Mauro Salsano, il Veronelli del Terzo Millennio

Mauro Salsano, il Veronelli del Terzo Millennio

La prima volta che entrò in classifica col suo best-seller, nella comunità di critici ed intellettuali fu il solito darsi di gomito, arguto e pungente.

“Il Fabio Volo dell’enologia italiana”, nel migliore dei casi. “Una Sofia Viscardi delle cantine”, più frequentemente. All’epoca aveva già superato il milione di followers su Twitter e le centomila condivisioni su Instagram, e quell’exploit letterario non poteva che apparirgli l’ennesimo prodotto social, destinato rapidamente all’oblio.

Solo Marco Ciriello in controtendenza, con pochissimi altri. «Mauro Salsano è la cosa più rock apparsa sulla scena editoriale italiana negli ultimi vent’anni», scriveva l’attuale direttore di Sky Sport. «Che ne sia consapevole o meno, è un profeta della defuffizzazione».

Come sappiamo, i fatti gli avrebbero poi dato pienamente ragione. Ciriello comprese prima di tutti che il successo di “In fondo è solo vino” segnava una svolta per la comunicazione enoica, «incapace di proporre personaggi-autori da copertina dai tempi di Veronelli». (Rumore Bianco, puntata 117, link ai Podcast di Radio Shamal)

Non un giornalista o scrittore in senso stretto, né un sommelier o un wine teller: Salsano operava da enologo consulente quando debuttò come ospite da Fabio Fazio. Che non aveva la più pallida idea di cosa volesse dire “enologo consulente”, come la stragrande parte dei telespettatori di Rai Tre.

«Mi pagano per avere consigli su come fare il vino»
«In che senso? Oscar J. Junior Farinetti la scorsa settimana ci ha spiegato che il vino si fa in vigna e racconta il territorio»
«Tutte cazzate: in vigna si fa l’uva, il vino si fa in cantina»
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Pochi secondi, venticinque parole in tutto, ed era definitivamente una star. Standing ovation in studio, Fazio in modalità Littizzetto, bacheche Facebook impazzite. E sempre più mentre l’intervista andava avanti, toccando i principali argomenti del libro con cui si era lasciato dietro per copie vendute addirittura “L’efferatezza” di Lagioia e “Il buongiorno di ogni buon giorno” di uno schiumante Gramellini. Altri memorabili passaggi di quella puntata:

«Il vino è una bevanda, niente di più e niente di meno».

«Non ho eredità contadine da sbandierare. Mio nonno faceva l’arrotino, mio padre l’usciere al tribunale di Salerno. Il primo torchio l’ho visto a 20 anni, mi sono iscritto alla facoltà di Enologia perché la frequentava Isabella, porca leggendaria».

«Il 99% delle cose che si leggono sono inventate, oltre che inutili. La questione è molto semplice: questo vino mi piace o non mi piace, fine della storia».

«Con tutta la buona volontà e pur seguendo alla lettera i consigli, alcuni dei miei clienti fanno vini veramente imbevibili».

«Quando le aziende lo richiedono, faccio fare trattamenti chimici, usare mosto concentrato, lieviti selezionati, aromi, tannini, solfiti prima durante e dopo, operare salassi, tagliare con vini provenienti da altre vigne, varietà e zone». 

«Compro e bevo soltanto vini di cantine che non seguo io».

«Iniziai a condividere le mie esperienze sui social dopo una serata organizzata, scritta e condotta dal noto influencer Leandro Nocetti. Spiegava ai partecipanti che le note agrumate e linfatiche del mio Mandrecchio 2012 derivano dai terreni argillarenoidi-porfidarei del Diluviano e dall’esposizione a grecale della parcella appartenente nel ‘600 alla perpetua del cugino dello stalliere del marchese Vibriozzi. Chiesi la parola e chiarii che il vino proveniva in realtà da una vigna distante 700 km, imbottigliato dopo correzione con acido citrico ed infuso di menta».

«Non ho mai visto qualcuno piangere, tremare o avere visioni mistiche davanti a una bottiglia, eppure leggo sempre di vini commoventi, struggenti e psichedelici. Anche basta, direi».

«Nel mondo produciamo molto più di quanto consumiamo. Una ragione in più per estirpare i vigneti in intere zone, dato che il vino non viene bene dappertutto, anzi».

«I paragoni con l’arte e la poesia hanno come unico e ultimo fine quello di fare sesso. Del resto è più facile convincere il lui o la lei di turno a concedersi da ubriachi».

Un trionfo su tutta la linea. Fazio in solluchero, dopo la preoccupazione iniziale. Si era mentalmente preparato all’incontro con una sorta di “gola profonda” del vino italiano, si ritrovava un santone. Da invitare ancora e ancora per sentire la sua su qualsiasi tema di interesse popolare. Cinema, musica, sport, politica, moda, purché con lo stesso metodo: dire ciò che nessuno dice più. Che quel disco ti ha fatto schifo e con quel film hai dormito tutto il tempo, ad esempio: sincerità, punto e basta.

Il resto è storia. Nonostante le proteste di produttori ed esperti del settore, nonostante la class action di Federenologi (archiviata perché il fatto non sussiste), la sua carriera non ne risentì. Al contrario: nuove aziende facevano a gara per averlo come consulente, dato che tutti volevano i vini di Salsano. «Almeno lui dice le cose come stanno», l’endorsement decisivo di Matilde Sbrillazzoni, Casalinga di Voghera in carica.

Da lì a poco la Gazzetta gli avrebbe affidato la pagina settimanale di enogastronomia e Linea Verde la conduzione rinnovata del format. Senza contare le tirature epiche dei 10 libri successivi, la collana di dvd per imparare ad assaggiare, la docu-serie su Netflix “Bacco, tabacco e Venere”, a lui dedicata.

Ma soprattutto i fatturati in multipla cifra dell’azienda-griffe nel frattempo avviata senza vigne di proprietà. La “Salsano Wines”, con cui commercializza bottiglie realizzate con tagli di vini provenienti da varie zone. Formula legittimata dall’istituzione delle Doc Italia ed Europa, che gli consentono di assemblare cuvée sempre diverse, selezionando solo il meglio di ciascuna vendemmia, da Reims a Pantelleria. 

Tra le tante etichette di successo, una su tutte: il SAN. Blend di Sangiovese da Montosoli di Montalcino, Aglianico da Candriano di Castelfranci e Nebbiolo da Falletto di Serralunga, che gli valse il premio di Rosso dell’Anno da Wine Spectator. Oppure il Biancolaia, taglio di chardonnay da Puligny, riesling di Bernkastel e carricante di Viagrande, il primo bianco intra-nazionale ad ottenere i 100/100 su Wine Advocate.

Négociant 3.0, opinionista, presentatore, divulgatore, attore, scrittore: il mito di Mauro Salsano è nato così.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.