Full Immersion Campania #5 | Fiano di Avellino

Full Immersion Campania #5 | Fiano di Avellino

Quinta serata della Full Immersion Campania by Degustazioni dal Basso: chiudiamo il modulo Irpinia con l’approfondimento a tema Fiano di Avellino.

Ancor più di altre volte ci siamo soffermati sulle zone, i comuni e i cru. Lo consente e in qualche modo lo richiede la rilevante ampiezza ed eterogeneità pedoclimatica dell’areale. Ma soprattutto una piattaforma varietale e stilistica particolarmente adatta a lasciar esprimere i caratteri peculiari dei singoli territori.

Non mi stancherò mai di sottolinearlo, per la maggior parte delle denominazioni campane i nostri lavori di mappatura sono pensati più che altro in prospettiva. Nel senso: ci sono praticamente dappertutto importanti differenze geologiche, altimetriche, eccetera, ma in molti casi restano per il momento sullo sfondo, vini alla mano, rispetto al valore interpretativo. Spesso percepito come derivante più da talento individuale che da plus di distretto.

Per il Fiano di Avellino è invece già realtà e necessità, l’esigenza di collocare le migliori bottiglie in base ai diversi terroir di provenienza. Non servono infatti fenomeni per riconoscere la voce di Lapio o Montefredane, Candida o Summonte. Nomi sempre più familiari al pubblico bevente e in grado di innescare aspettative ben precise sul piano espressivo. Quasi fossimo a Meursault, Puligny, Aloxe-Corton, Chassagne.

Panoramica pienamente soddisfacente da questo punto di vista, dunque. Premesse didattiche sostanzialmente rispettate e almeno la metà dei vini di alto livello. Forse la serata Greco di Tufo è stata più divertente quanto a puro rock and roll, ma nemmeno questa è una novità. Il grande Fiano è Audrey Hepburn, più che Claudia Cardinale. O più James Stewart che Marcello Mastroianni, se preferite. Quell’eleganza che talvolta può bordeggiare l’algidità. Eppure, sollevando lo sguardo dal bicchiere: quanti altri bianchi italici possiamo schierare nella Champions della finezza evolutiva?

Fiano Particella 928 2012 – Cantina del Barone

Cru di Contrada Nocelleto, Cesinali, settore sud-ovest dell’areale.
L’impronta “selvaggia” è sempre lì, quella riconducibile alla fermentazione spontanea che probabilmente gli è costato la fascetta (link). Ma c’è anche molto altro: frutto tonico e solare, spalla rigogliosa, appagante sapidità. Tra i più apprezzati.

Fiano di Avellino Pietramara Et. Nera 2015 – I Favati

Dall’omonima contrada di Atripalda: la si attraversa obbligatoriamente muovendosi dal centro del comune in direzione Sorbo Serpico e la cantina dei Feudi di San Gregorio, settore sud-est.
Nell’ultimo lustro si fa fatica ad individuare una riuscita realmente “minore” e questo 2015 sta confermando tutte le promesse degli esordi: corredo primaverile di fiori, erbe e polline, sviluppo armonico, precisione più che profondità in chiusura. Deliziosamente classico.

Fiano di Avellino 2015 – Tenuta Sarno 1860

Vigna Giardini di Candida, settore nord-est.
Profilo “montano” più accentuato nelle suggestioni agrumate ed officinali, parzialmente disatteso dal sorso grasso e avvolgente: il consueto mix di esuberanza e acutezza a cui ci ha abituato Maura Sarno in questi anni.

Fiano Don Chisciotte 2014 – Zampaglione Pierluigi

Si cambia totalmente zona e registro: l’altopiano di Calitri al confine con la Basilicata, circa 750 metri sul livello del mare e raro esempio di fiano irpino lavorato con macerazione sulle bucce.
Versione meno cesellata e dinamica di altre (2010 e 2013 in testa), “penalizzata” da qualche tratto amaricante di troppo e dalla chiusura un po’ sbrigativa. Ma resta una bella bottiglia didattica per aderenza varietale e applicazione gastronomica.

