Archivio | Verticale Carema Ferrando 2005-1957 (Gambero Rosso Mensile)

Archivio | Verticale Carema Ferrando 2005-1957 (Gambero Rosso Mensile)

Il seguente articolo è stato pubblicato sul numero di Dicembre 2011 del mensile Gambero Rosso, racconto di una giornata indimenticabile trascorsa con la famiglia Ferrando, tra la cantina di Ivrea e le vigne di Carema, e 11 annate dell'Etichetta Nera (2005 la più recente, 1957 la "meno giovane") a far da esclusivo fil rouge [pdc]

scritta-ferrando «E’ vero, non siamo immortali: ma a me pare sempre di avere davanti un tempo infinito». Parole di Adriano Olivetti. Magari, chissà, ispirate anche da un bicchiere del vino che più amava e, a pensarci bene, più gli assomigliava. Quel Carema che porta nel nome l’orgoglio di un borgo di Piemonte che è già Valle d’Aosta, e nel dna lo stesso sguardo proiettato in avanti dello Steve Jobs italiano. Giacché il tempo non può essere mai una minaccia ma solo un prezioso alleato per vini e menti così. 

Poche volte come nella giornata passata con Luigi e Roberto ci è sembrato di avvertire una distanza tanto piccola tra anni così lontani: quasi mezzo secolo tra la prima e l’ultima vendemmia protagoniste di questa indimenticabile verticale, senza avvertire mai salti bruschi fra un oggi a colori e un ieri in bianco e nero. Forma retrò, sostanza contemporanea, le undici annate condivise dalla famiglia Ferrando ci raccontano prima di tutto la forza di una visione e la sua capacità di conservare un’identità espressiva a dir poco rara nella storia vitienologica italiana. 

Sono più i punti di contatto che di distanza, insomma, fra l’Etichetta Nera 2005 e il Carema 1957, tra la terz’ultima uscita dalla cantina di Ivrea e quella con cui tutto è iniziato. «L’azienda fu fondata nel 1890 dal mio bisnonno Giuseppe, originario di Ovada», ricorda Luigi Ferrando: «si commercializzavano principalmente vini del sud Piemonte in Valle d’Aosta, mercato importante nonostante la piccola regione. Fu però con mio padre Giuseppe che cominciò l’attività di produzione: si era innamorato di Carema e da qui volle partire. Le prime annate, alla fine degli anni ’50, le acquistammo già vinificate da Giuseppe Clerino detto Pìn, mentre il 1964 fu la prima vendemmia fatta tutta da noi E quasi subito si decise di creare le due etichette di Carema, la Bianca e la Nera, simili per lavorazione ma diverse per uve destinate e periodo di uscita»

Luigi e Roberto Ferrando

Luigi e Roberto Ferrando

La scommessa dei Ferrando prende forma negli stessi anni in cui il loro concittadino stupisce il mondo con il primo calcolatore elettronico italiano e prova a spiegare concretamente la sua fede in un’industrializzazione socio-sostenibile. Fatta anche di nuove scuole, asili, cooperative: si deve proprio ad Adriano Olivetti la fondazione, tra le altre, della Cantina Produttori Nebbiolo di Carema. «Nonostante gli sforzi del dottor Olivetti», testimonia ancora Luigi, «il boom industriale ha avuto il suo peso nel progressivo abbandono delle campagne un po’ in tutto il Canavese. Negli anni ’50 c’erano a Carema oltre 350 produttori di uva e alla nascita della doc, nel 1967, quasi 40 ettari iscritti. Oggi rimangono appena 16 ettari»

«Non si è mai persa del tutto la tradizione del vino a Carema», conferma Roberto, figlio di Luigi, «ma la vigna viene vissuta da tempo più come un hobby, finalizzato quasi esclusivamente all’autoconsumo: il problema più grande è la mancanza di manodopera, specialmente tra le ultime generazioni». Di certo non aiutano condizioni territoriali e produttive tanto affascinanti quanto ardue: un giro tra le pergole di Carema (localmente tuppiùn) spiega in un attimo la differenza tra una scampagnata e un pellegrinaggio. Non è un caso, secondo noi, che quei fazzoletti di nebbiolo maritato al granito e alla montagna aspettino i meno pigri sugli stessi sentieri della Via Francigena, come a ricordare prima di tutto il senso di una ricerca, quasi di un’ascesa. 

carema-terrazzeOggi gli appezzamenti sono concentrati nella fascia che va dai 200 ai 450 metri di altitudine, ma negli anni ’60 si andava ancora più su, muretto dopo muretto, costruiti a secco dai minatori della Valle d’Aosta, in cambio di mezza brenta di vino (circa 25 litri) ogni tre giorni. «Diverse vigne erano come adesso raggiungibili solo a piedi», rincara Luigi, «e dalle parcelle più acclivi ci volevano anche 30 minuti a salire e 30 a scendere: pensate che cosa poteva significare una vendemmia in queste condizioni a metà ottobre»

