Archivio | Verticale Brunello di Montalcino Il Marroneto (Gambero Rosso Mensile)

Archivio | Verticale Brunello di Montalcino Il Marroneto (Gambero Rosso Mensile)

L’articolo che segue è stato pubblicato sul mensile Gambero Rosso (anno 22, numero 263, Dicembre 2013): è il racconto della verticale dei Brunello di Montalcino de Il Marroneto, tenutasi presso l’azienda il 10/10/2013 (17 annate tra 1980 e 2008)
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La prima volta che andammo da Alessandro Mori fu come imbucarsi ad una festa a sorpresa. Con annessa caccia al tesoro: ad ogni nostra domanda, lo vedevamo sgattaiolare verso la parte più angusta della cantina e tornare con una risposta sotto forma di bottiglia. Nessuna sequenza preordinata, un continuo batti e ribatti dialettico e temporale, che ci rimpallava dall’attualità alla storia, dai Brunello in affinamento a quelli con un quarto di secolo e più sulle spalle. Traiettorie anarchiche, non sempre facili da seguire, che forse aiutano a capire come mai Il Marroneto è uno dei nomi meno mediatici tra quelli che hanno fatto grande il sangiovese montalcinese. 

Alessandro Mori è così, prendere o lasciare: c’è molto poco di lineare nel suo pensarsi produttore e la strada per raccontarlo non prevede certo ammiccamenti o giri di parole. La retorica del vigneron tutto calli e terra appare quasi ribaltata, in un’esigenza di confronto in buona parte basato sull’istinto. Una sorta di corpo a corpo conoscitivo, talvolta spigoloso, senza il quale dal suo punto di vista non può esserci approfondimento né pieno godimento. Sono le vicende umane a scandire il ritmo del suo inesauribile flusso narrativo, specialmente quelle extravino: al Marroneto ogni millesimo, ogni tappa produttiva, sono legati prima di tutto alle persone coinvolte in quei pezzi di cammino ed è lì che vanno costantemente ricordi e sottolineature. 

«Tutto è cominciato quasi per gioco», attacca, «quando nel 1975 ci ritrovammo con mio fratello Andrea a gestire 3.000 metri di vigna nella zona nord di Montalcino, acquisiti da nostro padre Giuseppe. Ma mentre noi si stava giocando, attorno a noi c’era gente parecchio seria, senza la quale forse il fare vino non sarebbe diventato così totalizzante per me». I consigli di autentici maghi del sangiovese come Giulio Gambelli e Mario Cortevesio furono fondamentali per dare fin da subito un’impronta netta e riconoscibile a quell’unica etichetta prodotta al Marroneto. Alessandro non era ancora maggiorenne quando la parcella originaria di Madonna delle Grazie diede vita alle prime uve nel 1978, ma il vero debutto da considerare per il suo Brunello, proposto fino all’89 solo in versione Riserva, è indubbiamente quello del 1980. 

«Nonostante i numeri confidenziali, si creò subito molto interesse sul nostro vino», riprende Alessandro, «se ne parlava come “il pinot nero di Montalcino”, “la via elegante al Brunello”, “il cru nascosto del torrione nord”. Per noi fu una spinta incredibile, che ci è servita a tenere duro anche nella fase in cui sembrava esserci spazio solo per modelli stilistici quasi opposti». Erano anni poco più che pionieristici, quelli in cui si poteva solo intravedere il “miracolo” Montalcino, con poche decine di aziende all’opera e un parco vigneti non certo paragonabile, per dimensioni, a quello attuale. Il mondo stava scoprendo la denominazione nel suo complesso, ma i vini della famiglia Mori, non da soli, costringevano in qualche modo a ragionare su argomenti quanto mai contemporanei: le specificità delle varie sottozone, la necessità di mappare e raccontare caratteri peculiari, legati talvolta alla singola parcella. 

