Piemontese buono e Cortese

Piemontese buono e Cortese

“E’ incredibile come una cantina che imbottiglia dal ’71 sia considerata una specie di rivelazione del Barbaresco”. 

Gabriele Occhetti, uno della famiglia e ormai perno della Giuseppe Cortese butta là una frase che pare centrare la questione. Non stiamo parlando di principianti eppure questi vini paiono una novità per molti appassionati, almeno a certi livelli e in maniera così intensa.  

Ci sono volute tre generazioni per arrivare? Pare di si. C’è la solita questione dei classici che, a un certo punto, nessuno più voleva. Ma c’è anche, io credo, un percorso di crescita che nelle ultime annate ha puntellato l’identità, la consapevolezza, la costanza e il livello assoluto dei vini Cortese; elevando il marchio al classico – contemporaneo che conosciamo oggi, legato ad una certa idea di tradizione ma perfettamente a suo agio nel presente. 

Deliziosi i Dolcetto, buonissime le Barbera, sono ovviamente i Barbaresco il pezzo forte della casa. Rabajà, per entrare nel dettaglio, cru in cui i Coretse sono azionisti di maggioranza con 4 ettari sui 15 totali. A dividersi il resto nomi mica da ridere che infilo a memoria: Bera, Bruno Giacosa, Bruno Rocca, Cascina Luisin, Castello di Verduno, Produttori del Barbaresco.     

Rabajà e la sua esposizione totale a sud – sud est, i terreni di marne chiare tortoniane, le altitudini che superano i 300 metri. Rabajà Cortese che si traduce in cantina in vini austeri eppure appetitosi, godibili, seducenti. Vinificati tra acciaio e cemento, affinati in botti grandi piuttosto vecchie e lunghi mesi in bottiglia. Molto fedeli alle annate, mi pare. Gli assaggi degli ultimi anni e una recente mini verticale li confermano tra i migliori della zona, per come la vedo io.         

Barbaresco Rabajà 2003 

Sorprendente, in considerazione dell’annata e in assoluto. C’è bosco e sottobosco, è intenso quanto sfumato, con un accenno di nocciola tostata che apre il campo a lamponi e golosi frutti rossi. Attraversata da un elegante sottofondo iodato, ha bocca setosa calda ma non bruciante, con lungo finale di pout pourry. ****

 Barbaresco Rabajà 2005

Noisette, radici, prugne, un tocco di ameretto, prima di un bel ventaglio speziato e di goudron. Naso con buoni accenni terziari, insomma, che si mantengono integri e fini nel calice, oltre che in una bocca morbida e molto coerente. ***

Barbaresco Rabajà 2011

Naso solare, ampio e piuttosto bello, richiami fruttati rossi e gialli, spezie fini a profusione. Bocca di buon succo, leggermente penalizzata nella fase centrale da una punta alcolica di troppo. Finale ampio ma non profondissimo, tra ricordi di composta di frutta e riverberi tostati.*** 

Barbaresco Rabajà 2012

Quale ci portiamo a pranzo, qui e ora? Questo. Vino in perfetto equilibrio, dunque, che potrebbe cedere il passo ad altre versioni, in futuro, ma che ora è difficile da superare. Tutto è al posto giusto. Il dettaglio vegetale appare elegantissimo e abbraccia ribes, melograno e lampi minerali. In bocca è tutto succo, docle e acido al tempo stesso, condito da un tannino saporitissimo e preciso. *****

Barbaresco Rabajà 2013

Conoscevo molto bene anche questo, lo ritrovo in una fase di leggera chiusura. Del millesimo avremo anche la Riserva, dunque qui non c’è il contributo delle viti più vecchie. Deliziosi, anche se un po’ ritrosi, i profumi di lamponi e fragoline, mentre le spezie escono lentamente. In bocca c’è un tocco di pepe molto bello e un’acidità trascinante. Il tannino pare più duro del solito, anche per via di un sorso sassoso che concedere poco, in questa fase, ma che promette meraviglie in futuro. ***** 

Barbaresco Rabajà 2015

Assaggiato più e più volte, è vino che conosco bene e conferma l’idea fatta. Certamente ricco, impattante nei profumi e nella polpa, ha frutto scuro, balsamico, decisamente mediterraneo. Il tutto senza perdere una certa grazia e mantenendo dritta la barra dei dettagli, del sapore e della profondità. Tannino figlio del millesimo, leggermente più largo rispetto alle versioni migliori. ***

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.