Krug Clos d’Ambonnay ’96 | Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Krug Clos d’Ambonnay ’96 | Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Penso che le faccende della critica enoica si siano definitivamente ingarbugliate quando abbiamo smesso di tenere separati gli aspetti descrittivi e valutativi da quelli commerciali e mercantili.

Per molti versi è inevitabile, date le perduranti vacche magre: ogni euro investito su una bottiglia pesa sempre di più, ed è normale che il famigerato rapporto qualità-prezzo si prenda il centro della scena. Spesso a discapito della reciproca comprensione, però, perché non vi è nulla di più soggettivo e aleatorio del valore economico che attribuiamo (e scegliamo di poterci permettere) ad un bene o servizio.

Figuriamoci poi quando c’è di mezzo un prodotto come il vino, che può costare pochi spiccioli o migliaia di euro. Una forbice misteriosa ed indecifrabile, non solo per il fantomatico “consumatore medio”, giacché nessuno è in grado di determinare scientificamente il “giusto prezzo” di una determinata bottiglia. Che dipende invece da un insieme piuttosto sfuggente di fattori: storici, estetici, culturali, oltre che quantitativi. E in ultima analisi psicologici, per quel gioco di verità, bugie e compromessi che continuamente esploriamo con noi stessi, anche nei comportamenti d’acquisto. Tanto più sottile e perverso quanto le risorse si fanno limitate.

Mantenere lucidità e distacco, davanti a liquidi che richiedono mezzo stipendio e più da impiegato statale, è probabilmente la sfida più difficile per un enonarratore di questi tempi. E non è un caso se si manifestano posizioni a dir poco polarizzate ogni volta che spunta fuori la bottiglia a tre zeri, senza grande spazio per quelle intermedie. Da una parte non è facile dialogare con chi considera il costo elevato come garanzia autoevidente di grandezza. E viceversa: se viene via a poco, di certo non è un “top player”, la conclusione. Dall’altra non è meno complicato intaccare le certezze di chi pensa che nessuna bevuta valga certe cifre. E che si possa sempre pescare un’alternativa di pari livello qualitativo, se non superiore, spendendo dieci volte meno, o giù di lì.

Sono umanamente comprensibili entrambe le reazioni, inutile sottolinearlo. Ci vuole granitica onestà intellettuale per ammettere, prima di tutto a sé stessi, di avere in qualche modo “buttato” ingenti somme su bottiglie non così eccezionali, a maggior ragione se non sei Zuckerberg. Così come è naturale cercare auto-consolazione nell’idea che tutto sommato non ci si perde granché rinunciando ai flaconi più rari ed ambiti. Niente di tutto questo dovrebbe tuttavia interferire col racconto critico, e invece sta accadendo esattamente il contrario. Da una parte il blasone di certe etichette finisce col pesare più che mai nei giudizi, specialmente per i gruppi di assaggio costretti a chiedere la collaborazione di aziende e distributori nel reperimento dei campioni. Dall’altra è la stessa editoria di settore che sembra voler andare incontro, marcata a uomo dalle filiere commerciali, al sogno-illusione di tanti appassionati precari. Alimentando l'idea che stiamo continuando e continueremo a bere grandissime cose, nonostante l’erosione del potere d’acquisto.

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Pensavo a tutto questo mentre buttavo giù l’ultimo goccio del Clos d’Ambonnay ’96 stappato qualche giorno fa alla modica cifra (comunitariamente ripartita, ça va sans dire) di 1.800 euro. Per capirci, un ottimo prezzo in rapporto alle attuali quotazioni del cru di ChampagneMontagne de Reims prodotto da Krug. Ribevuto a distanza di qualche mese (link), contro ogni pronostico. Probabilmente una bottiglia in stato evolutivo leggermente più avanzato della precedente, ma non migliore o peggiore, semplicemente diversa nelle traiettorie espressive: più spezie e iodio, meno agrumi e fruttini, più haute patisserie e meno boulangerie, più seta carbonica e meno velluto. Un Musigny con le bolle, per tessitura e profondità.

Alla fine, solo alla fine, quando dal bicchiere vuoto ancora pompava la musica, ci siamo posti l’irrisolvibile quesito. Valeva la pena spendere questi soldi? No, non valeva la pena se pensiamo a quante bollette o giornate di ferie ci avremmo pagato. Sì, ne valeva eccome, se la missione era quella di brindare con il più completo, potente ed elegante blanc de noirs che abbiamo mai assaggiato. Una follia, siamo d’accordo, ma perché dovremmo scandalizzarci se costa (parecchio) più dei pari tipologia, se la prova sul campo conferma che è anche “più buono” di tutti gli altri finora testati?

Per una volta la faccio semplice: rosico come un castoro con ulcere croniche all’idea di non potermi più permettere certe bottiglie, se non in casi straordinari (e forse nemmeno in quelli). Ma è una frustrazione che non può essere scaricata sul vino: lui non ha nessuna colpa, il suo valore estetico ed emozionale non dovrebbe variare in funzione dei numeri e dei mercati. C’è un confine sottile che separa la legittima impennata di aspettative davanti a un supercampione, e la patologica incapacità di riconoscerne la statura. Magari attribuita, poi, ad emergenti ed outsider non così celebrati, senza tanti pensieri.

E però nel calcio, pur nella sua talvolta cialtronesca democrazia da bar, non trovano quasi mai cittadinanza opinioni del tipo “Pellé è più forte di Messi”. Nel vino sì, e spesso sono gli stessi “esperti” a veicolare concetti del genere. Per precisi interessi strategici o genuina convinzione, non importa, quel che conta sono gli effetti su una comunità come detto sempre più disgregata in vere e proprie caste. Dove i “ricchi” continuano a sproloquiare e sboroneggiare nella convinzione che in pochi li possano contraddire sulla descrizione di certe bottiglie “mito”. E dove i “poveri” ci mettono un attimo a darti del bevitore di etichette se non concordi anche tu sul fatto che quel Rossese sconosciuto da 10 euro è buono tanto quanto il Tache con cui ti sei fatto spennare da pollastro.

Non vedo soluzione alternativa al cavatappi, e al ragionamento davanti a bicchieri “reali”, uno per volta, senza generalizzazioni impraticabili fuori dal magico mondo della fuffa fantavinosa. Almeno finché è possibile, fin quando fa male, fin quando ce n’è.

crediti foto di apertura: bergamopost.it 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.