In Champagne senza Champagne

In Champagne senza Champagne


L’idea ci frulla in testa da diversi anni, magari prima o poi riusciremo a realizzarla. Di che si tratta? Una mezza follia: andare in Champagne e non assaggiare neppure uno Champagne.

Va beh, detta così sembra anche più stramba di quel che è. In realtà vorremmo solo scrive un pezzo sui Coteaux Champenois, i vini fermi della regione.

Roba piuttosto rara, si capisce, che ricade nell’omonima denominazione, a partire dalle stesse varietà utilizzate per gli champenois: pinot noir e meunier per i rossi, chardonnay per i bianchi. Ci sarebbero anche i Rosé des Riceys, ma non vorremmo abusare della pazienza di nessuno.

A dire il vero sono soprattutto i primi ad averci incuriosito, specie da quella volta in cui passammo un fantastico pomeriggio da Egly – Ouriet, ormai affermatissimo produttore di Ambonnay, mettendo il naso in tutte le sue bottiglie e in una sorprendente barrique di pinot noir vinificato in rosso. Lo stesso che sarebbe diventato, pochi mesi dopo, la Cuvée des Grands Côtes 2005 (quel vino non piacque solo a noi, per la cronaca; la mitica guida verde de La Revue du Vin de France gli appioppò un perentorio 19/20).

In attesa del grande giorno in cui li assaggeremo tutti sul posto, non me ne sto con le mani in mano ma procedo per graduali quanto convinte tappe di avvicinamento alla comprensione dell’appellazione.

Pochi giorni fa, per dire, ho avuto il piacere di incrociare una bottiglia, fino ad allora inesplorata, che non poteva certo mancare: la Côte aux Enfants 2013 di Bollinger.

Pinot nero in purezza, proveniente dall’omonima parcella nel grand cru di Aÿ, è vino di stampo moderno che non perde mai di vista sapore ed espressività. Affatto sottile, ha impatto fruttato rigoglioso e un accenno tostato giovanile, seppur di bella grana.

Di solito leggo con sufficienza le retroetichette delle bottiglie ma stavolta il testo è illuminante. Volutamente o no. C’è scritto che il vino è la congiunzione di un “terroir exceptionnel” e di un metodo di vinificazione “d’une grande technicité”.

Tutto vero e da prendere alla lettera. Piacerà molto a chi rincorre una certa idea di perfezione e precisione stilistica; farà storcere il naso a quelli che sentono come una gabbia il seppur minimo tentativo di addomesticamento enologico.

Ne riparliamo quando avremo completato l’indagine, intanto fateci sapere la vostra.

 

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.