Fiano di Avellino Tognano 2014 – Rocca del Principe 

Vendemmia di esordio per il nuovo cru di Ercole Zarrella e Aurelia Fabrizio, proveniente dall’omonima località del versante settentrionale di Lapio, settore nord-est della denominazione.
Anche qui prime impressioni di assaggio rafforzate (link): pera, macchia mediterranea, torba, un carattere più maturo, potente e gustoso rispetto a quello che incontriamo solitamente nel “base”. Piacerà parecchio a quelli che al fiano manca sempre un po’ di bocca.

Fiano di Avellino Clos d’Haut e Vigna della Congregazione 2013 – Villa Diamante

Gli ultimi vini firmati da Antoine Gaita: li ricorderemo soprattutto per questo, al di là delle specifiche territoriali (link). 
Coppia entusiasmante, non solo sul piano emozionale. Il Vigna della Congregazione mette tutti d’accordo fin dal primo impatto: giusto un accenno “wild”, nessuna ridondanza affumicata, enorme energia salina, prospettive evolutive decennali.
Comprensibilmente più divisivo il Clos d’Haut, maggiormente imbizzarrito dagli apporti simil lambic o non ouillé. Ma la stoffa sapida è altrettanto vigorosa e coinvolgente: un grande bianco artigiano, nessun altro vignaiolo irpino poteva pensarlo così.

Fiano di Avellino 2014 – Ciro Picariello

Contrada Marroni di Summonte (settore nord-ovest) e Castelloni di Montefredane (settore nord).
In questo caso versione “soltanto” buona, si fa per dire. Sembra mancare un saldo di ampiezza e complessità, brillantemente compensato tuttavia dall’indiscutibile fedeltà espressiva: tipico fiano di montagna, essenziale e asciutto.

Fiano di Avellino 2009 – Guido Marsella

Località Campo di Maio, Summonte, settore nord-ovest.
Per me il miglior Marsella di sempre, e non sarà certo questa occasione a farmi cambiare idea. Bottiglia in forma smagliante, perfino giovanile negli apporti agrumati e balsamici: la ricchezza che talvolta sconfina in pesantezza regala qui spalla e sapore, perfettamente bilanciata dal fitto scheletro nervoso. 

Fiano di Avellino 2006 – Colli di Lapio

Contrade Arianiello, Scarpone e Stazzone di Lapio, settore nord-est.
E’ con riuscite come queste che Clelia Romano si è guadagnata il soprannome di “signora del fiano”. Aromi fioriti e fruttati ancora in primo piano, sorso snello e appuntito, lievissima diluizione alcolica finale: si, i migliori 2006 hanno ancora strada davanti e Colli di Lapio fa parte del gruppo (link).

Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2006 – Villa Diamante

Eccolo, il proverbiale timbro “castagnoso” che spesso viene indicato come “il” sentore che rende facilmente riconoscibile il Congregazione di Villa Diamante. Personalmente non amo le annate in cui è troppo presente: nel 2006 si sta palesando con maggiore staticità rispetto a qualche tempo fa e vale forse la pena di non attenderlo oltre.

Fiano di Avellino 1994 – Vadiaperti

Montefredane, ma soprattutto l’azienda-famiglia (Troisi) che più di tutte ci ha dato la possibilità di scoprire le doti del Fiano di Avellino come autorevole bianco da invecchiamento, grazie anche al profondo archivio risalente a fine anni ’80.
Da cui peschiamo stavolta un ’94 degno sostituto del ’92 inizialmente previsto (in generale più pieno e stratificato, se da bottiglia a posto). Sottile e verticale, classico Fiano da millesimo umido: niente limonata, però, e naso ancora vitale. Sarebbe mancato un pezzetto senza una bottiglia davvero matura, nel senso più bello del termine.

Full Immersion Campania – Le puntate precedenti

Full Immersion #1 | Provincia di Caserta 
Full Immersion #2 | Provincia di Benevento
Full Immersion #3 | Irpinia 1 – Taurasi
Full Immersion #4 | Irpinia 2 – Greco di Tufo

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.