Turbative d'asta

Turbative d’asta

Paolo Baldelli parteciperà all'asta dei vini Pandolfini, domani a Firenze. E' la sua seconda volta e non ce ne sarà una terza. Ecco perchè… 

 

di Paolo Baldelli 

Ho ricevuto da giorni il prezioso, curato, catalogo della casa d'aste Pandolfini relativo alla vendita di vini da collezione del 20 ottobre prossimo. L'evento avrà luogo alla Stazione Leopolda di Firenze in abbinamento alla presentazione della guida dell'Espresso (che scopro riguardare i vini, a dispetto del nome).

La prima e unica volta che ho partecipato ad un'asta, sempre Pandolfini ma nella modesta sede di Palazzo Ramirez Montalvo, un paio d'anni fa, ho trovato la cosa interessante. Nonostante lo stupore, l'inesperienza e amici plutocrati da controllare, tornai con parecchi ricordi, l'elaborazione dei quali, insieme al caso, mi spinge a tornarci. Perché farlo, cosa accade, chi incontri e perché non farlo più. Di questo voglio parlare. 

In tempi di aste on-line è lecito chiedersi come mai tanta gente spenda tempo e chilometri quando potrebbe partecipare dal divano di casa o dall'ufficio. Se è vero che lo stato di conservazione delle bottiglie è indicato in catalogo è anche vero che, per alcuni compratori, questo non è sufficiente.

La possibilità di esaminare preventivamente i lotti permette di verificarne innanzitutto l'autenticità, che per alcuni vini e millesimi non è scontata (vedi affaire Kurnawian). In caso d'aggiudicazione di un lotto è possibile pagarlo entro le 24 ore successive e ritirarlo, aspetti rassicuranti per le labili psiche degli spacciatori internazionali.

I vini provengono da cantine selezionate o da "un'eccellente enoteca toscana" (il che supporta la tesi dei compratori presenzialisti) e sono raggruppati, seguendo un ordine logico (vitigno, annata, zona, produttore), in lotti che riportano, espresso con una sigla, un giudizio sintetico sullo stato di conservazione delle bottiglie che lo compongono: condizioni dell'etichetta e leggibilità, del vetro, della capsula, livello di colmatura.

Il banditore inizia la vendita seguendo un ordine numerico e definendo un prezzo di partenza solitamente inferiore rispetto a quello indicativo del catalogo. I rilanci sono pari al 10% dell'ultima battuta ma è facoltà del banditore variarli.

I rilanci telefonici o telematici suscitano in me insicurezza (colpi di cecchini invisibili) e sospetto (saranno veri?).

Ricordo una sala gremita, in gran parte accaparratori cinesi di premier crus, uomini di vino e finanza, fondi d'investimento, sommelliers di ristoranti famosi. Poi qualche vecchio che prendeva appunti ma non comprava, due soggetti che identificai come agenti del Mossad o della Cia, il sosia di Monti, mandato dall'agenzia delle entrate e noi.

L'eccitazione dei musi gialli raggiungeva il culmine con Bordeaux. Le quotazioni record escludevano dalla competizione gli speculatori occidentali che sussurravano sdegno e impotenza all'orecchio del vicino e di tanto in tanto si voltavano, come fanno al cinema certi spettatori disturbati dal brusio. Io e i miei amici, novizi stretti tra la repubblica popolare cinese e il capitalismo occidentale, eravamo gli unici tra i partecipanti a comprare per bere.

Quando il banditore pronunciava "aggiudicato!", guardandomi, non provavo piacere. Non ero contento. Spendevo soldi in mezzo a gente che li investiva, spinta da motivazioni diverse dalle mie; contabili, lontane, che niente hanno che fare con il piacere, la conoscenza e il disagio.

Motivi psicologici che sommati al livello immorale raggiunto dai prezzi mi spingono a smettere. Con l'asta, con la Borgogna, e prima o poi col vino. 

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.