Lo storytelling del tutto

Lo storytelling del tutto

Dice bene Antonio: lo storytelling del niente è un rapace che aleggia sulle nostre teste.

E moltissimo ha a che fare con la natura intrinsecamente volatile dell’oggetto di racconto enogastronomico. Possono volerci giorni, mesi, anni per plasmare una ricetta, un prodotto, una bottiglia. Ma poi l’incontro de visu, l’unico che conta ai fini di “conoscenza reale”, si consuma in pochi secondi, minuti, ore quando va bene. 

Da lì è tutto un viaggio di espulsione, non solo corporale. Come in una permanente livella di Totò: caviale e big mac, sfuso di zì Peppe e Romanée Conti, attraversano gli stessi organi. Per terminare il loro ciclo vitale in una grande tazza di ceramica o in un campo di margherite, se preferite l’evacuazione bucolica.

Stando così le cose da qualche era geologica, è normale che il meglio della storia venga incessantemente cercato da un’altra parte. Resta solo un prima e un dopo, fatto di parole e immagini e memoria. Narrazione sensoriale. Che nove volte su dieci fruiamo proprio mentre i sensi più coinvolti nell’assaggio sono disattivati

Ogni racconto è manipolazione e approssimazione, ma quelli a tema cibo-vino lo sono giocoforza esponenzialmente di più. Soprattutto quando ci lasciamo sedurre dall’idea che una buona storia da leggere o ascoltare sia parte integrante della soddisfazione attesa dal cliente finale. Non è così. Luoghi e personaggi straordinari possono generare, eccome, prodotti in ultima analisi trascurabili. E viceversa: a volte c’è “solo” godimento fisico alla massima potenza, e molto poco da dire o trattenere nel cassetto dei ricordi.

L’equivoco di fondo nasce qui. Dalla sovrapposizione di livelli informativi che rispondono ad esigenze profondamente diverse. Da una parte la priorità è (o dovrebbe essere) la qualità della trama e di tutto ciò che serve a sfamare/dissetare l’anima di chi si pone in ascolto. Dall’altra c’è una specie di guastafeste chiamato ad elaborare percorsi preferenziali decisamente più prosaici. Per la serie: ok, tutto bello, ma con i quattro spiccioli rimasti nel portafogli vado qui e compro questo. 

Perché il critico non è per forza un tizio incarognito che trova la sua ragione di vita nel dispensare giudizi a destra e a manca. Può essere invece il cugino vagabondo a cui chiedere qualche consiglio utile per risparmiare tempo e denaro.

Crediti foto: chefuturo.it

Crediti foto: chefuturo.it

Attività complementari, dunque, ma nettamente separate. Lo storytelling è per sua natura orizzontale: una ricostruzione per volta, può fare a meno di indicizzazioni e gerarchie. Il racconto critico no, si nutre di confronti, rinunce e scelte per approdare ad una sintesi verticale, o meglio piramidale. Quasi un codice binario di sì e no, impossibile da dribblare al cospetto di ogni: “ne vale la pena?”

Il pubblico non ha certo smesso di cercare dritte e certificazioni valutative (e chi segue i borsini dei grandi vini mondiali sa di cosa parlo). Semplicemente non è più disposto ad investirvi risorse come prima, anche in considerazione del fatto che tanti ottimi consigli si recuperano rapidamente e gratis. E’ anche per questo che la bilancia pende sempre più verso la narrazione. L’efficacia di una storia ben confezionata e veicolata può dimostrarsi almeno pari a quella di un rating elevato. Specie quando il format è programmato per agire in primis sull’emotività di una platea predisposta a cercare fuori dal piatto e dal bicchiere quel plus che giustifichi la transazione economica.

Gratis solo in apparenza, però. Lo spettacolo ha i suoi costi e qualcuno deve pur sostenerli. Il più delle volte è l’oggetto stesso di racconto a farsene carico, in maniera diretta o indiretta. Aziende, singoli imprenditori, consorzi, a cui non sfugge la convenienza di una comunicazione in cui il plot conta infinitamente più del giudizio ex cathedra. Nemmeno si pone più, in questa logica, il problema di eventuali conflitti di interessi: ti raccomando tale vino perché è funzionale all’appeal della storia, non perché lo seleziono o lo vendo. Anzi: lo seleziono o lo vendo proprio perché tra le sue doti c’è quella di integrarsi armonicamente con la storia che ti sto raccontando.

Un completo ribaltamento di prospettiva. Nell’universo dello storytelling la domanda non è più: “perché allestisco questa vetrina?”. Bensì: “perché non dovrei?”. Il concetto stesso di “buono” diventa altro da come ci siamo abituati a considerarlo, perché una narrazione coinvolgente può farmi godere molto prima e molto dopo il momento circoscritto del consumo. 

Dinamiche che si manifestano in ogni ambito di interesse umano, ma che la comunicazione enogastronomica del terzo millennio restituisce in modo cristallino. Parliamo del resto di attività necessarie in primo luogo alla sopravvivenza, come il mangiare e bere. E’ in questa universalità trasversale che ci accomuna come specie, credo, la chiave per comprendere il motivo di tante discussioni, energie e pagine riempite.

Crediti foto di apertura: butterflylondon.com
 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.