Bernardoni, il Verdicchio introvabile

Bernardoni, il Verdicchio introvabile

Sono ormai abituato alle reazioni più disparate quando provo a spiegare il mio lavoro a chi me lo chiede, non si sa bene per quale motivo.

Soprattutto quando si arriva alla parte guide, assaggi, cento vini al giorno, cene istituzionali, eccetera. Spaziano dal «poveraccio, solidarietà» al «tutte le fortune c’ha ‘sto pelato demmerda» (perlopiù neofiti a digiuno di nozioni epatico-tricologiche, naturalmente).

La verità è che hanno ragione entrambi i poli, e alla fine ho deciso di pacificarmi con l’altalena di euforia e depressione incrementata dagli impegni bevitori estivi. Siate clementi se in queste settimane sono più latitante del solito, insomma, perché qualche bella bottiglia da aprire insieme scappa sempre fuori dagli amati-odiati tour de force alcolici.

Ma a volte non bastano nemmeno quelli. Sembra incredibile nell’era del villaggio globale, eppure esistono ancora vini, aziende, vigneron di valore nei fatti sconosciuti, perfino tra gli addetti ai lavori più curiosi e scafati. Ci ragionavo l’altra sera, assaggiando – mi correggo – trangugiando, un magnifico bianco marchigiano recuperato dai soliti amici dell’Avr (grazie ancora Dante, Fabrizio ed Emiliano!) durante una delle loro ultime scorribande.

Sapevo che si trattava di una minuscola realtà artigiana dei Castelli di Jesi, ma qualche informazione in più pensavo di trovarla tra web e pubblicazioni. Invece nulla di nulla. Neanche un box con l’indirizzo e i riferimenti telefonici, men che meno una scheda, una recensione, un post. Come è possibile, mi sono chiesto mentre la bottiglia si prosciugava, che nessuno (fino a prova contraria) avesse parlato sinora di una meraviglia del genere.

Invece può succedere, e succede. Perché il Bel Paese è un giacimento inesauribile di storie così. Imprese familiari che trovano modo di sostenersi fuori dai riflettori mediatici, grazie ad una clientela altamente fidelizzata. Ma soprattutto con la scelta fatta a monte, e niente ripensamenti, di una vera e propria “non-crescita felice”. Produzione per autoconsumo, o poco più, senza alcuna volontà di incrementarla nel tempo.

Vittorio Bernardoni e Alice Fregola

E’ questo, in sintesi, lo scenario che accompagna da circa un ventennio il lavoro di Vittorio Bernardoni e Alice Fregola sulle colline di Cupramontana. Meno di mezzo ettaro interamente coltivato a verdicchio: tutto quel che rimane dalle infinite spartizioni ereditarie di un corpo originario ben più esteso. Non più di quaranta quintali di uva e trenta ettolitri di vino, quando va bene: volumi da garage, che hanno consigliato ai coniugi Bernardoni un’impostazione per molti versi “valentiniana”, fin dalla prima vendemmia (1994). 

Come nella storica casa di Loreto Aprutino, infatti, vengono imbottigliate e commercializzate esclusivamente le versioni ritenute all’altezza. Meno di una su cinque, ad oggi: 1997, 2006, 2010 e 2013, mentre tutte le altre sono riservate ad una sorta di “club”, convocato in primavera per riempire – damigiane al seguito – la propria assegnazione. A prezzi non esattamente popolari: 50 euro franco cantina il Verdicchio 2013, l’ultimo rilasciato, 8 euro al litro per lo sfuso.

Un rituale che naturalmente accresce l’aura di mistero evocata dai Verdicchio di Bernardoni. Qualche collega giura di averlo trovato all’osteria Giacani di Jesi come bianco della casa, altri sostengono di averne goduto a tavola con Ampelio Bucci, a quanto pare suo grande estimatore, ma gli aneddoti sono quasi sempre vaghi e fumosi. Come detto, i ragazzi dell’Avr sono tra i pochissimi a poter dire di conoscerli davvero e mi raccontano spesso di una serata “total blind” da Amerigo a Savigno, quando il 2006 fece tremare il Perrières di Coche Dury pari annata.

Non mi stupisce più di tanto, se è vero – come assicurano – che si tratta di una versione superiore al già entusiasmante 2013 testato durante l’ultimo match della mia amata Albania, ingiustamente eliminata dall’Europeo. Un Verdicchio di spettacolare purezza agrumata e iodata, ricco di sfumature officinali e silvestri, capace di declinare molteplici registri. Non il solito bianco verticale tutto nerbo e acidità che va per la maggiore di questi tempi, ma un vino completo per sapore e scheletro orizzontale: appenninico e adriatico insieme, richiede piatti “importanti” della tradizione contadina e marinara.

Fantastico, straordinario, imperdibile, meraviglioso, epico, monumentale, sconvolgente, grandissimo, immenso, commovente, e aggiungete voi tutti i superlativi assoluti che volete.
 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.