Pillole di Wine Club #23 | Orizzontale Taurasi 1999

Pillole di Wine Club #23 | Orizzontale Taurasi 1999

Non sono diventati in blocco fuoriclasse assoluti, ma l’attesa ha sicuramente più dato che tolto ai Taurasi ’99. Perlomeno a quella dozzina appositamente custodita per essere stappata con gli amici del Tipicamente Wine Club in occasione del loro ventennale.

Non era la prima retrospettiva a tema e mi piacerebbe tanto dire che non sarà l’ultima, invece restano solo singole bottiglie. Purtroppo, perché anche le meno entusiasmanti non sono certo a fine corsa. Ce le faremo comunque bastare per provare a tirare le somme su una vendemmia trasversalmente raccontata fin dall’uscita come “importante” per i grandi rossi italiani da invecchiamento. Ma anche come base per altre riflessioni sull’identità di un vino controverso, più celebrato che bevuto a ben vedere.

Troppo giovani: nelle precedenti occasioni (link) la sintesi sui Taurasi ’99 era sempre stata più o meno questa. Non esattamente in senso buono, perché quel ricorrente mix di algidità aromatica, crudezza acida e tattilità “vetrosa” suggeriva un’idea di irrimediabile incompiutezza. Vini presumibilmente incapaci di regalare grandi sorrisi e carezze, pur aspettati ancora e ancora. E di aggiungere chissà quale stratificazione o ampiezza al naso, né di trovare al sorso una piena risolta armonia: come accade con tanti nebbiolo ’96 di Langa o Borgogna rossi ’05, per intenderci.

Limiti riconducibili solo in parte al millesimo in senso stretto, leggi andamento climatico e relative implicazioni agronomico-enologiche. A farsi sentire era soprattutto l’eco di una precisa fase storica, naturalmente di transizione per l’Irpinia del vino: tra la prima e seconda ondata “collettiva” (e conseguente esplosione di nuove aziende), tra spinte poco più che pionieristiche e voglia di adeguarsi allo spirito dei tempi. Negli stessi anni in cui da altre parti si sfasciano famiglie per un nuovo modo di gestire la vigna o per l’utilizzo di una botte piccola, a Taurasi domina un approccio produttivo sostanzialmente naif. Altro che “tradizione contro innovazione”: salvo eccezioni, le scelte di cantina in quel periodo appaiono condizionate in primis dell’esiguità di spazi e risorse, più che dall’adesione a un determinato protocollo di lavoro.

Vale sempre la pena di ricordare che molti dei vini conservati per l’orizzontale hanno visto legno poco, tardi e “male”, almeno rispetto ai dettami teorici più consolidati sulle necessità dell’aglianico. E basta una rapida occhiata ai tappi utilizzati, alle vistose camicie, agli abbondanti sedimenti per collocarli anche “visivamente” davvero in un’altra era, per molti versi pre-moderna in termini di consapevolezza tecnica e ambizioni coltivabili.

E però. Mai come questa volta convince a fondo proprio la prova di gruppo. Come se dopo vent’anni si stessero finalmente liberando da ogni sovrastruttura per lasciare spazio alla loro essenza, nuda e cruda. Imperfetta, magari, ma sorprendentemente fedele: al tipo di vendemmia, al carattere delle macro-aree e dei cru di provenienza, alla sensibilità interpretativa di vignaioli in diversi casi alle prese con i primi veri imbottigliamenti.

Al di là delle singole riuscite e preferenze, non abbiamo incrociato praticamente alcun vino che fosse meno che integro, scalpitante, vigoroso. Ma come già sottolineato, rispetto alle precedenti occasioni si è manifestato anche un bonus di delicatezza espressiva, coesione gustativa, perfino piacevolezza. Peccato non averli goduti a tavola con adeguato accompagnamento, ma la bevuta si è rivelata pienamente soddisfacente, sotto tutti i punti di vista.

Ennesima testimonianza, se mai ce ne fosse bisogno, di quello che può regalare l’aglianico irpino ai più pazienti dalle mani dei produttori più ispirati nelle migliori annate. Senza che il tempo diventi necessariamente una coperta di Linus o, peggio ancora, l’alibi per giustificare tanti, troppi vini gratuitamente ruvidi, asciuganti, squilibrati, zavorrati. 

E’ evidente che solo una piccola quota di consumatori è disposta ad aspettare lustri e lustri per fruire dei propri acquisti. Ma è altrettanto vero che per certe tipologie viene messo in conto, eccome, un lungo supplemento di attesa: se non altro per non “sprecare” una bottiglia importante prima che si esprima in tutto il suo potenziale. Bordeaux e Rodano settentrionale, Rioja e Ribera del Duero, giusto per citare altre zone associate a rossi austeri e sostanziosi cui viene concessa dai grandi appassionati quantomeno una finestra ventennale, prima di mettere mano alle etichette più prestigiose.

Ovviamente non è un cambio di prospettiva che si costruisce a tavolino. E’ senza altro opportuno e doveroso comunicare con maggiore efficacia i punti di forza del Taurasi, ove lo siano, e tra questi la sua peculiare resistenza al tempo che passa. Tuttavia non basta senza la possibilità di continue prove e controprove pratiche: ogni tanto abbiamo la possibilità di pescare un aglianico ben maturo nelle cantine dei ristoratori più lungimiranti, ma si tratta in generale di proposte isolate, tutt’altro che sistemiche. Se mai avessi un locale, per capirci, non trovereste in carta un singolo Taurasi con meno di 10-15 vendemmie alle spalle. 

