. Non meno imponente.  Scopro che fermenta in botti di rovere e macera sulle bucce per 20 giorni, prima di completare l’opera in altre botti di legno da mille litri, per due anni. Ne esce, dicevo, un vino di spettacolare solidità ma affatto greve, austero e di grande spalla, con tannini diffusi e saporiti. Non certo immediato ma la voglia di berlo col piatto giusto è tanta. 

 

5 | Francesco Massetti – Mezzo Pieno 2017 

Otto ettari a Colonnella, vista mare, sui terreni di argilla e sassi del teramano. Questa la base di una realtà giovane, come Francesco che l’ha pensata e la conduce. Vedo il bicchiere mezzo pieno, come il trebbiano che produce. Assaggio in rapida successione 2018 e 2017, preferendo incredibilmente il secondo. Trionfo di ampiezza senza sforzo e festival di sapori mediterranei. Solare, di una maturità che la bottiglia esalta senza creare ingombri. Un altro bianco da mettere in tavola, al più presto (grazie a Pasquale Pace per l'imbeccata).  

 

6 | Noro Carlo – Costafredda 2018 

I Noro sono ben conosciuti nel mondo della biodinamica, per la competenza e la realizzazione di “preparati”, venduti a moltissime aziende.  Nel  2010 acquistano due ettari  nel comune di Piglio. Terreni buoni per allevare vigne e olivi, a partire dalle varietà locali. Dovrei parlare di Cesanese, lo so, però sono rimasto impressionato anche dai bianchi, a base di passerina del frusinate. L’Oncia Bianca ’18 è salmastro e spiccatamente mediterraneo. Il Costafredda ’18 ha impostazione simile ma è più raffinato e profondo. Vino dai toni “gialli”, pietrosi, con folate di erbe aromatiche e fieno. Bocca sorprendentemente agile, considerando tutto; solare e bucciosa quanto allungata. 

 

7 | Valter Mattoni – Arshura 2016 

Mi pare uno dei vini più buoni di sempre di Valter Mattoni, meglio conosciuto come “la roccia”. Descrivere il personaggio è impossibile. Va guardato negli occhi spiritati, ascoltato nella voce roca, assaggiato pian piano insieme ai suoi vini. Uno che racconta la sua storia più o meno così: mio nonno Nazzareno quando si lavava il viso stava bene attento a non ingoiare neanche una goccia di acqua, in effetti fin da quando era ragazzo l’unico liquido che aveva mandato giù era il vino, solo vino, vino di contadino che si faceva da solo, in tempi privi di enotecnici di professione. Eccetera eccetera… Arshura ’16, dicevo. Montepulciano che libera un tripudio di frutti rossi e neri, di pepi in grani tritati. Tessitura al solito fitta ma insospettabilmente fine, nell’approccio e nella trama dei tannini. Buonissimo. 

 

8 | Giuseppe Rinaldi – Freisa 2018 

Inutile dire che è uno dei banchi della manifestazione presi d’assalto, e che resta quasi subito a secco. In postazione Marta Rinaldi, figlia di Beppe e condottiera dell’impresa, affronta la folla come può. Sul tavolo Barolo Brunate ’15 in magnum, Barbera ’18 e Freisa di pari annata. Parlo di quest’ultima, per simpatia e convinzione. Forse per quel vestito aromatico curioso e coinvolgente, ricamato di gelsi ed elicriso. Sa di primavera e spensierata giovinezza, va giù che è una bellezza. 

 

9 | La Calle – Montecucco Rosso 17 

Poggi del Sasso, in piena denominazione Montecucco. Le Calle è il nome, mutuato dal luogo, dell’azienda agricola della famiglia Catocci: 70 ettari in tutto, 6 di vigna, 6 di olivo, cereali, allevamento ovino (razza appenninica) e asini (razza amiatina). Avessi assaggiato solo Sangiovese e Riserva non ne avrei scritto. Troppo di tutto per me, in termini di maturità, apertura ed estrazione. Tutt’altra cosa il Montecucco Rosso, sangiovese con saldo di ciliegiolo incredibilmente goloso e succoso, che diverte tra frutti di bosco freschissimi, spezie e umori di cantina. 

 

10 | La Visciola – Priore Ju Quarto 2017 

Non avevo mai incontrato di persona Piero Macciocca ma c’è voluto poco a capire che è un “personaggio”.  Ha messo su con moglie e figlie una piccola cantina, capace di vini purissimi e deliziosi. Cesanese del Piglio, soprattutto, realizzati in diverse versioni, a partire da vigne piantate negli anni ’60, tra cui veri e priopri cru di nome Priore: Mozzatta, Vignali e Ju Quarto. Le uve di quest’ultimo maturano su suoli di sabbie vulcaniche, piuttosto ferrosi. Rosso impressionante per sapore e finezza, sia aromatica che tannica. Arancia sanguinella, fiori freschi e frutti delicati per un sorso tanto aereo quanto solido, di rarefatta mediterraneità. Forse l’assaggio più sorprendente della giornata.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.