Linguaggio, rubriche e rose di Gorizia

Linguaggio, rubriche e rose di Gorizia

Comunicare è difficile, oggi più che mai. Tra gli errori gravi, a mio parere, quello di usare lo stesso linguaggio con un pubblico differente. Si rischia di non dire niente a nessuno, nella migliore delle ipotesi di farsi capire da pochi.

Anche il mezzo ha un peso e regole di cui tener conto, ovviamente. Non mi sognerei di scrivere un articolo per il Gambero Rosso con lo stesso stile, il ritmo e le lunghezze con cui lo faccio qui. Figuriamoci se dovessi farlo per una testata generalista di ampia e indifferenziata diffusione. 

In tutta onestà avrei proprio voglia di una cosa del genere. Uscire dopo anni dalla nicchia (termine orribile, lo so), dai media specializzati per nuotare in mare aperto, vedendo l’effetto che fa. Una piccola rubrica, niente di che. Roba semplice e di facile fruizione. Tre anni fa ci avevo fatto la bocca e ho anche scritto una specie di numero 1 (numero zero è un altro termine insopportabile, prologo di un sicuro fallimento): una materia prima, un piatto, un vino legati dallo stesso territorio. Una specie di farm to fork con abbinamento; magari uno spunto per mettersi in viaggio.

E’ rimasto per tanto tempo incompleto, o quasi, e alla fine non ci ho nemmeno provato a trovare un editore. Ora che è arrivato il vino giusto, ho deciso di chiudere il cerchio (anche se non ha ancora un titolo). Lo metto qui ma non è stato pensato per qui, come premesso (e come si può vedere facilmente). Message in a bottle 2.0. Chissà. 

 
La materia prima – Tornano di moda le botteghe, le gastronomie, i mercati. Un salto indietro e due in avanti. In Italia, come nelle città più importanti del mondo, la spesa è sempre più local, stagionale, sotto casa. Chilometro zero ma soprattutto chilometro vero, con prodotti dalla filiera garantita, tracciabile, meglio se corta. Trovare la migliore Rosa di Gorizia, dunque, è pratica quanto mai trendy. Si va al mercato coperto della città e si gira tra i banchi. Ce ne sono tre o quattro col prezioso radicchio dai petali vermiglio, coltivato amorevolmente da quando la campagna della zona si copre di un velo di brina fin quasi la primavera seguente.  Prodotta da pochi in modica quantità, la “rosa” viene raccolta, ripulita dalle foglie, legata a mazzi per le radici e portata in ambienti riparati per un paio di settimane. E’ così che matura e assume il suo caratteristico colore, la consistenza croccante,  il tratto saporito ed elegantemente amarognolo.

Il piatto – La Subida è un luogo dell’anima, posto privilegiato per entrare in simbiosi con il Collio. La famiglia Sirk ha creato una specie di microcosmo capace di ospitare e ristorare, consolare e coccolare: le case nel bosco, i sentieri, l’acetaia, l’osteria e il ristorante Ai Cacciatori. I sapori del territorio sono rispettati ed esaltati. Tra questi non può mancare la Rosa di Gorizia che finisce in un uno splendido piatto, accanto a montasio e kren.  Viene scottata in padella con una noce di burro mentre in un piatto si grattugia della mela fresca su cui finiscono le scaglie del formaggio. Chiude una spolverata di radice di kren, favolosa nel dare pulizia ad una ricetta che brilla per i contrasti tra l’acidità della mela e il dolce – amaro del radicchio. 

Il vino – Il vino giusto è un Friulano. Quello che un tempo si poteva chiamare Tocai e ora non più, per una bizzarra sentenza e questioni da burocrati della proprietà intellettuale. Ma l’uva non cambia e il vino nemmeno. Proprio quello de La Subida, firmato dal rampollo di famiglia Mitja, fa al caso nostro. Della prima annata, 2016, ce ne sono 6650 bottiglie. Bianco terragno, di gradevole aromaticità, agile e saporito in bocca, dal finale piacevolmente ammandorlato. 

 

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.