Il dilemma del Greco di Tufo 1989 Vadiaperti

Il dilemma del Greco di Tufo 1989 Vadiaperti

Il bipolare che è in me non ha ancora capito se sia utile o meno condividere riflessioni scaturite da bottiglie nei fatti irreperibili.

Non parlo di etichette rare e preziose, tipo Monfortino ’47, Biondi Santi Riserva ’55, Latour ’61, Cros Parantoux ’78 Jayer e simili: sapendo dove cercare tra aste e cantine modello Pinchiorri, ma soprattutto potendo contare su redditi da Bill Gates, LeBron James o Annibale Scanozzi (decano dei venditori di caldarroste): queste si recuperano, eccome. E in qualche modo si recupereranno “sempre”.

Mi riferisco a vini decisamente meno rinomati, sulla carta, introvabili nel senso letterale del termine. Proprio perché ignorati dai circuiti del collezionismo oppure prodotti da cantine che non esistono più o sono cambiate radicalmente nel tempo. O ancora perché plasmati da territori, tipologie e interpreti presi in considerazione solo marginalmente in funzione di stappature pluridecennali, anche da parte degli appassionati più smaliziati e curiosi.

Bottiglie sopravvissute in pochissimi esemplari quasi casualmente, insomma, che a volte sanno davvero condensare il senso della nostra passione: l’incontro a sorpresa, la gioia inattesa, la memoria di momenti lontani non altrimenti conoscibili, intrecciati al piacere fisico di una grande bevuta. L’Italia è piena di storie di così e la scelta di raccontarle ha perlomeno una doppia valenza.

Da una parte il genuino desiderio di condividere stupore e bellezza, contribuendo ad alimentare il patrimonio collettivo di esperienze, conoscenze, appunti di viaggio, documentazioni e risonanze. Dall’altra il bisogno di assecondare spinte egoiche altrettanto naturali. Un misto di narcisismo e autoreferenzialità che si nutre anche della gratificazione derivante da un’esperienza in buona misura “esclusiva” e della relativa protezione nel contraddittorio. Se narro le gesta di un vino che in pratica conosco e ho bevuto soltanto io, forse è più difficile per chi legge o ascolta contestarne ricostruzioni e letture.

Sono dunque consapevole di tutto questo mentre pubblico in ogni dove la foto-profilo dell’ultimo Greco di Tufo 1989 di Vadiaperti sopravvissuto in cantina, onorato con apposita colazione domenicale insieme a cari amici “forestieri”. Felicità bambina nel ritrovarlo perfino più vivo e gravitazionale di come lo avevo lasciato, privilegio adulto sentendo di poterne custodire un ricordo definitivo totalmente nitido, non offuscato da tempo e proiezioni.

Vino che si commiata senza inutili malinconie. Memoria concreta di un’epoca lontanissima sotto ogni punto di vista, certo. Avatar liquido di un personaggio fuori dall’ordinario come il prof. Antonio Troisi, innegabile. Eccezione primordiale in una terra di eccezioni, di sicuro. Storia solista e pezzo di puzzle collettivo, anche. Innesco chissà quanto voluto di un “si può fare” ancora caotico, indubbiamente. Ma più di tutto, semplicemente, compagno di tavola fino all’ultima goccia; come i suoi discendenti trent’anni più giovani (ad esempio il magnifico Tornante 2018), che qualcuno forse conserverà per gioco aspettando un’altra piovosa domenica novembrina di mezzo secolo.

Il Greco che resta Greco in tutta la sua giallezza indomita e rende parodistico ogni tentativo di farsi capire al volo richiamando modelli più trasversali: una suggestione Vouvray qua, una mimesi Reno là e niente che si adatti davvero all’armatura omerica di un quasi-rosso appenninico. Il Greco che resta Greco uscendo dalla sua zona di comfort, senza accontentarsi di perdurare in forma di limonata, ma anzi riscaldando le sue crudezze esistenziali e trasformandole in densità di polpa, sapore, convivio.

Una bottiglia che vorrei potessero bere (non assaggiare) tutti, vignaioli irpini in primis. Ad occhio ne saranno rimaste una ventina in giro per il mondo, non vi resta dunque che farvi amico Raffaele Troisi: se sopravvivete alla prova della sua stretta di mano, mica facile, ma ne vale la pena.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.