Come accaduto un po’ in tutto l’Alto Piemonte, anche a Carema il bosco si abbassa inesorabilmente e la roccia lotta con i rovi, ma grazie alla famiglia Ferrando e a pochi altri coraggiosi possiamo ancora parlare con cognizione di causa della magia nascosta in questa minuscola denominazione. Dove il nebbiolo, principalmente da vecchie vigne di picotendro e spanna, si rivela nella sua veste più nordica ed estrema, apparentemente scarna, fragile, crepuscolare, e invece di fibra marmorea, imperturbabile, inossidabile. 

Una tempra che sembra arrivare direttamente dai suoli morenici, acidi, ricoperti da un sottile strato di terra riportata dalle rive della Dora Baltea, sotto il quale affiora roccia granitica. «Anche se sembra strano, la nostra è una zona che soffre la siccità», spiega Roberto. «La roccia dilava rapidamente l’acqua e a fare la differenza sono la posizione e la ventilazione. L’anfiteatro terrazzato è dislocato lungo una sorta di gola-imbuto, all’imbocco delle Alpi, che guarda a sud, sud-ovest, con continue correnti d’aria che arrivano la mattina da nord, dalle montagne valdostane, e nel tardo pomeriggio da sud, dalle valli piemontesi»

pergolato-carema
Alle uve provenienti dalle parcelle di proprietà e in fitto messe insieme negli anni ’60, i Ferrando hanno sempre affiancato acquisti mirati, vinificando e maturando i due Carema in una cantina nella parte bassa del paese, come prevede il disciplinare. Per la selezione-riserva Etichetta Nera (da 2.600 a 4.000 bottiglie a seconda del millesimo) si è ridotto negli anni il tempo di macerazione (da 25-30 giorni a 10-15), così come è cambiato qualcosa nell’affinamento: un anno di acciaio, un anno di botti di castagno e poi rovere da 22 ettolitri, sostituiti dal ’95 con barrique e tonneaux nuovi per un 20%.

Dettagli produttivi del tutto marginali nella fisionomia di un vino che è un vero e proprio monumento alla trasparenza. Cromatica, proiettata da quel granato-mogano limpido, come cristallizzato a distanza di decenni. Aromatica, di quella purezza che in un attimo restituisce vitigno, terroir, annata, con una corrispondenza imbarazzante, rinunciando quasi ad ogni ammiccamento adolescenziale per vivere in una sorta di maturità dilatata ed eterna. Ma soprattutto una trasparenza progettuale, etica ci verrebbe da dire, grazie alla quale una doc da cartolina si è fatta scrigno di tesori irripetibili: vera e propria eredità olivettiana che non smette di stupire, assaggio dopo riassaggio.

vigna-con-paese-alpi-e-vecchio
Carema Etichetta Nera 2005

Annata tendenzialmente asciutta, calda ma senza eccessi, con rilevanti escursioni termiche autunnali e vendemmia a metà ottobre. Che rileggiamo in un Carema paradigmatico, ideale per iniziare il nostro viaggio nel tempo attraverso le Etichette Nere di Ferrando. Mandarino e china, nespola e legno antico, i tratti giovanili conversano amabilmente con gli approfondimenti territoriali. Sullo sfondo una mineralità “ferrosa” che si riversa in un sorso di spettacolare freschezza e sapidità, già capace di scaldare ed emozionare.

Carema Etichetta Nera 2003 

Anche a Carema la 2003 sarà ricordata come una delle vendemmie più calde, siccitose ed anticipate di sempre, non aspettatevi però un vino docile e risolto. Il tocco del millesimo è senz’altro avvertibile nei toni di nocciola e cacao, marmellata di mirtilli e vin cotto, così come nella trama gustativa più quadrata che slanciata, con meno presa e meno sprint rispetto ad annate più “normali”. Resta comunque l’impressione di un vino solido, magari più sbrigativo, ma capace di tenere a bada tannini impetuosi e tenore alcolico.

