Privato del Monprivato

Privato del Monprivato

Ad ognuno il suo stile e la sua idea di critica. A noi piace raccontare quel che ci piace, tanto per giocare con le parole, evitando gossip, polemiche fumose e stroncature un tanto al chilo. Le delusioni vanno a luci spente, per il dubbio che ci guida e il rispetto di chi fa.

Credo di non smarrire il percorso narrativo, tuttavia, se paleso qua e là alcune perplessità in cui inciampo, avanzando spunti di riflessione che reclamano pareri, controprove e smentite, più che sentenze. Non posso negare, per dire, di avere avuto poca fortuna con i Monprivato di Giuseppe Mascarello, da un decennio a questa parte almeno. Che significa? Tutto e niente, in realtà. In cantina mi è capitato di assaggiare nettari paradisiaci dalle grandi botti di Slavonia, e non nego di essermi abbeverato con sommo godimento da qualche flacone, specie tra quelli più datati. La questione però è un’altra. Le luci, accecanti, è vero, sono spesso emerse da nebbie che mi impediscono un sereno e chiaro sguardo d’insieme. Troppi tappi malefici (o apparentemente tali) e bottiglie sfocate, credo di poterlo dire senza timore di offendere o ledere alcuna maestà.

Questo quello che è successo e succede al sottoscritto. Sfortuna, appunto, e curiosità di sentire altri sulla faccenda. L’ultimo sguardo perplesso, mio e dei miei commensali, è arrivato giusto pochi giorni fa, davanti ai bicchieri di un Monpry 2013 appena versato. Vino che, lo dico francamente, difficilmente avrei riconosciuto come Barolo alla cieca, tanto era aromaticamente scarico e diluito al palato (in termini di sapore, intendo).

Diamogli tempo, dice qualcuno. Sarà una bottiglia, propone quell’altro. Ci mancherebbe, rispondo io; è esattamente quel che sto cercando di condividere. In attesa di future conferme, controprove o smentite, pareri di chi ne capisce e conosce a fondo la materia (sempre ben accetti), stappo allegramente la Barbera Scudetto 2014 della casa. Buonissima, affidabilissima, che non sbaglia un colpo. Lo dico dall’alto delle 24 bottiglie comprate.

 

L’uva matura in una vigna comprata dai Mascarello nel ’91 ma impiantata nel ’98.  A S. Stefano di Perno, comune di Monforte. Il vino è per me riuscitissimo: serio, ferroso, di un tratto minerale originalissimo al naso (il famoso ferro da stiro), capace di durezze e acidità che, tuttavia, non fanno mai mancare il piacere del sorso. Una Barbera che baroleggia, come quelle di altri mostri sacri di Langa? Ni. Ha certamente una complessità fuori scala ma non rinuncia all’idea più immediata, floreale e appagante della varietà da cui deriva. Costa il giusto, questo si, ma nessuna goccia è rimpianta.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.