Premianti e premiati: la lezione di Bob

Premianti e premiati: la lezione di Bob

di Paolo Paolellini

Da qualunque punto la si guardi, un capolavoro. 

Perché la formula «compatibilmente con altri impegni» l’abbiamo usata tutti almeno una volta nella vita. E però non è la stessa cosa se te la giochi per declinare inviti all’ennesimo convegno su enogastronomia e territorio, oppure per rispondere all’Accademia che ti ha appena assegnato il Nobel per la Letteratura.

Bob Dylan è un grande, Bob Dylan è un maleducato, e in mezzo tutte le reazioni possibili sulla faccenda. Che tocca evidentemente corde sensibili ad ampio raggio: viene naturale immedesimarsi con premiati e premianti, e si capisce quanto contino i meccanismi da bastone e carota in epoca globalizzata.

Riflessioni doppiamente attuali per chi prova a fare il nostro mestiere, specie in questo periodo dell’anno, dove si concentrano quasi tutte le presentazioni delle guide ai vini italiani. Chi esulta e chi contesta, e gli indifferenti dichiarati che finiscono per smentire loro stessi ogni qual volta si sentono in dovere di ribadire quanto poco gli interessi di classifiche e medaglie.

Talmente ossessionati dalla paura di essere invisibili ed insignificanti in un mondo sempre più affollato e parcellizzato, assegniamo un’importanza spropositata a tutto quanto sembri tirarci fuori dall’anonimato, anche solo per un quarto d’ora. Ma nel profondo lo sappiamo che non tutti i riconoscimenti sono uguali, al contrario. E ci vogliono attributi per rispondere “no, grazie” a chi ci offre una qualsivoglia vetrina, comprese quelle non adatte a noi.

Lo confesso, ho quasi sempre scelto la via più comoda le poche volte che qualche psicopatico ha voluto premiarmi per qualcosa. Sorridendo e ringraziando anche mentre ti chiedi dove hai sbagliato se il tuo nome compare in certi albi d’oro accanto a personaggi che disistimi e disprezzi totalmente. Oppure quando è l’elargitore di considerazione a non rappresentare esattamente il tuo riferimento umano e professionale. Che sia ego bisognoso di carezze o solo quieto vivere, resta il fatto che lo stai accreditando come interlocutore, nel momento in cui accetti il suo palcoscenico. Ma il più delle volte, appunto, preferiamo scrollare le spalle, e passarci sopra.

Solo il menestrello del Minnesota conosce le reali ragioni del suo lungo traccheggiare con i signori del Nobel. Ma mi piace pensare che sia proprio quella la lectio magistralis di un grande artista: ricordare al mondo che i premi sono solo chiacchiere ben confezionate, e non danno la misura di chi siamo e quanto valiamo. Che il nostro bisogno di vincitori e vinti è a dir poco infantile, se non sappiamo viverlo in tutto e per tutto come gioco. E che in molti casi i premi servano più a chi li dispensa che a chi li riceve, un modo come un altro di convogliare attenzione e sostenere reciprocamente i propri obiettivi.

Paradossi dell’era “orizzontale”: meno ci diciamo disposti a riconoscere autorità ex cathedra alle varie istituzioni (politiche, economiche o socioculturali che siano), più continuiamo a prendere tremendamente sul serio ogni tentativo di gerarchizzazione. Forse è perché banalmente nella nostra natura desiderare l’apprezzamento altrui, forse è solo il bisogno di infinito a renderci così reattivi davanti alle presunte certificazioni di ciò che vuol dire lasciare un segno. Fino a quell’istante in cui, all’improvviso, un pensiero ci libera: ci accorgiamo semplicemente che abbiamo parecchio di meglio da fare, forse per Bob è andata davvero così.

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