Senza zucchero

Senza zucchero

Ho già detto del mio problemino con le vecchie pubblicità, mi pare. Le ricordo tutte, per filo e per segno: le immagini, i volti, le frasi e i gingle musicali. Tutto. 

Non chiedetemi come saltano fuori dal cervello, io e quell’attrezzo molliccio abbiamo smesso da tempo di essere amici.

Chissà perché, insomma, mentre pensavo alla progressiva invasione dei metodo classico senza aggiunta di zuccheri (i vari Nature, Dosage zero e compagnia), fenomeno che negli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti, mi è tornata in mente questa vecchia reclame del 1989: 

Happydent nasce come linea di chewing gum della famosa Brooklyn, pensata per emanciparsi dal target della casa madre e conquistare un consumatore più sofisticato: “quello degli uomini dinamici che lavorano ma amano anche la bella vita”. Da qui la gomma intelligente “che non si attacca al lavoro del tuo dentista”; per quelli fighi, col macchinone e pieni di donne. Che la sanno lunga, insomma, e curano ogni dettaglio, fino a pretendere di masticare qualcosa adatto a loro, magari anche “senza zucchero”. 

Scherzandoci su, potremmo dire che il target dei pas dosé è più o meno quello, fatte le dovute proporzioni e aggiornata temporalmente la faccenda. Un consumatore sempre più smaliziato che non vuol bersi i pastrocchi dell’industria e odia quel gusto addomesticato fatto apposta per abbindolare le masse (si fa per dire). Un tipo esperto, che sa il fatto suo, alla ricerca della purezza, dell’autenticità e del rapporto più intimo con uve e terroir.

Tutto bello e buono? Ho i miei dubbi. La liqueur d’expedition non è solo un orpello legato ai gusti del passato. La ricerca di una sempre maggiore chiarezza espressiva, così come di un rinnovato equilibrio tra vino e zuccheri aggiunti è un conto, ma a me pare che il fenomeno stia sfuggendo di mano, cavalcato da territori e cantine che semplicemente non possono permetterselo.

Molti Nature, per come la vedo io, non sono all’altezza. Mi capita sempre più spesso di assaggiare vini incompiuti, monchi, decisamente squilibrati e poco piacevoli. Vini a cui manca qualcosa, spesso incapaci di andare oltre un “paradossale formicolio acido” (per dirla alla Luca Santini).    

I gusti cambiano ed è giusto evolvere. Gli Champagne di oggi, ovvio, si allontanano sempre più da quelli della Belle Epoque. Le mode prese in maniera acritica sono però tutt’altra faccenda e rischiano di far imboccare sentieri pericolosi.  

Diverso è quando i percorsi sono meditati, convinti, fondati su basi solide fatte di territorio, competenza ed esperienza. Condizioni che possono dare risultati fantastici. 

Nelle ultime settimane ho frequentato spesso il Brut Nature Zero di Tarlant ed è questo Champagne che voglio prendere ad esempio positivo.  


  
Comincio dalla carbonica, cremosa e perfettamente integrata, capace di veicolare aromi complessi, di lievitati, frutta matura e agrumi, aperti e serrati al tempo stesso. Dalla retroetichetta si capiscono molte cose e il risultato appare comprensibile. Mi soffermo sull’annata, la straordinaria 2008, e sull'uso (a mio modo di vedere magistrale) del vino di riserva. Affinato in legno, credo sia una dei segreti di uno metodo champenoise essenziale quanto complesso e rifinito. 

Ne prenderò ancora qualche bottiglia, tanto alle gomme da masticare ho rinunciato da tempo e il mio dentista lo adora. 

     

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.