La seconda vita di Basilisco: 7 anni in Vulture

La seconda vita di Basilisco: 7 anni in Vulture

Sono abbastanza vecchio da ricordare i tempi in cui si parlava del Vulture più o meno come oggi si parla di Borgogna.

Iperbolizzo, ma nemmeno tanto. Erano i primi anni 2000 e sulle riviste specializzate non mancava quasi mai un articolo a tema. Se ne occupava spesso anche la stampa generalista: il “boom” del vino lucano, gli investimenti in zona di grandi gruppi del centro-nord, i riconoscimenti internazionali. Tutto sembrava disegnare un futuro radioso e la concretezza di un’alternativa alla fabbrica, alle trivelle e all’ennesima ondata migratoria.

Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo *: libro di successo (Gaetano Cappelli) e al contempo slogan perfetto per ispirare in blocco le comunità rurali dell’Appennino Meridionale. Più auspicato che realizzato, a guardare gli sviluppi successivi. Solo episodicamente premianti per i distretti di frontiera, serviti poco e male da vie di comunicazione e infrastrutture. Isolati e periferici, oggi più che mai.

Viviana Malafarina, Vigneto Piano di Croce

E’ qui che si inserisce la “seconda vita” di Basilisco, azienda avviata da Michele Cutolo nella seconda metà degli anni ’90 e rilevata da Feudi di San Gregorio nel 2010-11. Pacchetto completo: vigneti e marchio, che ha dunque inglobato anche le proprietà precedentemente conosciute come “Vigne di Mezzo” e quelle successivamente acquisite da Rino Botte (il ristorante-albergo “La locanda del palazzo” e le parcelle utilizzate per i vini Macarico, battezzati dall’omonima contrada di Barile).

Il contesto, si diceva. Necessario per inquadrare il lavoro portato avanti in questi anni da Viviana Malafarina. Vicenda già più volte raccontata, facile capire il perché: una giovane donna “forestiera”, per brevità ligure, praticamente catapultata da un giorno all’altro al timone, senza esperienze significative nel mondo del vino alle spalle. Inizialmente affiancata da Lorenzo Landi e da Denis Dubourdieu, sempre col supporto di Pierpaolo Sirch, fino a incarnare per davvero spirito e braccia di Basilisco.

Non è certo un inedito, la scena enoica contemporanea è ricca di bravi “autodidatti”: capaci di ritagliarsi importanti spazi di attenzione in poco tempo, pur non avendo studiato da agronomi-enologi o passato l’infanzia nelle tenute di famiglia. Il fatto che accada tra le colline del Vulture, tuttavia, mi pare tutt’altro che casuale. Ulteriore segnale di un comprensorio magmatico, nel senso più pieno del termine. Da almeno un ventennio abituato a traiettorie sinusoidali, costantemente in bilico tra improvvise accelerazioni e altrettanto repentini riflussi, strappi violenti e lunghe – magari solo apparenti – stasi.

Contrada Gelosia – Vigneto Romano

Visitare Basilisco è uno dei modi più rapidi ed efficaci per prendere confidenza con questa straordinaria, complicatissima, frammentazione. I circa 25 ettari vitati (a conduzione biologica) sono interamente collocati nei confini del comune di Barile, ma tra i vari siti risaltano ad occhio nudo grandi differenze, anche a brevi distanze, per quel che riguarda impianti, versanti, esposizioni, composizione dei suoli, microclimi, epoche di raccolta, temperamento dei vini.

Variazioni che il sistema delle Indicazioni Geografiche Aggiuntive (iga) codifica e tiene insieme solo in minima parte. Ogni vigna è un cru e come tale viene trattata in cantina, leggi vinificazioni parcellari e protocolli modulari in rapporto a durata delle macerazioni-fermentazioni e degli affinamenti, età e capienza dei legni, tonnellerie, eccetera.

A partire dalla vendemmia 2012 alcuni di questi esperimenti sono diventati nuove etichette, affiancando quelle “classiche” ereditate dalla precedente gestione (Teodosio e Basilisco) e il Fiano Sophia. Poche centinaia di esemplari per ciascun “single vineyard”: tre al momento (e un probabile quarto in arrivo), da subito capaci di lasciare il segno. 

Contrada Gelosia – Vigneto Fontanelle

Al di là del loro valore “assoluto”, quello che entusiasma è infatti la possibilità di ritrovare da vasca, legno e bottiglia un preciso carattere, riconoscibile e costante. Come a dire: l’Aglianico del Vulture non esiste e nemmeno “quello” di Barile, ma ci sono i Macarico, Piano di Croce, Gelosia-Prete, Gelosia-Romano, Gelosia-Fontanelle, Le Querce su terreno lavico, Le Querce su marna, Le Querce storico, e così via.

Giocando si impara, insomma, con una quarantina di assaggi al posto del Sapientino Clementoni: segue sintesi, si fa molto per dire.

Fiano Sophia

Il rapporto tra bianchi e rossi in Basilicata è grossomodo 1 a 5. Quindi praterie a disposizione per vini come il Sophia, non a caso destinato a crescere in volumi coi nuovi impianti della zona bassa di Gelosia-Romano. 
Lavorato in acciaio, è un Fiano che ha poco senso paragonare con gli omologhi irpini e campani. Da cogliere preferibilmente in gioventù, le versioni 2016 e 2017 rendono bene l’idea dello stile fragrante, nitido, asciutto.