Ma forse è proprio per questo che non ho locali né idee sensate su quale sia la strada percorribile per aiutare il principe dei rossi irpini ad uscire dal suo lungo letargo. In compenso posso divertirmi ancora una volta a condividere qualche annotazione sui ’99 maggiormente apprezzati insieme ai compagni di tavola.

PRONTI PER LA HALL OF FAME

Urciuolo – Taurasi 1999
Mastroberardino – Taurasi Radici Etichetta Bianca Riserva 1999
 

La sosta in vetro sembra aver sistemato le cose anche per quel che riguarda la “gerarchia” delle migliori riuscite, guidata dalla strana coppia che si è equamente divisa le preferenze sul virtuale vincitore di serata.

Prodotto con uve acquistate a Venticano e Montemarano, il ’99 di Urciuolo ci mette un po’ a carburare al naso; poi le sensazioni iodate e silvestri impreziosiscono un disegno aromatico già sfaccettato negli apporti di frutto carnoso e radici. Il meglio arriva comunque da una bocca a dir poco autorevole per tessitura sapida e fittezza tannica, appena rallentata dall’opulenza alcolica. Duro come ti aspetti da dall’annata, ma mobile e rifinito, tra l’altro con molta strada ancora davanti.

Il Radici Etichetta Bianca Riserva, invece, ha semplicemente quasi tutto ciò che speri sempre di incrociare in un grande Taurasi contemporaneo. Frutto rosso chiaro e agrumato, giovanile, continuamente ravvivato da approfondimenti balsamici, terrosi e speziati: addirittura una suggestione floreale ad annunciare il sorso puro, infiltrante, setoso. Degnissimo compagno, mi ripeto, dei tanti memorabili Taurasi plasmati dalla cantina di Atripalda per tutto il Novecento.

ALTRE RIUSCITE MERITEVOLI

Caggiano – Taurasi Vigna Macchia dei Goti 1999
Perillo – Taurasi 1999
 

Ritorno agli antichi fasti anche per un altro tandem che non aveva esattamente brillato nei test intermedi, dopo una gioventù sfavillante.

Ciliegia nera, liquirizia e menta, un tocco di cola prima della ricca progressione affumicata e tostata: impossibile non riconoscere l’impronta da Taurasi di Taurasi del Vigna Macchia dei Goti nell’interpretazione “moderna con giudizio” di Antonio Caggiano. Che si conferma nel profilo gustativo morbido e accogliente, più contratto nel finale con tannini un po’ asciutti e una maggiore incidenza del rovere.

E sono limiti di trama presumibilmente riconducibili al legno anche quelli evidenziati dal ’99 di Michele Perillo, quello del debutto (e giocoforza maturato interamente in rovere nuovo). Resta comunque un aglianico di grande fascino nelle suggestioni realmente baroleggianti di piccoli frutti rossi, caramelle balsamiche, erbe medicinali, spezie piccanti, con un sottofondo iodato a guidare la rigogliosa spalla sapida prima della chiusura più brusca e spigolosa. 

Altri buoni/ottimi

Di Prisco – Taurasi 1999
Contrade di Taurasi – Taurasi 1999
Salvatore Molettieri – Taurasi Vigna Cinque Querce Riserva 1999

Bonus track: Tenuta Ponte – Taurasi 1998

Tipicamente Wine Club – Le puntate precedenti

Pillole di Wine Club #1 | Orizzontale Greco di Tufo 2003-2004
Pillole di Wine Club #2 | Orizzontale Fiano di Avellino 2002-2003
Pillole di Wine Club #3 | Orizzontale Taurasi 2000-2001
Pillole di Wine Club #4 | Doppia Verticale Caracci e Pietraincatenata
Pillole di Wine Club #5 | Verticale Barolo Vignarionda Massolino
Pillole di Wine Club #6 | Verticale Patrimo Feudi di San Gregorio
Pillole di Wine Club #7 | Verticale Fontalloro Fèlsina
Pillole di Wine Club #8 | Verticale Montevetrano Silvia Imparato
Pillole di Wine Club #9 | Verticale Tenuta Frassitelli Casa D'Ambra
Pillole di Wine Club #10 | Costa d’Amalfi: varietà, sottozone, interpreti

Pillole di Wine Club #11 | Verdicchio: zone, stili, interpreti
Pillole di Wine Club #12 | Nebbiolo e Alto Piemonte: zone, stili, interpreti
Pillole di Wine Club #13 | Orizzontale Barolo 2004
Pillole di Wine Club #14 | Aglianico del Vulture: zone, stili, interpreti
Pillole di Wine Club #15 | Doppia Orizzontale Taurasi 2003-2004
Pillole di Wine Club #16 | Brunello di Montalcino: zone, stili, interpreti
Pillole di Wine Club #17 | Doppia Verticale Terra di Lavoro-Serpico
Pillole di Wine Club #18 | Doppia Orizzontale Greco di Tufo 2005-2006
Pillole di Wine Club #19 | Doppia Orizzontale Fiano di Avellino 2004-2005
Pillole di Wine Club #20 | Doppia Orizzontale Fiano di Avellino 2006-2007
Pillole di Wine Club #21 | Orizzontale Taurasi 2005
Pillole di Wine Club #22 | Doppia Orizzontale Greco di Tufo 2007-2008

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.