Verticale Bartolo Mascarello, Barolo tra storia e storytelling

Verticale Bartolo Mascarello, Barolo tra storia e storytelling

Sembra passato un secolo dall’ultimo ritrovo a tavola del Tipicamente Wine Club: se è vero del resto che il tempo si conta ad estati (come diceva Pasolini*), c’è un intera vita esplosa e saccheggiata nel mezzo.

Memorie, metamorfosi, risonanze. Non è un caso allora che la nuova occasione per bere mangiando e mangiare bevendo insieme si materializzi attorno ad una verticale del Barolo di Bartolo Mascarello, accompagnata dalla cucina iperirpina dell’Osteria Valleverde di Atripalda, meglio conosciuta nel sistema solare come Zì Pasqualina. Sette annate (2010-2007-2006-2005-2004-2001-1999) e qualche “sfidante” (Monvigliero 2010 Burlotto, Brunate-Le Coste 2005 Rinaldi, Monprivato 2004 Giuseppe Mascarello) per rileggere la storia enoica, e non solo, di Langa attraverso le bottiglie firmate da uno dei suoi protagonisti più celebri e carismatici.

Non c’è bisogno di ricordare ulteriormente (link, link, link) quello che ha rappresentato Bartolo Mascarello per il Barolo, soprattutto negli anni ’90, ovvero l’epoca di maggior polarizzazione dello scontro, antropologico-generazionale prima ancora che tecnico-stilistico, fra “tradizione” e “modernità”. Un ex partigiano diventato simbolo, probabilmente anche oltre le sue intenzioni iniziali, di una certa concezione del Nebbiolo per antonomasia e più in generale del vivere contadino alle soglie del terzo millennio. 

Dunque assemblaggio dinamico di più vigne con caratteristiche diverse (Cannubi, San Lorenzo e Rué a Barolo, Torriglione-Rocche dell’Annunziata a La Morra), fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni (30-50 giorni) in cemento, maturazioni in rovere grande di Slavonia, là dove tutto sembrava premiare un modello sostanzialmente antitetico: vini-cru decisamente più colorati, concentrati e avvolgenti, legati tanto a severe selezioni agronomiche e basse rese su pianta, quanto a protocolli di cantina innovativi per il territorio (macerazioni corte, estrazioni intense, elevamenti in rovere francese preferibilmente piccolo e nuovo). La famosa etichetta “no barrique, no Berlusconi” da lui stesso disegnata per vestire l’annata ’96, un po’ come giocoso divertimento, molto come dichiarato manifesto di resistenza produttiva e culturale.

Sappiamo tutti come è finita: di lì a poco un nuovo ribaltamento di prospettiva, che Bartolo ha potuto forse soltanto intuire prima di andarsene il 12 marzo 2005. Già da tempo aveva passato il testimone alla figlia Maria Teresa, altrettanto determinata nel ribadire i principi cardine del Barolo “classico”, a conti fatti il vero vincitore di trent’anni di battaglie. Non certo una nostalgica riproposizione ottocentesca, ma una virtuosa sintesi capace di prendere il “meglio” dalle varie fazioni, progressivamente avvicinatesi fino a rendere inutile ogni forzatura schematica. 

Se le rimodulazioni stilistiche di tanti “modernisti” certificano una roboante inversione a U, è altrettanto innegabile che alcuni cavalli di battaglia dei “Barolo Boys” si siano radicati al punto da essere assorbiti in pieno da molti degli stessi “tradizionalisti”: la trasversale “borgognizzazione” delle Langhe, in primis, concretizzatasi nei fatti ben oltre la sistematizzazione delle Menzioni Geografiche Aggiuntive. E quando è arrivato il momento del definitivo boom internazionale, in concomitanza con l’uscita della vendemmia 2010 (link), a raccogliere i frutti in prima linea c’erano anche e soprattutto loro: gli “eretici” degli anni ruggenti. Basta dare un’occhiata veloce alle quotazioni speculative raggiunte dai Barolo dei Mascarello, Rinaldi, Cappellano, Accomasso e compagnia, per capire di che stiamo parlando.

Sembrano quindi maturi i tempi per un ulteriore passo in avanti nel modo di approcciare questi vini-archetipo. Soffermandosi un po’ meno sul loro ruolo storico, filosofico ed ideologico, totalmente acclarato, raccontandoli maggiormente per quello che sono oggi: in tutto e per tutto nebbiolo contemporanei, come tali non riconducibili ad un profilo fisso, statico, monodimensionale, nel bene e nel male.

Da questo punto di vista la nostra verticale rafforza tutta una serie di impressioni apparentemente contraddittorie ricavate dai periodici riassaggi dei Barolo vecchi e nuovi di casa Mascarello, a partire dalla percezione di un prima e un dopo, di un carattere “Bartolo” e di uno “Maria Teresa”. Una distanza che sulla carta non avrebbe ragione di esistere, considerando il lungo periodo di lavoro portato avanti insieme e la risolutezza filologica che si respira da sempre nella cantina di via Roma, e che invece si coglie ugualmente, sotto pelle. Non è questione di meglio o peggio: generalizzando ma non troppo, le grandi versioni degli anni ’70 e ’80 colpiscono ancora oggi per la loro tempra “carbonara”, rabbiosa e notturna, che pare gradualmente sfumare verso un silenzioso e garbato distacco man mano che ci avviciniamo ai giorni nostri. Vini forse più gentili sul piano tattile, ma non certo più accoglienti ed empatici nel disegno complessivo.

