Pievalta | Sale sale e non fa male

Pievalta | Sale sale e non fa male

Immagino l’attesa spasmodica, unita a una malcelata e crescente preoccupazione. E’ quasi metà luglio e non ho ancora parlato di moscioli.

Voglio tranquillizzare i miei lettori e gli analisti che gli stanno accanto, sono ovviamente andato a testare le cozze selvatiche più eccitanti dell’Adriatrico e posso dire che siamo in presenza di un’altra ottima annata, ricca di molluschi carnosi e saporiti.

La pappatoria, tenutasi a puro scopo di indagine e approfondimento, è stata effettuata da Marcello, sulla baia di Portonovo, un giorno qualunque di fine maggio. Decisione repentina e non meditata, la gita ha colto il sottoscritto e i suoi strampalati amici in netto anticipo sulla tabella di marcia per il pranzo, tanto da consigliare una sosta propiziatoria dalle parti di Maiolati Spontini.

Una telefonata e via, in men che non si dica la ciurma si è ritrovata da Pievalta, calici alla mano, a provare uno a uno i nuovi millesimi dei Verdicchio di casa.

Operazione che consiglio vivamente di emulare, specie a quelli con auto dal portabagagli generoso. La cantina sforna vini deliziosi, di crescente identità, che le zavorre d’immagine con cui la denominazione dei Castelli di Jesi è ancora alle prese permettono di acquistare a due spicci. Almeno in considerazione delle cifre che girano per robe assai meno entusiasmanti.

Pievalta è la dependance della franciacortina Barone Pizzini, condotta da Alessandro Fenino e Silvia Loschi, catapultati in loco dalla casa madre fin dalle origini del progetto. Ha vigne in entrambi i versanti dell’Esino, condotte con metodi agricoli biodinamici, e anche in cantina il lavoro è poco interventista.

Vini artigiani, dunque, capaci di traghettare nei bicchieri i territori di provenienza delle uve, ad alto tasso di personalità ma di impeccabile pulizia.

Il semplice Verdicchio Classico Superiore 2016, una sorta di vino d’ingresso dall’inconfondibile etichetta verde, è buonissimo. Fresco e agrumato, se ne può godere senza pensieri.

Tra quelli che più sono cresciuti di recente, invece, il San Paolo merita la copertina. Se doveste intercettare un 2013 non fatevelo scappare: è uno dei bianchi italiani che più mi hanno colpito negli ultimi mesi, in forma strepitosa.

Proviene dalla località omonima, sulla riva destra del fiume, caratterizzata da forti pendenze e suoli di arenaria. Un vino letteralmente energetico, tridimensionale, sintesi perfetta tra le doti sapide e quelle acido – verticali di cui la varietà è capace, almeno nei casi migliori. Una meraviglia, con o senza i moscioli.
         

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.