Pillole di Wine Club #12 | Nebbiolo e Alto Piemonte: zone, stili, interpreti

Pillole di Wine Club #12 | Nebbiolo e Alto Piemonte: zone, stili, interpreti

Secondo appuntamento della stagione 2016/2017 per il Tipicamente Wine Club – sezione Campania: serata dedicata ai Nebbiolo dell’Alto Piemonte, coccolati come sempre dalla squadra del Marennà di Sorbo Serpico.

Una panoramica incentrata su 8 denominazioni, 5 annate, 12 aziende, 18 vini: ci siamo divertiti un bel po’. E pensare che solo 10-15 anni fa avremmo probabilmente presenziato in tre, compreso il mio cane, faticando a mettere insieme più di 4-5 etichette. Quando ho iniziato il percorso di conoscenza bevitoria, infatti, l’Alto Piemonte per molti versi non esisteva, o meglio, sembrava sparito dalle prioritarie mappe “didattiche” e commerciali. A maggior ragione in zone lontane come la mia Campania, presidiate all’epoca praticamente solo dai Gattinara di Travaglini, e pochissimo altro.

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Una storia più volte raccontata, anche su questi schermi (link, link, link), ma che vale sempre la pena ricordare. Partendo dalla fine: nonostante la recente “riscoperta”, il distretto alto piemontese non tornerà mai più – salvo miracoli o meteoriti – quel che era un secolo fa, o giù di lì. E cioè uno dei più importanti territori europei da vino, per quantità e fama produttive. Un migliaio di ettari vitati, oggi, a fronte dei circa 40.000 (ripeto: 40.000, non è un errore) censiti nel periodo di massimo splendore.

In mezzo la solita fillossera, qualche calamità naturale (tipo la “grande tempesta” del 1905), ma soprattutto lo sviluppo industriale, da sostenere con un operaio in più e un contadino in meno, per il bene di tutti. O forse no, ma i dubbi sul concetto condiviso di “progresso” son venuti fuori quando i buoi erano già scappati dalla stalla. E i boschi si erano ripresi i loro spazi, lasciando ad isolati avventurieri l’onore e l’onere di dare in qualche modo un seguito a quella storia gloriosa.

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Lo abbiamo letto tante volte in questi anni: Luigi Veronelli, e non solo lui, attribuiva un valore di fatto paritario ai vini di Langa e Alto Piemonte, Gattinara in primis. Nessun complesso di inferiorità, tra le colline affacciate sul fiume Sesia, quanto a identità espressiva, classe, longevità. Un credito progressivamente dilapidato, soprattutto fra gli anni ’60 e i primi ’90, quando i grandi imbottigliatori diventarono i principali “ambasciatori” del distretto. Occupando la scena con fiumi di vini economici, di poche pretese, talvolta di origine incerta (ben documentati i tagli con mosti e sfusi provenienti dal Sud Italia), lontani anni luce da quella ossuta magnificenza promessa nei libri.

Aggiungiamoci il carico da undici: quel che è accaduto a cavallo fra il vecchio e nuovo millennio, nella fase di massima espansione economica, mediatica e commerciale. Una festa a cui si son divertiti in tanti, ma non certo tra Torino, Biella, Vercelli e Novara. Troppo duri e scarni quei loro “nebbiolini” per giocarsi la partita su colore, concentrazione e masticabilità, trasversalmente identificati allora come i parametri fondanti del grande vino. Un party newyorkese a cui ti presenti con tunica e saio, mentre tutti gli altri sfoderano i loro completi più sfarzosi. 

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Poi la ruota ha cominciato a girare, e l’Alto Piemonte si è riconquistato pian piano attenzione. Facendosi trovare sostanzialmente pronto, anche da un punto di vista collettivo, nel momento in cui le parole d’ordine si sono capovolte. Verticalità, leggerezza, eleganza: non solo Barolo e Barbaresco, dunque, ma tante piccole denominazioni da esplorare, facendo rotta verso nord. Un vero e proprio luna park, oltretutto, per critici e bevitori di “fede borgognona”, che trovano pane per i loro denti nel gioco di terreni, versanti, altitudini, uvaggi. Non serve essere degli Hugh Johnson per rintracciare nel bicchiere la voce di porfidi, morene, sabbie, graniti, oppure i contributi di vespolina, uva rara e croatina nei blend a maggioranza nebbiolo. E sono carezze per la propria autostima di assaggiatore, diciamo la verità.

