Antropoli | Casavecchia 2016

Antropoli | Casavecchia 2016

I numeri parlano chiaro (link e link): nel mondo si produce più vino di quanto se ne consumi, non da oggi.

Un surplus particolarmente evidente nei distretti “storici”: per capirci, il mercato italiano assorbe meno della metà di quel che trasforma (poco più di 20 milioni di ettolitri nel biennio 2014-2015, a fronte dei circa 44 di produzione media annuale). E lo scenario non muta più di tanto in Francia (27 milioni di Hl consumati e media produttiva di poco superiore ai 46) o in Spagna (10 milioni di Hl che restano sul mercato interno, meno di un terzo dei 37 totali).

Lo sappiamo, il comparto enoico del Vecchio Mondo resta più o meno in piedi soprattutto grazie ai Paesi dove le proporzioni si invertono. Stati Uniti (che produce circa 21 milioni di Hl annui e ne consuma 31), Germania (meno di 10 milioni di hl trasformati a fronte di circa 20 bevuti), Cina (11 milioni di hl mediamente prodotti rispetto agli oltre 16 milioni consumati). Senza dimenticare quei mercati alimentati quasi esclusivamente con le importazioni, come Regno Unito o Russia.

Tendenze che appaiono sostanzialmente irreversibili, con effetti ormai manifesti a tutti. Per farla breve: una selezione darwiniana che premia le tipologie più note al pubblico “mondiale” e condanna all’oblio quelle per varie ragioni incapaci di farsi cercare fuori da un ambito strettamente locale. E’ un conto a somma zero. Il che vuol dire che, per ogni pezzo di Pianura Padana riconvertito a glera da Prosecco, una vigna presto o tardi viene espiantata da un’altra parte della penisola. Molto spesso in aree interne di radicata tradizione agricola nei fatti ignorati dalle principali rotte commerciali e turistiche.

Ci pensavo l’altra sera tornando da Pontelatone, sede del Casavecchia Wine Festival (link), dove ho guidato un piccolo laboratorio di approfondimento sul vitigno casertano. Al di là dei singoli assaggi, mi ha colpito una volta di più il legame, prima di tutto affettivo ed umano, che si manifesta tra le comunità del Medio Volturno e un vino praticamente sconosciuto oltre i confini campani. Nonostante le origini semi-mitologiche e il complicatissimo lavoro di recupero degli ultimi 20-25 anni, è ancora il bicchiere di rosso che le famiglie contadine della zona condividono come benvenuto. Fuori da ogni retorica passatista: un pezzo di identità.

«Sì, ma fino a quando?», mi chiede il signor Prisco, che trasforma una piccola parte del suo casavecchia e conferisce il resto delle uve ad una cantina della zona. «Non ci copro nemmeno le spese per i trattamenti», aggiunge: una storia sentita mille volte in questi anni, niente di nuovo sotto il sole, eppure la chiosa mi destabilizza lo stesso. «Vorrà dire che il vino per casa ce lo compriamo al supermercato, ci conviene di più»; come a dire, l’autoproduzione per consumo familiare può rappresentare una necessità ma anche un lusso, a seconda delle prospettive.

Per quanto apodittico e brutale suoni, un sistema come quello in cui siamo immersi mani e piedi non se li può permettere a lungo andare certi vini-vitigni. A meno che non inizino a sbarcare frotte di viaggiatori fra Pontelatone e dintorni. Oppure non diventi consuetudine a Londra, New York e Shangai stappare obbligatoriamente un bel casavecchia, che so, quando compare a tavola sua maestà il porco.

Niente lacrimevoli nostalgie, sia chiaro, solo una semplice presa d’atto. Come sottolinea con grande efficacia l’amico Mauro Erro (link), la provincia italiana si trasforma in periferia e diventano sempre più sfumati i contorni fra ciò che appare come movimento di resistenza e quelle che finiscono per assomigliare maggiormente a forme di accanimento terapeutico. Cosa sia giusto e cosa sbagliato nessuno è in grado di stabilirlo, di sicuro qualcosa avremo perso tutti il giorno che il signor Prisco mi accoglierà con un bicchiere di vino in brik.

Crediti foto: italiaverace.it

Anche per questo, se devo scegliere una sola bottiglia, mi porto via da Pontelatone il Casavecchia 2016 di Carmine Antropoli e Lucrezia Cicia. Vino tutt’altro che perfetto formalmente con le sue pungenze ematiche e le sberle quasi mostose ad imbizzarrire il sorso. Ma anche la cosa più simile nel profilo ai rossi incontrati girovagando tra le campagne e gli agriturismi della zona. 

Lavorato in acciaio e commercializzato a pochi mesi dalla vendemmia, è realizzato dalle parcelle di Cerri Morti e Cervareccia. Il rosso di punta dell’azienda è la selezione “50”, ma sarebbe fuorviante etichettarlo come “base”: un delizioso casavecchia da merenda, senza ansie da prestazione, ancor più godibile a temperatura da rosato.

Foto: Casavecchia Wine Festival
 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.