Prima che il Guigallo canti, tu lo riberrai tre volte

Prima che il Guigallo canti, tu lo riberrai tre volte

Settimane più ingolfate del solito, appunti di assaggio che si accumulano e latitanza che cerco di farmi perdonare aggiornando la classifica dei titoli più ridicoli (e non sono pochi) apparsi su questi schermi.

Tra gli arretrati, il racconto della “Guigallata” organizzata con la sua solita maestria dal Conte Farini al Golf Club di Castenaso, poco fuori Bologna. Oppure del nuovo blitz in Irpinia degli amici barbari, celebrata con quasi due pizze a testa da Pepe in Grani a Caiazzo, un paio di “merende” (nell’accezione che può avere un pranzo da Zi’ Pasqualina-Valleverde ad Atripalda) e defaticamento birraio all’Ottavonano.

Note sparse sulle bottiglie più godute, allora:

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Panoramica Guigal – La-La-La

Per un (quasi) quarantenne semi-alcolizzato il suono La-La-La evoca tendenzialmente due belle cose: il mitologico coro dei pompieri di Altrimenti ci arrabbiamo o la trilogia di Côte-Rôtie firmati Guigal.

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Letteratura vuole che La Landonne (da Côte Rozier) sia solitamente il più austero dei tre, La Turque (da Côte Brune) il più potente, La Mouline (da Côte Blonde) il più elegante. E la panoramica bolognese sostanzialmente conferma: citofonare La Mouline 2004, sferico e setoso, e il 2008, piccolino ma delizioso, per chi cerca prima di tutto finezza e tessitura, anche da un syrah nord-rodaniano corretto a viognier.
Se è invece un plus di “ciccia” e forza motrice che vi aspettate dallo stile Guigal, un mix di La Turque ’96 e ’95 farà al caso vostro: il naso del primo e la bocca del secondo sintetizzano al meglio la maestosa tridimensionalità che ci attendiamo dai Côte-Rôtie di lunga corsa.

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Detto questo, i La-La-La degli anni ’70 e ’80 restano probabilmente su un altro livello di magia e profondità rispetto a quelli più recenti. Parliamo sempre di grandi vini, intendiamoci, ma forse un po’ più “normali” nel disegno. D’altro canto, amareggiamoci pure, ma non è che sia rimasto granché da pescare nella fascia dei 250-300 euro fra le zone e cantine più blasonate di Francia. Nonostante tutto, dunque, anche le ultime uscite sono quasi da considerarsi ancora come “best buy”: salvo eccezioni ed assegnazioni dirette, a Bordeaux e in Borgogna si spende spesso il doppio, ormai, per rossi di pari valore.

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Fiano di Avellino Radici 2003 – Mastroberardino (da magnum)

Ultimo esemplare sopravvissuto di 18 bottiglie e 3 magnum, fra gli ordini più consistenti fatti per singola etichetta nella mia avventura di compratore-bevitore. Dovevo prenderne di più: ora non saprò mai quanto poteva andare avanti ancora questo magnifico Fiano, figlio di un’annata estrema un po’ dappertutto in Europa, ma molto meno in Irpinia. Un paio di lustri almeno, a giudicare dalla brillantezza agrumata e affumicata del “superstite”: cercate pure un bianco italiano del 2003 così completo, non lo troverete.

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Chambertin 2006 – Trapet

Il primissimo domaine visitato in Borgogna col socio etrusco, lo ricordo ad uso e consumo dei nostri futuri biografi: Jean-Louis Trapet Père et Fils, amore a prescindere e quasi tre lustri di rimpianti per non aver preso un tir di Gevrey village ’01, disponibile all’epoca – in quantità – a 18 euro. Non se ne parlava ancora come una stella di prima grandezza, status trasversalmente riconosciuto ormai e del tutto meritato considerando le uscite successive, sempre più autorevoli e costanti. Né tradiscono i riassaggi di bottiglie più “mature”: è un momento ideale, ad esempio, per ristappare lo Chambertin 2006. Che bello poter digitare parole come favoloso, splendido, appagante senza sentirmi un venditore di pentole.