Contrada Le Querce – Vigneto Storico

Teodosio

Per molti versi il “jolly” della gamma, regolarmente menzionato tra i rossi lucani più convenienti per rapporto qualità-prezzo. Il contributo delle diverse vigne cambia in funzione dell’annata e per gli affinamenti vengono tendenzialmente utilizzati legni più vecchi. 
Nelle migliori riuscite il ruolo di “base” gli sta stretto: vale in particolare per il 2014, “dopato” anche dall’apporto di parcelle solitamente destinate al Basilisco e ai cru (non prodotti nel millesimo). Il 2015 in uscita gli è comunque superiore: frutti rossi ed erbe balsamiche, senza fronzoli, sorso disteso e piccante. A scaffale intorno ai 10 euro, è Aglianico ideale da pasto e da mescita.

Cruà

In tutto e per tutto il freak di casa, a partire dal nome: richiamo ludico alla sua natura di “climat” e trascrizione fonetica di “croix”, (Piano di) Croce alla francese. Teoricamente un’iga del comune di Rapolla, invece siamo sempre nel territorio di Barile.
Debutta con la vendemmia 2013 e la sua fisionomia espressiva è già molto ben delineata: impronta terziaria fin dalle prime fasi (sottobosco, infusi, spezie da concia), delicatezza tannica quasi spiazzante in rapporto al vitigno.
Meno di mille bottiglie per la prima annata (esaurita), realmente didascalica per dolcezza di frutto e grazia estrattiva, da risentire più avanti il 2015 (naso in via di definizione, bocca carnosa e vellutata ma per adesso un po’ in debito di sapore). Aspettando una 2016 che scomoderà sicuri paragoni transalpini, non solo per il gioco linguistico.

Fontanelle

Il blocco principale delle proprietà ex Cutolo si colloca in contrada Gelosia, altra iga del settore nord di Barile, al confine con Rapolla. Sono in realtà tre vigne molto diverse dal punto di vista pedoclimatico: Prete e Romano confluiscono solitamente nel Teodosio e nel Basilisco, la parcella più alta di Fontanelle si è conquistata una chance come cru dal millesimo 2013.
Anche in questo caso appare chiaro il suo carattere distintivo, per molti versi speculare a quello del Cruà: naso “primaverile” nella combinazione di frutti rossi, fiori ed erbe officinali, sorso scattante e gioviale, ma non certo sguarnito di contrasti e scheletro.
Alla deliziosa versione di esordio segue un 2015 più dettagliato e rigoroso, ma occhio ai Fontanelle 2016 e 2017 che saranno: un ulteriore crescendo.

Storico

Ci spostiamo sul versante meridionale di Barile, tra i costoni che guardano Ginestra, Ripacandida e Rionero in Vulture. E’ una zona più impervia ed acclive, che rientra nell’iga Le Querce e ingloba praticamente l’intero corpo acquisito da Feudi di San Gregorio ai tempi di Vigne di Mezzo. Compresa la parcella più vecchia, centenaria o giù di lì, che dall’annata 2012 viene destinata allo Storico.
Se Cruà e Fontanelle evidenziano una certa reciprocità, qui sembra palesarsi proprio un altro dna da Aglianico: sempre il più scuro e “vulcanico” al naso, col massimo di densità materica e tannica. Fin troppa nelle prime due uscite, piuttosto imbrigliate nella dinamica di beva; un passo in avanti in questo senso il trittico 2015-2017 (soprattutto quest’ultimo), maggiormente bilanciati – azzardiamo – nel rapporto peso-potenza.

Basilisco

Gli assaggi per singole vigne sono il nostro luna park, ma a volte dimentichiamo che il “miglior vino possibile” (qualunque cosa significhi) è più facile da immaginare dove si può giostrare su molteplici parcelle, a maggior ragione se con caratteristiche complementari.
In altre parole: mi diverto un mondo ad assaggiare i nuovi cru, ma continuo a pensare che l’etichetta più “completa” della batteria sia il “vecchio” Basilisco. E’ il concetto dello château: l’andamento vendemmiale determina la composizione del blend tra i diversi Aglianico lavorati separatamente, prima della lunga sosta in vetro.
Di fatto una Riserva, l’ultimo vino ad essere commercializzato: è in uscita un 2012 tutt’altro che risolto, segnato al naso da timbriche selvatiche e ferruginose, e al palato da tannini piuttosto severi e scorbutici. Sconta in questa fase anche il confronto ravvicinato col 2011, più ampio e complesso negli apporti di frutto nero, spezie orientali, humus, incenso, appena asciugante in finale ma piacevolmente orizzontale, saporito e succoso.
C’è un che di “chiantigiano” nel 2013 in affinamento, nel gioco di radici e balsami quanto nel sorso dritto e grintoso, nobilitato dalla superiore misura estrattiva. Comprensibilmente più ovattato ed indietro, ma altrettanto prospettico, un 2015 solare e setoso.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.