Al netto delle singole annate e delle bottiglie più o meno fortunate, la retrospettiva ci lascia con un misto di magnetismo e freddezza, coinvolgimento e disillusione, come se questa essenzialità eastwoodiana che si racconta anche nelle migliori riuscite costituisse il suo tratto più affascinante e al contempo più fragile. 

Punto di forza: quando si accompagna ad un plus di spalla materica (come nel 2006) o ad una fibra energica e scattante da grande peso medio alla Marvin Hagler (come nel 2005); quadratura del cerchio quando libera il suo coté più silvestre e marino, senza rinunciare a vigore sapido, spigoli e chiaroscuri (come nel 1999).

Limite: quando appare ovattato da una sorta di sordina precocemente cupa e crepuscolare (come nel 2010, trovato in verità assai più convincente in altre occasioni) o quando esibisce una silhouette a conti fatti scarna e polverosa, più che sottrattiva o austera (come nel 2004, con molte similitudini col Monprivato pari millesimo).

Limbo: quando resta in qualche modo a metà del guado, un po’ svelandosi un po’ ritraendosi, concedendo e negando, senza mai cambiare marcia, come nel 2007 o 2001.

In altre parole: senza il Barolo della famiglia Mascarello mancherebbe un pezzo fondamentale nel panorama stilistico della denominazione, ma forse i leader “assoluti” sono altri e, brutalizzando, pochissimi. Non una questione marginale, alla luce di tanti buoni-ottimi vini che rendono le Langhe oggi il terroir italiano di riferimento, ma dove le scintille imprescindibili restano a nostro avviso isolate e circoscritte.

Infine un’annotazione sugli altri “sfidanti”. Sì, il Monvigliero di Burlotto sa di patè di olive (e sicuramente il 2010), ma che bello un Barolo così grondante di succo e sale. E poi il Brunate-Le Coste che tante volte ci ha fatto imprecare: per le troppe bottiglie eccessivamente “selvagge” (eufemismo), ma anche e soprattutto per quelle “giuste”, totalmente fedeli allo stile inconfondibile di Beppe Rinaldi e famiglia: dopo varie lavandinate, in questa occasione un 2005 fragoroso per dolcezza di frutto e prepotenza salmastra. Corroborante, vitaminico, consolatorio: sorriso a 32 denti.

Tipicamente Wine Club – Le puntate precedenti

Pillole di Wine Club #1 | Orizzontale Greco di Tufo 2003-2004
Pillole di Wine Club #2 | Orizzontale Fiano di Avellino 2002-2003
Pillole di Wine Club #3 | Orizzontale Taurasi 2000-2001
Pillole di Wine Club #4 | Doppia Verticale Caracci e Pietraincatenata
Pillole di Wine Club #5 | Verticale Barolo Vignarionda Massolino
Pillole di Wine Club #6 | Verticale Patrimo Feudi di San Gregorio
Pillole di Wine Club #7 | Verticale Fontalloro Fèlsina
Pillole di Wine Club #8 | Verticale Montevetrano Silvia Imparato
Pillole di Wine Club #9 | Verticale Tenuta Frassitelli Casa D'Ambra
Pillole di Wine Club #10 | Costa d’Amalfi: varietà, sottozone, interpreti

Pillole di Wine Club #11 | Verdicchio: zone, stili, interpreti
Pillole di Wine Club #12 | Nebbiolo e Alto Piemonte: zone, stili, interpreti
Pillole di Wine Club #13 | Orizzontale Barolo 2004
Pillole di Wine Club #14 | Aglianico del Vulture: zone, stili, interpreti
Pillole di Wine Club #15 | Doppia Orizzontale Taurasi 2003-2004
Pillole di Wine Club #16 | Brunello di Montalcino: zone, stili, interpreti
Pillole di Wine Club #17 | Doppia Verticale Terra di Lavoro-Serpico
Pillole di Wine Club #18 | Doppia Orizzontale Greco di Tufo 2005-2006
Pillole di Wine Club #19 | Doppia Orizzontale Fiano di Avellino 2004-2005
Pillole di Wine Club #20 | Doppia Orizzontale Fiano di Avellino 2006-2007
Pillole di Wine Club #21 | Orizzontale Taurasi 2005
Pillole di Wine Club #22 | Doppia Orizzontale Greco di Tufo 2007-2008
Pillole di Wine Club #23 | Orizzontale Taurasi 1999
Pillole di Wine Club #24 | Alto Mediterraneo all'Osteria del Gallo e della Volpe
Pillole di Wine Club #25 | Orizzontale Fiano di Avellino 2008
Pillole di Wine Club #26 | Orizzontale Greco di Tufo 2009
Pillole di Wine Club #27 | Orizzontale Fiano di Avellino 2009

 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.