Full Immersion Campania #2 | Provincia di Benevento

Full Immersion Campania #2 | Provincia di Benevento

Prosegue la Full Immersion Campania featuring Degustazioni dal Basso: seconda serata, tutta incentrata sui vini del Sannio. 

A seguire come di consueto il “verbale sintetico” delle impressioni condivise dal gruppo di assetati sui 12 assaggi.

1. Sannio Taburno Coda di Volpe 2015 – Fattoria La Rivolta

Pulito, ordinato, risolto: impatto “freddo” (frutto bianco ghiacciato, erba falciata), sviluppo solare (albicocca matura, centro bocca grasso), evoca l’uomo bukowskiano con testa nel forno acceso e piedi nel freezer, statisticamente a posto.

2. Falanghina del Sannio Preta 2016 – Capolino Perlingieri

Fuori dalla sala è (finalmente) autunno, ma per un attimo ci ritroviamo tutti in costume e infradito. Aleggiano proiezioni, o desideri, di: stabilimento balneare, spaghetti allo scoglio, capresi, pinte di aperitivi al tramonto che vanno e che vengono, per usare le libere associazioni dei compagni di bevuta.
E’ bianco didascalicamente primaverile nei richiami di fiori, polline, linfa, albedo (sia chiaro, non sapevo si chiamasse così la parte bianca del limone), che si fa sinesteticamente estivo al sorso. Nel senso di affilato ma non crudo, leggero ma non efebico, spensierato, salino, dissetante.
Sta mantenendo le promesse annunciate a fine marzo (link), pressoché all’unanimità sul podio di serata.

3. Falanghina del Sannio Fois 2015 – Cautiero

Che altro aggiungere a quanto socializzato più e più volte? (link, link e link)
«Fratello più “grosso” del Preta»
«Intensità diversa, texture più spessa»
«Compagno di tavola»
«Scoglio, affumicato, salato»
«Champagnoso, sulfureo, austero»

Integrazioni sacrosante, amici di bevute: la Falanghina di Cautiero a ben vedere ci piace un po’ per le stesse ragioni.

4. Falanghina del Sannio Sant’Agata dei Goti 2015 – Mustilli

Qua la platea si spacca, e non è certo la prima volta con il classico dei classici; quello da cui tutto è (ri)partito grazie al lavoro di Leonardo Mustilli (e famiglia), scomparso da pochi giorni.
Descrizioni simili, sintesi antitetiche: riservato, (apparentemente?) semplice, delicato. «Si può dare di più», canta la tribuna Monte Mario. «Lo vogliamo così», risponde la Tevere intrigata da quel che sembra venir fuori aspettando e scavando.
E’ lo stile sottrattivo, bellezza, e tu non puoi stabilire torti e ragioni. Una cosa è comunque sicura: la falanghina tuttifrutti, ammicante e inoffensiva, non abita e non ha mai abitato a Sant’Agata de’ Goti (link).

5. Falanghina del Sannio Svelato 2015 – Terre Stregate

«Tuta mimetica militare», condivide una delle assaggiatrici più ispirate del gruppo. E a me pare una sintesi decisamente felice nella sua apparente bizzarria per la Falanghina simbolo della famiglia Iacobucci.
Che, come spesso accade, riesce a mettere d’accordo sensibilità anche molto diverse: col sorriso esotico e il rimbrotto muschiato, l’onda nocciolata e la risacca agrumata. E’ bianco di lotta e di governo: rotondo, verticale, soffice, teso, saporito, equilibrato, contrastato, tutto insieme.

6. Falanghina del Sannio Taburno 2010 – Fattoria La Rivolta

Materiale didattico per il dibattito “La Falanghina può invecchiare?”
Certo che sì, spiega in due parole: polvere da sparo, frutto giallo polposo, erbe balsamiche e nessun cedimento strutturale.
Deve? Qui la mozione unitaria non arriva a destinazione. Per qualcuno una 2010 così integra apre finestre inedite di ragionamento, in altri prevale il dubbio che la sosta in bottiglia non abbia aggiunto pezzi “decisivi” al suo plot giovanile.
Io, da buon extraparlamentare di centro, mi ritrovo nel mezzo a condividere molti dei pensieri già segnalati qui: link.