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Bonnes-Mares 2006 – Mugnier

Ricorda maledettamente il Liverpool della finale di Champions del 2005 ad Istanbul: sulle prime quasi annichilito dalla strabordanza ancelottiana di Trapet, si inventa dieci minuti di rivoluzione e resurrezione nell’incredulità generale. Non so tuttavia relazionarvi su come è finita ai supplementari e rigori: come quella sera, da lì in poi è tutto fumo e ovatta, sospensione onirica e oblio.

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Barolo 2003 – Bartolo Mascarello

Non è certo l’unico caso, leggi Monprivato, di Barolo 2003 decisamente più riuscito del corrispettivo 2004. Due vendemmie che godono comprensibilmente di fama e sintesi ben diverse, ma richiedono qualche postilla. Per esempio che “classico” fa rima con crudo e insipido per chi non ha buttato uva a terra in annata quantitativamente abbondante, come è stata la 2004. E che in quel periodo storico le estati tropicali tipo la 2003 non erano necessariamente un problema per certi vignaioli, soprattutto di scuola “tradizionalista”. Come Bartolo Mascarello, appunto: non c’è partita, a favore del fratello maggiore, quanto a integrità, ampiezza, energia. Se qualcuno non è convinto: scambio alla pari i 2 Barolo ’04 rimastimi col millesimo precedente.

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Barolo Monfortino Riserva 2006 – Conterno Giacomo

I grandi vini, quelli grandi per davvero, sono così: riconoscibili nella loro magnificenza in ogni fase della loro traiettoria esistenziale. In questo caso abbiamo a che fare con un tredicenne: non più bambino e non ancora adolescente, è già alle olimpiadi a rappresentare l’Italia in qualche sport con cui arricchirà il medagliere. Beati e fortunati quelli che potranno rincontrarlo tra un ventennio, quando sarà probabilmente un Alberto Tomba nel pieno della carriera. La bomba, sì, il soprannome si adatta bene anche a Monfortino 2006.

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Faro 1998 – Palari

Non è facile per nessuno scendere in campo dopo l’esibizione del mostro conterniano, ma Faro Palari ’98 non ci sta a fare la vittima sacrificale. E ci ricorda perché abbiamo a lungo amato questo rosso messinese, purtroppo molto meno nell’ultimo lustro. La migliore versione di sempre, per quanto mi riguarda, insieme a ’96 e 2002: tempra vulcanica e passo da Barolo, ha tutto quello che potete chiedere ad un rosso “mediterraneo”, virgolette incluse.

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Barbaresco Asili Etichetta Rossa Riserva 2004 – Giacosa

E’ già fané, va bene. Sa di ragù e pummarola, non lo nego. Non ha la dolcezza saporosa delle grandissime versioni, siamo d’accordo. Dopo di che pure una riuscita “minore”, come si sta rivelando alla distanza l’Asili ’04 vestito di rosso, mi coccola ed ammansisce per almeno un paio di giorni, specialmente se filantropizzata. E’ Giacosa, amici miei, Lou Reed che vi canta la ninna nanna.

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Barbaresco Crichet Pajé Riserva 2004 – Roagna

Dalla roulette dei Paglieri esce questa volta il numero giusto. Ed è esattamente il motivo per cui continuiamo a cercare i nebbiolo firmati Roagna, nonostante la casistica superiore alla media di bottiglie altalenanti. Costose ma non care, direbbe qualcuno, e gli do’ pienamente ragione se il livello è anche solo vicino all’ultimo Crichet Pajé Riserva 2004: giovanissimo eppure totalmente decifrabile nella sua profondità terrosa e speziata. A Barbaresco probabilmente nessuno ha fatto meglio nell’annata.
 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.