Bere meno, bere meglio?

Bere meno, bere meglio?

Settimane di assaggi e relativo aggiornamento dell’archivio iniziato nel 2003.

Gioco con le colonne excel per verificare se i numeri suffragano una sensazione empirica che mi accompagna sempre più nelle ultime ricognizioni annuali. E cioè che la quantità di vini testati nelle varie sessioni definibili come scarsi, scorretti, imbevibili (scegliete voi l’aggettivo) non è mai stata così bassa. 

La scoperta dell’acqua calda, ne convengo, a maggior ragione se pensiamo a come si modifica nel tempo la “grammatica” enoica e il concetto stesso di difetto organolettico (Antonio ne parlava recentemente qui: link). Ma fa ugualmente una certa impressione confrontare il dato preciso. Fissando a 70/100 la soglia di punteggio medio che divide i buoni dai cattivi, passatemi la forzatura, nei miei primi anni di lavoro la percentuale di etichette con valutazioni inferiori variava tra il 17 e il 23%, nell’ultimo lustro siamo tra il 5 e l’8

Uno scarto che sembra oltretutto trasferirsi nella parte medio-alta della piramide: nel quinquennio 2003-2008 spuntavano voti superiori agli 80/100 circa il 25% dei vini degustati, nella finestra più recente viaggiamo sul 35-40. O il metro di giudizio si è ammorbidito oppure è cresciuto il livello medio del “gruppone” interessato a promuoversi. Quello di cui si chiacchiera solitamente poco quando escono le liste dei premiati, ma che rappresenta il serbatoio principale di bottiglie stappate nel “mondo reale”.

Magari sono vere entrambe le cose, ma non è questo il punto. Ragionando in termini di “big data”, potremmo facilmente concludere che nel corso degli anni sono aumentate in maniera esponenziale le chance di pescare una “buona” bottiglia prodotta in Italia. Non solo per i cosiddetti “appassionati evoluti” alla ricerca di specifiche denominazioni, etichette, menzioni geografiche, vigne, vendemmie, aziende, eccetera. Ma anche per l’amico o il parente guidato da una certa “casualità” nei propri comportamenti di acquisto.

A me pare decisamente una buona notizia. Specialmente se la medesima proporzione è rispettata nell’offerta disponibile in luoghi e mercati lontani da quelli di origine, decisivi per la sopravvivenza del comparto. Dove la selezione è fisiologicamente meno condizionata dai dettagli territoriali o millesimali: se bere italiano vuol dire in generale bere bene, forse il lavoro da fare non è così arduo come spesso ce lo raccontiamo.

Tutto meraviglioso, allora? Certo che no. Il rovescio della medaglia è uno scenario a conti fatti piuttosto statico alla casella “vini imperdibili”. E’ sempre una questione di numeri: nel momento in cui il nostro potere di acquisto viene eroso giorno dopo giorno, non possiamo far altro che diventare ancora più selettivi mentre spendiamo i nostri soldi. Proviamo semplicemente a liberare risorse per le bevute davvero indimenticabili, individuando quelle di cui possiamo fare a meno.

Al termine di ogni ricognizione faccio sempre la stessa domanda ai miei compagni di viaggio: quanti e quali vini, fra i 400-500 assaggiati insieme, vorremmo ritrovare a tutti i costi stasera, domani e dopodomani? Di solito ne tiriamo fuori 4-5 quando il test è stato particolarmente positivo, molto più frequentemente ci accordiamo su non più di un paio di nomi. Non è una quota così piccola come potrebbe sembrare, ma trovo legittimo e perfino doveroso invocarla più ampia e diffusa. Il mercato, in fin dei conti, siamo anche noi: già attrezzati per le bevute quotidiane, abbiamo tutto il diritto di cercare solo il meglio per le grandi occasioni.

Crediti foto di apertura: mark-up.it  


 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.