Carema Etichetta Nera 1997 

Negli appunti di casa Ferrando è classificata come un’ottima annata, con poca pioggia, ma ben distribuita, ed estate calda. E il bicchiere lo conferma, segnalando solo inizialmente un contributo del rovere più importante del solito: oliva nera, incenso, polvere pirica, prima che l’ossigeno porti a galla un’anima più fine e leggiadra. Un disegno che si ripropone in una bocca carnosa, avvolgente, assertiva, che non ha bisogno del consueto martello acido per fissare la progressione saporita e vitale.

ferrando-vecchie-bottiglie
Carema Etichetta Nera 1995 

Millesimo complicato, con vendemmia ritardata e bagnata a fine ottobre, dopo un’estate calda e una primavera piovosa. Più che l’andamento stagionale, però, si fa sentire l’unico cambio “tecnico” di tutta la verticale: la ’95 è la prima Etichetta Nera maturata in barrique e tonneaux, nuovi solo in questa occasione (oggi lo sono per un 20% all’anno). Il granato più cupo e concentrato è in linea con l’impronta terrosa e muschiata, tra radici e noce, amplificata in un palato essenziale, severo, ma estremamente spontaneo, quasi ancestrale nella sua espressività.

Carema Etichetta Nera 1990 

Ancora un’ottima vendemmia nella memoria dei Ferrando, disturbata solo da un maggio capriccioso ma bilanciata da un’estate generosa. E di nuovo ne ritroviamo il profilo in un Carema di gran classe, quasi “bordolese”, tra sigaro e legno di cedro, talco mentolato e ribes. Sanguigno, carnale, sferico, non fa mancare il contrasto e lo spessore di tannini mai inutilmente crudi, allungandosi in un finale dolce di frutto, con ulteriori margini di crescita.

Carema Etichetta Nera 1982 

La classica annata classica, ci viene da dire, rileggendo gli appunti di Roberto: estate regolare con piogge abituali e vendemmia a metà ottobre. Il risultato è un trentenne in grande forma, limitato solo da un’impronta riduttiva che nel bicchiere trova una magnifica apertura di frutto chiaro, buccia d’arancia, crema balsamica. Decisamente snello e appena stretto nel centro bocca, mantiene un passo vibrante fino alle fine, palcoscenico di tannini appuntiti e rocciosi.

Carema Etichetta Bianca 1976 

Figlio di un’annata per molti versi complicata, si rivela il vino tecnicamente più “debole” della verticale. Eppure restiamo ugualmente stregati dall’Etichetta Bianca ’76, con i suoi nettissimi ricordi di caramella al caffè e toffee, attorniati dalle erbe mediche, le bacche schiacciate, le essenze coloniali. Rispetto agli altri perde qualcosa per effetto di un’acidità violenta, un po’ troppo scissa e immatura, che amplifica la rigidità tannica e non trova un vero cambio di marcia in termini di armonia e sapore.

carema-57-e-62
Carema Etichetta Nera 1974 

Da un’estate fresca e asciutta ecco un altro fuoriclasse, capace come pochi di incantare per le sue atmosfere quasi “gozzaniane”: fiori secchi, tabacco trinciato, sali da bagno, legna arsa, il portato aromatico sembra segnalare una terziarizzazione decisa che la bocca immediatamente smentisce. Tra i più pieni e spessi, si rivela ampio e generoso, occupando ogni spazio del sorso con ammirevole intensità e tensione sapida, mimetizzando perfettamente una carica tannica ancora lontana dall’essere domata.

Carema Etichetta Bianca 1967 

Sull’etichetta leggiamo l’indicazione “Cru La Vignaccia – Regione Laurey” e Luigi Ferrando ce lo racconta come uno dei rari tentativi di Carema da singola vigna, accantonati in favore dell’assemblaggio di parcelle diverse, quasi per tutti soluzione migliore per le caratteristiche della zona. Che sia il sito o l’annata, resta indelebile l’impronta di un’Etichetta Bianca davvero d’antan, con i ricordi di malto e stout, pepe nero e radici, trasferiti fedelmente in una bocca cioccolatosa ma profonda.

Carema Etichetta Nera 1962 

Gli scarsi appunti di cantina non ci aiutano ad inquadrare preliminarmente una vendemmia quasi mai citata anche in altre aree vocate della regione. Fatto sta che l’Etichetta Nera ’62 è un vino struggente: nessun fascino retrò ma, al contrario, veste estremamente contemporanea, di straordinaria integrità. Pesca gialla, fiore di mandorlo, resina, incenso, nessuna traccia di riduzione e una purezza agrumata che si tuffa naturalmente in un sorso aggraziato ma al tempo stesso potente, incessante, maestoso.

Carema 1957 

Gli anni in cui tutto ebbe inizio, quando Giuseppe Ferrando decise che era arrivato il momento di creare una propria cantina e di dare un futuro al suo vino del cuore. Con tutta probabilità questo Carema ’57 fu acquistato già vinificato da Giuseppe Clerino detto Pìn: uno scherzo, pensiamo, immergendoci in questo effluvio di menta, tisana alle erbe, melograno, reso ancor più complesso dalle striature di iodio e macchia. Una gioventù aromatica che fa il paio con una bocca colma di energia, saporita e ritmata da un’acidità salmastra che distrae dalla silhouette magra ma vigorosa.


 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.