Siamo fuori strada, però, se pensiamo che la Torino-Aosta o la Genova-Gravellona Toce siano oggi intasate da pullman di acquirenti a caccia di Carema, Lessona, Bramaterra, Fara, Sizzano, Boca e compagnia cantando. Proprio quelle diversità geologiche ed espressive che tanto ingrifano noi eno-nerd creano ancora molte difficoltà nel “mondo reale”. E non è un caso se periodicamente vignaioli e produttori discutono sull’opportunità di creare un’unica denominazione “Alto Piemonte”, trasformando in sottozone le attuali menzioni. 

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Un’eventualità che suona blasfema a tanti, ma che avrebbe indubbiamente una sua logica, non solo sul piano promozionale e commerciale. Con la parziale eccezione di Ghemme e Gattinara, infatti, l’estrema parcellizzazione degli areali è un dato di fatto, e risulta oggettivamente complicato imbastire efficaci strategie di comunicazione partendo da poche decine di ettari vitati, quando va bene, e sparute realtà imbottigliatrici. Un marchio-cappello di questo tipo potrebbe essere d’aiuto ai tanti operatori e consumatori, esperti compresi, che faticano a collocare geograficamente la miriade di nomi purtroppo ancora sconosciuti ai più.

Sto provando a fare l’avvocato del diavolo, sia chiaro. Al di là dei singoli vini, la parte più divertente della nostra serata è scaturita proprio dall’evidenza delle specifiche peculiarità territoriali. Anche mettendosi d’impegno, non si può confondere un Ghemme e un Lessona, un Boca e un Carema degni di questo nome, o quel che vi pare. E però un filo conduttore si manifesta ugualmente, e il valore d’insieme finisce per pesare più della prestazione individuale. Diversi fra loro, ma al tempo stesso diversi da tutti gli altri rossi da nebbiolo che vanno per la maggiore. Assaggiandoli alla cieca, li riconosci immediatamente, prima di tutto come “Alto Piemonte”, e non è un elemento da trascurare o dare per scontato, secondo me. Alta la media, alte le punte: nessuno pensa che la zona tornerà quell’unico enorme vigneto di cento e passa anni fa, ma con una base così sarebbe un delitto non guardare ottimisticamente al futuro. Anche ragionando su soluzioni se vogliamo poco suggestive e poetiche, ma realisticamente ancorate alle problematiche attuali.

Come di consueto, chiudo con qualche nota sulle bottiglie che hanno messo d’accordo un po’ tutti i compagni di tavola:

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Cantina Produttori Nebbiolo di Carema – Carema Etichetta Bianca 2007

Emozionalmente, il vino della serata per molti. Paradigma del Carema apparentemente scarno e fragile, col suo granata-mogano e la veste terziaria, eppure capace di occupare ogni spazio, nel sorso e nel ricordo. After eight, terra mossa, lampi figué, e continue metamorfosi di mostarda, cuoio, spezie da concia, pasticceria, radici: orgasmi multipli per i collezionisti di descrittori. Ma godono anche i bevitori più “giamaicani”, grazie a quella fibra rocciosa, rude e al tempo stesso consolatoria. E’ un fuoco acceso in una bella baita di montagna: mi sia concessa per una volta la licenza pseudo-poetica, ché davvero è un vino che scalda il cuore.

Tenute Sella – Bramaterra I Porfidi 2007

Anche in questo caso una manna dal cielo per trovare nel bicchiere riscontro concreto alle chiacchiere teoriche. Dai porfidi di Bramaterra ci attendiamo un nebbiolo (con croatina e vespolina) luminoso e slanciato, tutto scheletro verticale e sapidità? Eccolo qua: gioioso nei rimpalli di ginger, nespola, erbe mediterranee, fiori e resine, quasi un rosato nella spensieratezza di beva, in ultima analisi più importante del leggero minus di spalla ed espansione.