7. Sannio Barbera 2016 – Vigne Sannite

«E’ un tipo». Riferito al ragazzo o alla ragazza che l’amico di turno voleva presentarci, già sapevamo che non ci saremmo poi trovati al cospetto di Brad Pitt o Charlize Theron. Per lungo tempo ha funzionato allo stesso modo con i vini “divertenti” o “gastronomici”.
Ma le cose cambiano alla svelta nell’enomondo e certe definizioni non costringono più alla difensiva, tipo postille da contratto telefonico. Ennesima dimostrazione arriva dalla Barbera del Sannio (o Sanbarbato) 2016 di Vigne Sannite (link): classico rosso da picnic, quasi sfacciato nella sua aromaticità floreale e fruttata senza tuttavia diventare mai monocorde grazie agli apporti di tabacco, ginepro e pepe.
Piacevolmente ammandorlato, goloso e facile da bere, nessuno gli chiede capriole o effetti speciali e alla fine sono tutti contenti di questo intermezzo autenticamente “telesino” che precede la batteria degli Aglianico.

8. Sannio Sant’Agata dei Goti Piedirosso Artus 2015 – Mustilli

Più che intermezzo, si tratta in questo caso di trailer: chiacchiereremo di Piedirosso (e ne berremo copiosamente) nella serata dedicata alla provincia di Napoli, intanto prendiamo confidenza con la tipologia campana maggiormente cresciuta negli ultimi anni quanto a considerazione di critica e pubblico.
L’interpretazione di Mustilli si conferma didascalica nel tratto varietale e territoriale: frutti di bosco, geranio, pepe, più vigorosa e mordente di come ne troveremo tra Vesuvio e Campi Flegrei.

9. Aglianico del Taburno 2014 – Nifo Sarrapochiello

Frutto nero fragrante, terroso, progressivo: un piccolo gioiello, considerando prezzo e millesimo, non certo il più semplice per la denominazione sulla carta.
Oltretutto ideale prosecuzione del discorso avviato con i due vini precedenti, leggi naturalezza espressiva scevra da velleità dimostrative, suggerisce qualcuno. E sono pienamente d’accordo.

10. Aglianico del Taburno 2013 – Fattoria La Rivolta

Bottiglia non felice, condizionata da un’insistita traccia “gassosa” e tannini troppo asciutti. Sensazioni probabilmente derivanti da un tappo subdolo: peccato, perché alla luce di precedenti e ripetute prove (link) voleva essere un esempio didattico di Aglianico del Taburno rilassato e caratteriale .

11. Aglianico del Taburno Vigna Pezza la Corte 2011 – Ocone

Si può parlare di sorpresa quando c’è di mezzo una delle poche aziende regionali davvero “storiche”? Fatto sta che una versione così riuscita per il cru di Aglianico della famiglia Ocone fatico a ricordarla: spuntano fuori reazioni come “aristocratico”, “fine”, “armoniosamente classico” e non sarò certo io a contestarle. Da un’annata a dir poco complicata come la ’11, peraltro.

12. Aglianico del Taburno Bue Apis Ris. 2004 – Cantina del Taburno

Perfettamente fedele alla sua fama di vino per molti versi paragonabile solo a se stesso. Nel “bene” (stoffa transalpina, seta tannica, profondità monastica) e nel “male” (prepotente impronta pirazinica, un certo minus di contrasto e nerbo).
Infatti diventa “la” bottiglia della serata per alcuni, solo un’eco di lontane ere enoiche per altri: non è la prima e non sarà l’ultima volta che accade, quando c’è di mezzo il Bue Apis.

Full Immersion Campania – Le puntate precedenti

Full Immersion #1 | Provincia di Caserta

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.