Sangiovese Purosangue 2017 | I Chianti Classico

Sangiovese Purosangue 2017 | I Chianti Classico

Ormai più che partecipare agli eventi del vino compio dei veri e propri blitz. Incursioni rapide e chirurgiche, poche ore per smentire o confermare le impressioni passate e cominciare a farmi quelle future.

Scappate da commissario tecnico che va allo stadio all’ultimo minuto e parte presto, curante solo dell’indispensabile; una specie di Boniperti che lascia le tribune alla fine del primo tempo.   

L’ultimo stadio è stato quello dell’ormai defunta Enoteca Italiana di Siena, per un evento che invece è vivo e vegeto: Sangiovese Purosangue.

Dalla Fortezza Medicea porto a casa fogli di appunti sparsi. Comincio a sistemarli dall’adorato Chianti Classico, zottozona per sottozona, riservandomi di mettere mano agli altri in futuro.     

Eccoli:

Da Greve – Montefioralle, buone impressioni sull’evoluzione stilistica dei vini di Villa Calcinaia. Il Chianti Classico ’14** è giustamente nervoso ma ben ricamato da piccoli frutti rossi, la Gran Selezione Vigna Bastignano*** di pari annata più materico, speziato e boschivo ma ugualmente infiltrante.

La sottozona Lamole, in realtà capace di disegnare un terroir a sé stante, mostra un Fontodi Filetta ’14*** meno tostato rispetto alla versione d’esordio. Vino intrigante che fa pensare a un village borgognone: silvestre, lievemente foxy, certo non immenso e con un sorso che frena nel finale ma nel complesso centrato. Molto curioso di sentire cosa ci dirà il 2015. Più aperto, su toni di rosa e fiori secchi il Chianti Classico ’14 di Castellinuzza**, saporito e affilato come d’uopo.

Panzano, stesso comune ma storia opposta. Trovo ancora una volta deliziosi i vini Monte Bernardi, lontani dalle ridondanze estrattive e fruttate di molti colleghi di zona. Rossi che mi rapiscono per l’impronta aromatica terragna e floreale, molto autentica, per il sorso scaltro quanto denso di sapore e i toni sassosi. In particolare il Retromarcia ’15***** che, a dispetto del nome, scatta in avanti e tira la volata come pochi. Lo voglio.  

In Val d’Elsa il Poggio di Monsanto ‘13****, capostipite dei cru chiantigiani, ha qualche esuberanza tostata giovanile e un tannino marcato. Niente paura, come al solito il vino uscirà alla distanza, quando il tratto ematico – minerale non farà più solo capolino. E’ già splendida, invece, la Riserva Borro del Diavolo ‘13 Ormanni****, avvolgente e delicata, giusto un pizzico tannica ma dal fantastico sapore chiantigiano.   

E veniamo all’attesissima Radda, forse la menzione più à la page di tutta la denominazione.  Mi è piaciuta la Gran Selezione ‘13**** di Castello di Radda, un classico – contemporaneo succoso e verticale, impreziosito e mai appesantito da una sensazione tostata in via di integrazione. Continua a brillare la stella della giovane vignorenne Angela Fronti, una specie di Cécile Tremblaly chiantigiana che sta portando la sua cantina, Istine, nel firmamento delle migliori. Il Chianti Classico ’15**** è un goloso tripudio di frutti rossi e neri, sensazioni di macchia e cenni balsamici. Mi è sembrato interessante anche il 2015 de L’Erta di Radda, azienda che conosco poco ma capace di un vino dal tratto scuro, mediterraneo, ricco di liquirizia e spalla. Da riassaggiare tra un po’. Superiore a test del passato il Chianti Classico Castello di Monterinaldi ’14***: sfumato, autunnale, rigido ma saporito nell’intelaiatura tannica.

Ecco ora alcuni dei vini più buoni dell’intera degustazione. Il duo meraviglia firmato Montevertine mi permette di tornare su un Pian del Ciampolo ’15***** che, come avevo già detto, fa superare la sua proverbiale sindrome, tanto è appagante e compiuto (segno che le annate temperate fanno bene a questa etichetta, come dimostra un 2007 pimpante e in piena forma). Montevertine ’14**** se la cava, considerando le magrezze del millesimo. Gioca coi fiori e il fioretto, compone con la materia che si ritrova. Alla fine la spunta ma le grandi annate sono altra cosa. Scintillante il Chianti Classico Val delle Corti ’15*****, altro vino che non posso fare a meno di avere in cantina. Ha frutto dolce e rigoglioso, con la tipica sfumatura gialla dei sangiovese maturi, ma è letteralmente trascinato da una vibrazione acida dirompente. Vino di spalla, di buon abbraccio alcolico e finale siderale. Prenderà ancora po’ di sapore con la sosta in bottiglia e allora sarà puro godimento.

Scendendo verso la parte bassa di Castellina, segnalo luci nuove a Bibbiano. L’azienda è di quelle centrali nella storia della zona, capace di marcare una precisa riconoscibilità dell’areale di pertinenza. Col Chianti Classico 2015*** i fili del passato sembrano cominciare a riannodarsi. Vino territoriale, maturo ma dettagliato, palato dinamico quanto ricco di succo, tutto sommato agile anche se l’alcol finale fa capolino (del resto anche questo è definibile come territoriale, a mio parere). Su un altro versante del comune, splende la stella Villa Pomona, con menzione particolare per il Chianti Classico 2015*****. Lo comprerò di sicuro: profuma di terra, rugiada e ciclamini. Un inno alla primavera, al risveglio e alla gioia di vivere; brillante e sfumato in bocca, viaggia su coordinate di sapore che rinunciano a qualsiasi orpello materico. Forse il vino più nelle mie corde dell'intera degustazione.

Chiudo con Castelnuovo Berardenga. Brevemente, purtroppo. Sarà che erano gli ultimi della lista, o forse che mancava qualche fuoriclasse della zona, sta di fatto che nessun assaggio mi ha folgorato. “Sarà forse perchè è storia, sarà forse perchè invecchio”, come dice Guccini, ma vorrei tanto ritrovare “quello che provavo prima” in un bicchiere di Rancia o Fontalloro.       

 

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.