Arrivederci, 2016

Arrivederci, 2016

Da buon anglo-napoletano, Mauro Erro si sfastirea di fare il tradizionale post di fine anno, col meglio, peggio o mezza botta che sia (link). 

E allora ci penso io, ché noi irpino-scozzesi non buttiamo via niente. Nemmeno questo 2016, anzi, soprattutto questo 2016: a furia di sentirlo chiamare “di merda”, ho deciso di metterlo “tra i migliori di sempre”, come insegnano i Gran Maestri dell’enostorytelling.

Sport maggiori. Cioè, come fai ad avercela coi bisestili se De Coubertin li elesse, con chiaro intento apotropaico, anni olimpici? Vi ho già abbondantemente molestato con le scorpacciate di Rio (link e link), e comunque il magic moment sportivo del 2016 era già bello che deciso Sabato 28 Maggio a Sant’Anna di Vinadio. Luogo dove sgorga l’acqua oligominerale di casa De Cristofaro (sponsor post) e sede di arrivo della ventesima e penultima tappa del Giro d’Italia edizione 99. Una delle più folli e combattute del nuovo millennio, ribaltata nella due giorni sulle Alpi franco-piemontesi da un Vincenzo Nibali dato per finito da tutti (o quasi), meno che da sé stesso. Che bellezza quando qualcuno ricorda al mondo che chiacchierare non costa fatica: quella, del resto, se era una cosa buona la facevano i preti (i detti popolari non sbagliano mai).

Vincenzo Nibali - Crediti foto: gazzetta.it

Vincenzo Nibali – Crediti foto: gazzetta.it

Sport minori. Mi commoziono, ergo sum: nel 2016 abbiamo definitivamente appurato che un grande uomo e una grande donna si vedono dalla loro capacità di compartecipare emotivamente alle faccende del mondo. Per David Bowie e le altre scomparse illustri, il cagnolino Puppulu scampato al troglodita di turno e i bambini di Aleppo, gli sfollati di Amatrice e la Serracchiani amareggiata (vabbè, forse la Serracchiani no). 
Deve essere questo il progresso: “ai miei tempi” ci si vergognava, per esempio, di piangere in pubblico. Oggi una lacrima o uno struggimento ben assestati possono valere 3-4 punti di share, cento mipiace, un paio di masterclass. Il Capitale non ha cuore, si sa, eppur si attrezza: se marketing emozionale deve essere, che marketing emozionale sia. E sport minori come il calcio non si fanno trovare impreparati: tàc, fate passare Baricco e la favola del Leicester; tùc, prego signor Buffa, ci racconti il miracolo del Portogallo. Dostoevskij, lei stia un attimo fermo lì: la chiamiamo noi quando ci serve quella cosa della bellezza che da sola ci salverà, lei ci capisce, non sta bene ammettere che a volte Davide sconfigge Golia giocando una chiavica, come le squadre di Ranieri e Fernando Santos.

Crediti foto: sky.it

Crediti foto: sky.it

Letture. Non sono tipo da rimpianti di fine anno, tranne che per una cosa: i libri recuperati nei 12 mesi precedenti e non ancora aperti. Rammarico che tracima in vere e proprie crisi d’ansia quando realizzo come ho speso male il mio tempo (che non tornerà, non ritornerà più, ricordiamolo). Per ogni minuto perso a scorrere inutili fesserie, soprattutto le mie, col ridicolo timore del mancato aggiornamento. Mentre là sul comodino Poe, Simenon, Bufalino e compagnia mi guardano e compatiscono. Come dargli torto.
Poi però capisco che mi vogliono bene ugualmente, e ci tengono ad aiutarmi anche da impilati. Ricordandomi con la sola presenza il corretto significato delle parole: tipo letteratura, capolavoro o genio, dispensate con una certa disinvoltura quotidiana – diciamo – per componimenti di quinta elementare. Che rischiano, appunto, di passare per ciò che non sono: buone letture, nel pochissimo cosmico del nostro circo autoreferenziale.

George Simenon - Crediti foto: bergamofilmmeeting.it

George Simenon – Crediti foto: bergamofilmmeeting.it

Richard Ford, Sportswriter. Funziona allo stesso modo coi vini, del resto: se non hai mai bevuto un Castelfranci ’68 ci sta di gridare al miracolo per il Taurasi bombolone da 18 gradi. Poi c’è chi le bottiglie da hall of fame le conosce e non si fa problemi a paragonarle alle sue “scoperte”, ma questo è un altro paio di maniche: teniamo tutti famiglia. Pure Richard Ford ce l’aveva mentre scriveva Sportswriter anche per ricordare a me cosa voglia dire davvero raccontare: disciplina di defuffizzazione e neutralizzazione dell’ego, in primis.

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Marco Ciriello, Assassinio sulla Palmiro Togliatti. Fra i regali del 2016 ci metto anche l’ultima messicanata dell’amico (anche se lui direbbe che non si può essere amici di chi fa yoga) Marco Ciriello. Pubblicato a settembre da Baldini & Castoldi: successo di critica e di pubblico, come si dice in questi casi, che mi rallegra ben oltre l’empatia umana con l’autore irpino. Perché il suo non è un romanzo né un giallo né un noir né un’operetta satirica, e allo stesso tempo è tutto questo e molto altro insieme. Perché non è riconducibile ad alcun genere preconfezionato. Perché dimostra che “si può fare” anche senza prendersi troppo sul serio e considerare ineluttabili i più tentacolari meccanismi di auto-promozione editoriale.
Ma soprattutto perché mi fa pensare all’Annibale che si prepara a valicare le Alpi coi suoi elefanti annunciando alle truppe: «Noi, o troveremo una strada, o ne costruiremo una». Un toccasana per tutti i momenti in cui sono giù di morale, quando mi chiedo se realmente sia utile per qualcuno ciò che ho da dire. La risposta è sì: c’è sempre là fuori almeno un orecchio interessato ad ascoltare, e vale decisamente la pena continuare a cercarlo. A maggior ragione se la via maestra è affollata di compagni di viaggio con esigenze parecchio diverse dalle proprie. Tifo Ciriello perché prova a far questo, e a pensarci bene è esattamente il mio proposito prioritario per il 2017 che arriva.

Foto di apertura: marinadivenezia.it 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.