Antoniolo, San Francesco 2007 | Campione di botte e di tavola

Antoniolo, San Francesco 2007 | Campione di botte e di tavola

C’è un angolo della mia cantina dedicato ai famigerati “campioni di botte”.

Definizione per molti versi beffarda, dato che nove volte su dieci di fuoriclasse poi neanche l’ombra. In un modo o nell’altro vengono quasi sempre fuori i limiti dei vini “provvisori”: sgrammaticature aromatiche, scissioni gustative, vere e proprie ossidazioni, anche dopo solo pochi giorni dal prelievo di cantina.

Ecco perché cerchiamo di evitare il più possibile gli assaggi di bottiglie non definitive, specialmente nelle sessioni “ufficiali” per guide e affini. Ma in alcuni casi è inevitabile, con esiti piuttosto variabili, nel breve e lungo periodo.

Parliamoci chiaro: preparare un grande campione di botte è un’arte. Ci sono enologi che hanno costruito una porzione significativa delle loro brillanti carriere su questo. Come non mancano consulenti, superstar incluse, in ultima analisi del tutto negati per tale disciplina. Altro che “cuvée journaliste”, certi vini confezionati ad hoc si rivelano assai meno riusciti e performanti dei corrispettivi effettivamente in commercio.

Di tanto in tanto mi diverto a mettere da parte qualche bottiglia assemblata “in corso d’opera”. E a ristapparle dopo mesi, se non addirittura anni, per vedere l’effetto che fa. Come si comportano vini prelevati tal quali dalla vasca inox o dal legno, non chiarificati, filtrati, stabilizzati, solfitati. Oppure, all’inverso, liquidi pesantemente lavorati in extremis, proprio per simulare l’ultima fase dell’affinamento, e dare il massimo da un punto di vista organolettico in pochi giorni.

Antoniolo - San Francesco '07 (c.b.)

Come detto, nella stragrande maggioranza dei casi l’esperimento si conclude con un rapido sversamento in lavandino. Ma insisto per godere della classica eccezione che conferma la regola. Che scompagina ogni ricordo e aspettativa. E smentisce gli “scienziati”, quelli che riconducono tutto a granitici meccanismi di causa-effetto, ma poi non sanno spiegarti il perché di certe cose. Come, ad esempio, la qualità espressiva e la tenuta di vini non certo plasmati secondo i crismi dell’ortodossia enologica.

A loro chiedo, dunque, la soluzione dell’ennesimo mistero liquido: la bontà del Gattinara San Francesco 2007 di Antoniolo in versione campione di botte. Ero fisicamente presente in cantina (estate 2010) quando Alberto riempì due bottiglie direttamente dal fusto, tappandole a mano. Sono passati sei anni e lo ritrovo perfettamente integro: frutti di bosco, bergamotto, erbe mediche, spezie piccanti, e solo una leggerissima vena confit a richiamare la vendemmia torrida. Pronto, ma non certo “arrivato”, regala un sorso godurioso e vitaminico, più saporito che verticale, con tannini vivaci e di grana precisa. Piccola scodata alcolica in chiusura, come in tanti nebbiolo alto piemontesi del 2007.

Nessun indizio di “provvisorietà”, insomma: se non fossi stato testimone dell’imbottigliamento estemporaneo, non mi sarei accorto di nulla, bicchiere alla mano. Anzi sì: l’assaggio di qualche mese fa, da bottiglia “ufficiale”, non era stato così convincente. Orsù, che qualcuno ci illumini: più vado avanti col vino e meno ne capisco; ma fortunatamente là fuori è pieno di bevitori che hanno lasciato i dubbi alla precedente vita da astemi.

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Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.