Ripartenze zemanianvalentiniane

Ripartenze zemanianvalentiniane

Arrivato al punto di non ricordare con precisione l’ultimo giorno interamente passato senza toccare alcol, presumibilmente un paio d’anni fa, ho deciso di dare ascolto ai miei organi interni. E regalargli un mesetto di tregua in forma di dieta-Ramadan.

Grande Capo Estiqaatsi, evocherete giustamente voi. Siamo d’accordo, non è la notizia di apertura con cui Mentana aprirà il Tg (anche se Studio Aperto forse forse…), ma qualche considerazione ce la appoggio lo stesso.

Punto primo: l’astinenza bacchica, contraddizione in termini, mi sta pesando molto meno del preventivabile. Mi chiedo dove ho sbagliato e se sono già diventato irrimediabilmente una persona peggiore. Sapete, quella faccenda dei segreti da nascondere, seconda in citazioni solo alla vita troppo breve per bere vino cattivo, sulle brochure aziendali. Ma poi realizzo: che cacchio, è vero che la mia fedina penale è lurida di ogni sorta di malefatte, ma questa colpa no, non me l’accollo.

La quattordicesima primavera-estate da “guidaiolo” va in archivio col solito migliaio e più di assaggi. E mentre consegno l’ultimo file, do’ una rapida occhiata alla memoria ram accumulata in questi mesi, prima di liberarla. Col solito setaccio auto-interrogante: cosa resta? Di quali bottiglie, o Paolo, non puoi fare a meno, tra le ultime incontrate in fase redazionale? 

Non arrivo a impiegare tutte le dita delle mani per tenere il conto, e sento l’amarezza – non santinianabochiana (link) – saturare l’aire. E’ questo invecchiare, dunque? Che a un certo punto non ti va più bene niente? Oppure è il mondo attorno a te che improvvisamente si prende una pausa? E che dopo tanto correre e rincorrere e sgomitare, si appoggia un attimo sul gradino e collassa, tutto in una volta, sotto il peso della stanchezza.

Sensazione potenzialmente meravigliosa, oltre che salvifica. Ma il punto è proprio questo: l’Occidente ha seppellito da qualche parte il diritto, e il piacere, di sentirsi esausti. Sostituendolo con un moto perpetuo senza origine né direzione. Un’energia dopata, cocainica, che prova a riempire il tempo, ma non il senso. E non sa schiodarsi dal punto di partenza, come ruota di criceto, lasciando una stanchezza solo più cattiva, frustrata, subìta.

trainspotting

Saranno gli effetti di 28 giorni, 8 ore, 39 minuti e 11 secondi senza stappare, ma mi resta questo sapore in buona parte inedito dagli ultimi mesi di assaggi. Non ne faccio una questione tecnica o stilistica o valutativa, bensì di semplice empatia. Non abbiamo molto da dirci in questo momento, io e la maggior parte delle bottiglie, delle storie, delle narrazioni che incrocio nel mio contemporaneo girovagare. Una continua sensazione di già visto, sentito, digerito, a cui non c’è modo di sfuggire. Un falso fermento, che si riflette in dinamiche da marketing emozionale, tanto ridondanti quanto fasulle alla prova dei fatti.

Pura alienazione, e forse non è necessariamente una catastrofe. Da un lato mi guardo attorno e mi pare di essere l’elefante nella stanza. Uno dei pochi a non accorgersi della quantità di liquidi favolosi, stupendi, imperdibili, straordinari, inimitabili, commoventi, ipnotici, artistici e pure taumaturgici che ci sono là fuori. 

Dall’altro so che nessuno riuscirebbe a rispondermi, ove chiedessi perché allora siamo tutti così sparpagliati, divisi, incarogniti. Io penso che il vino lo percepisca questo mood, e lo restituisca mentre scorre nel gargarozzo. Una dominante ansia da prestazione ed occupazione delle caselle che sa di emergenza e sopravvivenza. E non c’è spazio per la poesia e il sogno quando sei dentro una trincea, se non ti chiami Ungaretti.

Vizioso o meno, è un circolo che racchiude infinite opportunità. Per chi lavora e chi beve, per chi vende e chi racconta: la guerra prima o poi finisce e il tempo sana le cicatrici che può. Per ogni giorno di pace, un nuovo desiderio. Perché non siamo una razza programmata per accontentarci. Sino a scoppiare e ad implodere, e dover ricominciare tutto daccapo. E’ adesso il momento dei pionieri e degli scommettitori, è adesso che vale la pena di concentrare tutti gli sforzi su obiettivi di lungo respiro. Esplorando universi quanto più possibile lontani dal nostro chiacchiericcio autoreferenziale. Dopo, so’ bboni tutti, come direbbe Antonello-Corrado *.

Crediti: slowfood.it

Crediti: slowfood.it

E’ il mio proposito di inizio anno. Condividere ancora più di quanto fatto negli ultimi mesi le deviazioni, i blitz, i pit stop apparentemente estranei all’argomento vino. Non avete idea di quanta gente incontro che continua a giustificarsi imbarazzata quando le parlo della mia passione, magari perché non ricorda i nomi dei vitigni e non sente il peperone nel cabernet. Così come ne becco sempre di nuovi, fra quelli convinti che un corso di degustazione e qualche bevuta regalino l’onniscienza. Il fallimento certificato. Che reclama percorsi nuovi, contaminazioni. Fallimentari anch’essi, magari, ma quantomeno non condannati a priori. Una ripartenza zemaniana, mi piace pensare. L’innocente bugia di un gioco dove può vincere chi segna un gol in più dell’avversario, e non per forza chi ne subisce uno in meno.

Meglio che riprenda a bere, avete ragione. La bottiglia per l’occasione ce l’ho, non me ne viene in mente nessun’altra fra quelle testate negli ultimi tempi. Montepulciano d’Abruzzo 2012 Valentini: un vino fantastico, ma che soprattutto accende la fantasia. Con le sue mille sfumature di nero, che nulla hanno a che fare con cupezze monolitiche, e si fanno invece velluto e sapore irradiante nel sorso. Di questo parlo: cerco gioia, so di poterla trovare. Ma che fatica.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.