Era ed è un sangiovese veramente “diverso” quello che nasce al Marroneto. Per alcuni versi più vicino nella forma a certe espressioni del Chianti Classico d’altura, con un’impronta quasi “nebbiolesca” che ricorre costantemente nelle suggestioni di radici ed erbe medicinali, ma soprattutto nel profilo ossuto, tutto nerbo e fibra. Una lettura più che essenziale: ellittica, francescana, magica, là dove il passo scattante da peso medio-leggero si fortifica senza rallentare nella sua vigorosa armatura tannica. Vini non certo di facile approccio, molto lontani dalle atmosfere solari e mediterranee dei Brunello di Sant’Angelo in Colle o Castelnuovo dell’Abate. L’ossigeno è un fondamentale alleato, di solito, sulle bottiglie più giovani e andando indietro fino agli anni ’80 si scoprono delle autentiche gemme: Riserve che meritano un posto di primissimo piano, accanto a quelle di Biondi Santi e Gianfranco Soldera, tanto per capirci. 

Uno stile inconfondibile, come detto da mettere in relazione prima di tutto con la collocazione territoriale. Il vecchio essiccatoio usato per le castagne che dà il nome alla cantina si trova a pochi metri in linea d’aria dalle mura di Montalcino, nella parte che guarda in lontananza Siena e la propaggine sud-ovest del Chianti Classico. Siamo poco sopra i 400 metri, nel punto più alto della collina che si affaccia su Montosoli e sui Canalicchi, i cru più conosciuti del settore nord. Dalla vendemmia 2000 le uve di questa porzione (circa un ettaro e mezzo) vengono utilizzate per la selezione Madonna delle Grazie. Prevalgono qui suoli sabbiosi di origine marina, con poca argilla e inserti sulfurei e ferrosi, mentre c’è più galestro e sasso nei quattro ettari di vigna Il Campone (300 metri di altitudine), piantati nel 1997 a piedi del versante nord-ovest di Montosoli e utilizzati principalmente per il Rosso di Montalcino e il Brunello annata. 

Al Marroneto non si vendemmia quasi mai prima della seconda settimana di ottobre, con un lavoro di cantina ridotto all’essenziale. Il “base” è vinificato con lo stesso processo utilizzato per le prime Riserve degli anni ’80: continui rimontaggi pre-fermentativi, macerazioni di 8-9 giorni, maturazioni in rovere di Slavonia e Allier da 15 a 26 ettolitri, in larghissima parte vecchio (anche le prime botti acquistate nel 1977 sono ancora impiegate). Un po’ diverso il protocollo adottato per la Selezione: le uve restano ferme due giorni nei tini di legno, avendo cura di bagnare il cappello prima della macerazione che può arrivare fino a 18 giorni, sempre con maturazioni in legno grande. 

Nelle pagine che seguono vi raccontiamo la verticale completa del Madonna delle Grazie, allungando il nostro viaggio fino agli esordi del Marroneto. Una cavalcata spettacolare che si manifesta in tutta la sua autorevolezza ben oltre le note e i punteggi. Ulteriore dimostrazione del fatto, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che i numeri non sempre rendono merito alle grandi storie del vino italiano e alla loro capacità di lasciare un segno indelebile.

Brunello di Montalcino Riserva 1980

Qualche bottiglia sperimentale era già stata prodotta nel ’78 e ’79, ma la prima “vera” annata (1.855 bottiglie) per i Brunello del Marroneto è quella del 1980. Millesimo irregolare e capriccioso, che si fa sentire in qualche tratto brodoso e vegetale, ma soprattutto nel profilo caldo e asciutto del sorso. Un’evoluzione più crepuscolare che decadente, con i toni di confettura e cuoio a placare l’irruenza di un’acidità un po’ scissa e scoperta nel finale.

Brunello di Montalcino Riserva 1982

Vendemmia asciutta e generosa, la 1982, che ci regala la prima grande emozione di questa splendida verticale. Integro e sfaccettato, tiene insieme una scia fruttata dolce e succosa con un controcanto maltato ed orientaleggiante. All’uscita se ne scrisse come “il pinot nero di Montalcino” e l’associazione sembra reggere a pieno anche oggi. La bocca è slanciata e suadente, quasi aerea nel tocco e di vigorosa presenza nella coda: una progressione agrumata e iodata senza esitazioni, che si consegna all’infiltrante finale di sigaro, legno di cedro, scorza d’arancia.

