Pecorino Casadonna 2015 | Feudo Antico

Pecorino Casadonna 2015 | Feudo Antico

Si fa presto a dire “vino della casa”.

Quando ero giovane, coi compagni di gozzoviglie si sceglieva lo sfamatoio anche e soprattutto in base a quello. Motivo per cui nove volte su dieci barattavamo senza rimpianti la fisiologica voglia di novità con la sicurezza della via vecchia. Che ad Avellino e dintorni significa in primis il mitico Valleverde alias Zì Pasqualina: dipendenza da polpette e soffritto a parte, nessun locale della zona offriva sfusi all’altezza di quelli personalmente lavorati ad Atripalda da Sabino Alvino e suo padre. Oppure Lo Spiedo a Lago Laceno, che spillava a 3.000 lire il litro aglianico di Montemarano per antonomasia, quello di un Salvatore Molettieri “ante litteram”, non ancora entrato nella scuderia di Marc de Grazia né sulle rotte dei guidaioli premianti.

Negli anni a seguire, poi, è diventato perfino più difficile scovare indirizzi di questo tipo, almeno dalle mie parti. Le nuove aperture dovevano avere solo vini imbottigliati e liste formato enciclopedia, pena boicottaggio mediatico. Mentre nelle “vecchie” osterie si continuava a servire allegramente presunti nettari contadini da 4 di volatile.

Solo in periodi recenti il vento è ri-cambiato. Contrordine compagni: il locale “giusto” esibisce carte decisamente più maneggevoli e magari una bella selezione di sfusi. Il quartino di Trebbiano e Cerasuolo da Loreto Aprutino come Despacito dell’estate 2017. E per i meno fortunati comunque molte più chance di pescare la damigiana riempita presso aziende di riconosciuto valore produttivo. Complici i portafogli più leggeri e le norme sulla sicurezza stradale: successo del modello outlet applicato al vino, semplificando.

Ma è già tempo di ulteriori evoluzioni. Aumentano i locali, a prescindere da filosofia di cucina e ambizioni, che propongono bottiglie realizzate appositamente e spesso in esclusiva da cantine-partner. “Signature wines”, direbbero a New York, ma è una tendenza che abbraccia l’intero comparto beverage: basti pensare alle tante collaborazioni nate in questi anni tra pub e birrifici. Oppure vermouth, liquori, addirittura succhi ed estratti, ricettati ad hoc dal patròn o cuoco di turno per la propria clientela.

Si configura per molti versi come sottocategoria a parte il progetto che dà forma ad uno dei bianchi più entusiasmanti incrociati nelle ultime stagioni. E’ il Pecorino Casadonna di Feudo Antico *, piccola realtà cooperativa nata nel 2008 che tiene insieme circa 20 ettari condotti da una cinquantina di soci in area Tullum, Colline Teatine.

Tra i conferitori ci sono i fratelli Niko e Cristiana Romito, che nel 2011 decisero di trasferire il loro Reale (primo ristorante abruzzese ad ottenere le tre stelle Michelin) da Rivisondoli a Castel di Sangro. Nuovo quartier generale che ospita nei circa sei ettari della tenuta anche il resort, la scuola di cucina, il frutteto, il giardino di erbe aromatiche-spontanee e, appunto, il vigneto sperimentale.

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Coltivato principalmente a pecorino (con quote residuali riservate a riesling, veltliner, sylvaner e pinot nero), si colloca a circa 860 metri sul livello del mare in uno scenario dichiaratamente appenninico. Una delle parcelle più estreme della regione: vero e proprio cru di montagna, non a caso lavorato separatamente in cantina con fermentazioni spontanee e affinamenti intorno ai sei mesi in vecchi fusti di acacia. Meno di 1.000 bottiglie per la 2013, vendemmia “ufficiale” di esordio. Qualcuna in più per la 2015, l’ultima in commercio.

Buona parte delle quali stappate a metri zero da Gianni Sinesi, sommelier del Reale Casadonna: vino della casa nel senso letterale del termine. E che vino. Tripudio di fiori, droghe, agrumi prima dell’esplosione rocciosa e iodata di erbe fluviali, scogli, frutti di mare. Colonna sonora di un sorso tridimensionale, snello ed acuminato ma non certo sguarnito di spalla orizzontale. Molto più che salato, presumibilmente con qualche lustro davanti per crescere ancora e spiazzare quelli che il grande bianco è solo franco-teutonico, o giù di lì.

Servono una quarantina di euro a scaffale, li vale fino all’ultimo centesimo.

Crediti foto di apertura: abruzzoservito.it

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.