Se il cabernet franc sa di edera

Se il cabernet franc sa di edera

Quasi mi vergognavo a dirlo, specie ad un enologo competente e affermato. Però non ho resistito e davanti a quel bicchiere rosso scuro mi sono sbottonato:

«Lorenzo, non ridere ma io ci sento l’edera. Si, lo so che è una sciocchezza, che l’edera non profuma e che certo non l’ho mai mangiata, ma non posso farci niente, a me il cabernet franc fa pensare all’edera».

«Dici sul serio?»

Il Landi mi guarda fisso, quasi scioccato, e io penso a una valanga di pernacchie. «Incredibile. Sai che lo diceva sempre anche il professor Dubourdieu?». «Ma cosa?» gli rispondo. «Che il cabernet franc sa di edera. Anche lui la trovava una cosa strana eppure quando sentiva vini di questo tenore erbaceo era la cosa che tirava fuori per prima. Edera!»

Boh. Certo è che il cervello allude, si muove per assonanza, fa collegamenti apparentemente strani quanto utili. Anche nell’assaggio del vino. Ci racconta quel che può, decifrando la realtà con gli strumenti che si ritrova.

Ecco perché non mi accodo ai sempre più numerosi detrattori dei riconoscimenti; a quelli che sghignazzano e trovano ridicolo sostenere che quel bianco sa di mare o il rosso appena versato di resine e lavanda. Senza cadere nel ridicolo, ovviamente, o forzare troppo la mano, si capisce. Però trovo utile catalogare quel che sento, provare a inquadrarlo, relazionarlo a qualcosa di conosciuto e comprensibile in modo da aprire un dialogo.

Tentativi di costruzione di un linguaggio comune. Qualcosa che ci permetta di affrontare la questione, se non oggettivamente, in maniera allargata e condivisa, senza rimanere ancorati all’inafferrabile mi piace o non mi piace, macigno sul nascere di ogni possibile ragionamento o dibattito.   

La vedo così. Poco importa che il legame tra stimolo, sensazione e percezione sia a maglie più o meno larghe. Stiamo cercando di costruire una ponte lessicale, non di rivelare la verità assoluta. La ciliegia non profuma di niente, è vero. Eppure la usiamo di continuo nella descrizione aromatica di certi vini rossi. Un problema? Non credo, a patto di intendersi sulle motivazioni e i significati.

Non mi ritrovo nelle descrizioni di un vino condite da millanta spezie sconosciute, frutti tropicali mai sentiti prima e licheni che nascono solo nell’arcipelago delle Svalbard. Eppure sono anche in disaccordo con i giacobini del linguaggio classico; di quelli che trovano vecchio tutto quello che sentono e leggono. Il giovanilismo della parolaccia, il rock and roll della comunicazione del vino che dice tutto per non dire niente, avvinghiata al solito storytelling che può fare a meno di narici e papille. 

Tutto è perfettibile e migliorabile. Le lingue sono in continua evoluzione e quelle immobili muoiono. Diventare muti o strillare frasi incomprensibili, però, non mi pare un gran segno di progresso.   

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.