Brunello di Montalcino Riserva 1985

Annata “mitica”, la 1985, aperta da un inverno tra i più freddi della recente storia italiana. Nella Riserva del Marroneto il carattere del millesimo si fa sentire in maniera controversa: al naso prugna, cuoio conciato, pomodoro fresco, ma soprattutto una netta traccia salmastra a ritmare anche il sorso, decisamente più giovane di quanto faccia pensare il quadro aromatico. E’ un sangiovese di materia e vigore, dal tannino possente e perfino un po’ ingessato, a cui manca solo un plus di armonia per essere indimenticabile.

Brunello di Montalcino Riserva 1988

E’ la bottiglia che in un attimo ci aprì gli occhi sui tesori nascosti al Marroneto durante la nostra prima visita. Stappata da Alessandro Mori tra una prova del 2008 in botte e un riassaggio del 2006, ne conservavamo un ricordo magnifico perfino rafforzato da questa verticale. Giovanile nel frutto rosso e multidimensionale nella sequenza di erbe officinali e humus, fiori secchi e risacca, è un vino trascinante per sapore, finezza, forza espressiva, profondità. Probabilmente non ancora all’apice.

Brunello di Montalcino 1990

All’impianto realizzato nel 1975 si aggiunsero negli anni ’80 altre parcelle e dalle circa 2.000 bottiglie iniziali si passò gradualmente alle 8.000 del Brunello ’90, il primo proposto non più come Riserva. E’ un altro vino fantastico, per alcuni versi una versione “potenziata” dell’88: ciliegia nera, tabacco da pipa, noce, resina, un tocco lievitoso quasi da stout, ha il centro bocca più fitto e avvolgente delle verticale. I tannini sono splendidi, quello che manca allo sviluppo aromatico è compensato da un sorso tridimensionale, di polpa, sapidità e gioventù.

Brunello di Montalcino 1991

In teoria è millesimo “minore”, piuttosto fresco e piovoso, nella pratica è un Brunello di entusiasmante riconducibilità territoriale. Lampone acerbo ed erbe da cucina, terra bagnata e radici, nettissimo tabacco, ha un profilo inconfondibile da sangiovese classico ed austero, terziario senza mai diventare autunnale. Bocca leggera, come ci si attende dall’annata, ma senza impuntature e crudezze eccessive, di innegabile fascino e personalità.

Brunello di Montalcino 1995

Assaggio dopo riassaggio, la 1995 in Toscana si conferma annata di lentissima evoluzione, oseremmo dire totemica per chi non cerca carezze a tutti i costi nei grandi rossi da invecchiamento. Impronta “fredda” che ritroviamo qui immediatamente, nel naso quasi da vino bianco tra pera e pesca, un po’ saltellante e non particolarmente ampio, ma soprattutto nella notevole rigidità gustativa. Tannini severi e acidità pungente si avvertono con maggiore forza per effetto di una struttura fin troppo ossuta: difficile prevedere se troveranno mai fusione ed equilibrio.

Brunello di Montalcino 1997

Annunciata come vendemmia del secolo, la 1997 è diventata oggi quasi il simbolo di una certa concezione, in buona parte superata, del grande vino. Diversi rossi anche importanti sono evoluti precocemente, ma non è questo il caso: non è il Brunello più profondo e sfumato della sequenza, ma l’impianto è solido e sostenuto, con ulteriori margini di crescita. Gli spunti più originali vengono dal naso di anguria matura e cortecce, con un tocco caldo a farsi sentire in chiusura, rafforzato da una trama tannica un po’ ingarbugliata.

Brunello di Montalcino 1998

Probabilmente è la vera “sorpresa” di questa retrospettiva: annata calda e piovosa allo stesso tempo, non è certo tra quelle da ricordare a Montalcino. Ne scopriamo un risvolto per molti versi inedito in un Brunello ’98 dal forte accento sudista, spiazzante ma di grande coerenza in ogni sua componente. Amarena sotto spirito, cuoio, brace, si innesca al palato con una progressione vigorosamente orizzontale, puntellata da tannini abbondanti e mordenti. C’è molto più slancio del previsto in un finale carnoso e solare.

Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2000

Con la vendemmia 2000 Alessandro Mori decise di affiancare al Brunello “annata” la selezione Madonna delle Grazie, prodotta con le migliori uve delle parcelle attorno alla cantina. E’ il vino più debole della verticale, che sconta i limiti di un millesimo estremamente caldo e siccitoso. Prugna in confettura, liquirizia, chiodi di garofano, in bocca ha equilibrio con tannini risolti, ma la spinta sapida del sorso si esaurisce presto.

Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2001

Altra annata calda, ma dagli esiti decisamente più favorevoli, a Montalcino e non solo. Nel Madonna delle Grazie ’01, però, avvertiamo un potenziale solo in parte espresso: un po’ per gioventù, segnalata dalla ricca materia e dal tannino possente, un po’ per una “confezione” che forse non rende pieno merito allo stile sottrattivo che ci strega nelle migliori riuscite del Marroneto. Dietro il frutto rosso croccante si insinuano suggestioni terrose ed animali, i tratti di liquirizia e china prendono la scena in un sorso sostanzioso e scalpitante, in divenire.

Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2003

La 2003 è la vendemmia torrida per antonomasia, complicata da gestire in vigna e in cantina, ma forse troppo frettolosamente liquidata come inadatta per vini complessi e longevi. In questo caso le premesse si confermano a metà: mancano le sfumature, non ha grande mobilità gustativa, l’impronta calda si fa sentire, ma lo scheletro appare saldo, il quadro aromatico si mantiene stabile e non c’è traccia di sovra-estrazione. Un 2003 ben riuscito.

Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2004

Dopo una serie di annate “atipiche”, la 2004 rappresenta una sorta di ritorno alla normalità per i sangiovese di Montalcino. Il paradigma della “vendemmia classica”, sintetizzato con grande efficacia nel Madonna delle Grazie originatosi: estremamente “nebbiolesco” nei ricordi di china, noce moscata, lampone, evidenzia una silhouette gustativa tesa e scattante, con qualche rigidità da integrare. Sembra avere margini di crescita in bottiglia, ma difficilmente giocherà le sue carte sul piano della polpa.

Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2005

Al di là dei punteggi, il Madonna delle Grazie 2005 sembra riportarci improvvisamente alle atmosfere delle versioni anni ’80 dopo qualche millesimo stilisticamente interlocutorio. Prevale un’anima ariosa e femminile, con gli agrumi, la rosa canina, le erbe da cucina, consolidata da una figura gustativa longilinea e accurata, giocata sul nerbo e la sapidità più che sui muscoli. Soltanto il tannino un po’ crudo e immaturo segnala la difficoltà della vendemmia, ma resta una delle migliori riuscite a Montalcino.

Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2006

Siamo tra i pochi a non essere così convinti della statura e delle prospettive di una vendemmia tanto celebrata a Montalcino. Il Madonna delle Grazie 2006 alimenta i nostri dubbi: il volume, l’intensità, lo scheletro sono quelli delle grandi annate, ma è netta la discrasia tra il profilo terziario del naso e la severità estrattiva della bocca. Sfumature più fresche e speziate fanno capolino con l’ossigenazione, ma sembra mancare qualcosa sul piano dell’energia e del sapore rispetto alle migliori riuscite.

Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2007

Non sarà probabilmente una vendemmia a lunghissima gittata, ma non mancano a Montalcino i 2007 vigorosi, fedeli alle sottozone di provenienza. Eccone un esempio puntuale: tratti selvatici e balsamici, gioco di mora e menta, tocchi cioccolatosi, stoffa fruttata generosa ma senza eccessi di maturità, è sangiovese di zona nord fino al midollo. Sono chiaroscuri coerenti e piacevoli, che accompagnano il sorso con ritmo continuo e progressivo, nonostante qualche impuntatura tannica.

Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2008

Non poteva esserci modo più bello per chiudere questo appassionante viaggio lungo quasi trent’anni. E’ l’annata più recente, ma nella sua gioventù riconosciamo tutti i tratti distintivi che ci conquistano nelle riuscite più emozionanti del Marroneto: le solite radici ed erbe medicinali “nebbiolesche”, il sottobosco, un tocco “antico” di incenso e poutpourri, il sottofondo marino. Ma soprattutto quel disegno solo in apparenza efebico, in cui si mimetizza una fibra ruggente, scolpita, infiltrante di sapore ed espansione.


 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.