Torraccia del Piantavigna – Gattinara 2007

Lo confesso: non ero mai entrato pienamente in sintonia con i rossi più importanti della famiglia Francoli, trovandoli sempre ben confezionati ma raramente davvero coinvolgenti. Il Gattinara ’07 rimescola però le carte: fine e preciso dal primo impatto, nessuna traccia boisé, frutto chiaro, balsami, tocchi fané a conferire ulteriore fascino. E la bocca perfino più convincente, grazie soprattutto al tannino vellutato, perfettamente armonizzato nella silhouette tesa e saporita. Manca forse la scintilla emozionale, ma è un nebbiolo capace di mettere d’accordo sensibilità molto diverse.

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Tenute Sella – Lessona Omaggio a Quintino Sella 2006

Per cominciare, un doveroso ringraziamento al Viandante Bevitore Mauro Erro (link), venuto in soccorso alla sguarnita rappresentanza di Lessona con una delle più intriganti bottiglie di giornata. Riservato ed enigmatico per tutto il tempo, si è raccontato a ciascuno con un volto diverso: uno dei pochi casi in cui non collimavano le descrizioni, più che i giudizi. A me ha parlato attraverso le radici e gli umori boschivi, le spezie e i blitz salmastri: non il classico Lessona allegro e fragoloso, insomma, ma un rosso quasi “risorgimentale” nella sua austerità d’impianto. Un Omaggio a Quintino Sella, per l’appunto, oltretutto in annata da lungo passo: mi ha fatto pensare a certi “falsi magri” di Volnay, ossuti ed indomabili. Sto abusando del bonus “parole in libertà”, sono consapevole, ma incontro sempre meno vini che innescano davvero una storia. E questo invece ne ha, di cose da dire.

Ferrando – Carema Etichetta Nera 2006

L’ho detto e lo ripeto (link): non riesco ad essere obiettivo con i Carema della famiglia Ferrando. A prescindere dalle singole riuscite, ci trovo sempre qualcosa che mi ipnotizza e trascina in una specie di mood crepuscolare-gozzaniano. Il busto di Alfieri, i fiori in cornice, le buone cose di pessimo gusto: mi pare di essere lì, nel salotto di Nonna Speranza con la sua amica Carlotta, a bere e prendere in giro quelli che scrivono fesserie come queste.
Non a tutti i commensali ha entusiasmato allo stesso modo, a me è parsa una grande versione. Bomba di frutto, pronti-via, e incessante progressione di terra bagnata, bergamotto, essenze balsamiche, legno antico, sigaro, rosa passita. Ma soprattutto una bocca densa di succo e sapore, più fitta del solito, capace di allungarsi in armonia con la vigorosa impalcatura tannica, dal finale quasi vulcanico per purezza e concentrazione salina.

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Antoniolo – Gattinara San Francesco 2005

Chiudiamo ogni appuntamento con il medesimo interrogativo marzulliano: dovendone scegliere una e una soltanto, quale bottiglia tra quelle assaggiate ristapperesti stasera stessa, e pure domani e dopodomani? Risposta praticamente unanime stavolta: San Francesco 2005 di Antoniolo.
Un monumento al Gattinara veronelliano dalla prima all’ultima goccia: china, bacche, ruggine, erbe officinali, una spruzzata di cacao ad ingentilire un disegno che più classico non si può. Chirurgicamente rispettato dal sorso fitto ed aereo, salato nel centro bocca, elegantissimo per coesione tannica. 

Antoniolo – Gattinara Osso San Grato 1999

Al netto di una certa variabilità di bottiglia, Osso San Grato ’99 è uno dei totem su cui si è fondata la “riscoperta” dell’Alto Piemonte, caldeggiata dal passaparola fra appassionati ancor prima che dai media specializzati. Lo ritrovo su un’espressività diversa da quella che ricordavo, ma non meno convincente: grafite, pietra focaia, agrumi scuri, con tocchi ferrosi più evidenti al palato. Complesso e multidimensionale, svela una bocca ancora tonica e compatta, con una lunga scia marina ad amplificare il finale austero e saporoso.

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Tipicamente Wine Club 2016/2017 – Prossimo appuntamento

Il prossimo appuntamento del Tipicamente Wine Club è in programma Lunedì 7 Novembre, con l’Orizzontale Barolo 2004 (assaggio alla cieca di 10 vini + ringer).
Qui il calendario completo delle degustazioni: link.


 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.