Pergole Torte 2001 | Rendicontare la bellezza

Pergole Torte 2001 | Rendicontare la bellezza

Vino o non vino, dobbiamo assolutamente riappropriarci del significato delle parole. E combattere con ferocia i trivellatori abusivi, perché non si fermeranno finché ogni giacimento di senso sarà svuotato, con o senza referendum.

Quelli che usano straordinario per dire corretto, commovente per dire bevibile, imperdibile per dire meritevole di una chance. Le iperboli sono una cosa seria, usate ad capocchiam hanno come unico effetto quello di scartavetrare gli zebedei. Mi rifiuto di accettare un sistema dove bisogna spararla sempre più grossa per ottenere attenzione. Un mondo in cui la piramide si rovescia contro ogni logica e tutto diventa indistintamente eccezionale. Un luogo fantasioso dove i vini discreti sono meno di quelli buoni, che a loro volta sono meno degli ottimi, che poi sono meno dei grandi, e così via.

Tutto questo non ci riguarda. Sono faccende per venditori di pentole alla Giorgio Mastrota, e gliele lasciamo senza colpo ferire. Del resto basta poco a riconoscerli e a prendergli le misure, applicando la tara al repertorio di aggettivi e citazioni. Ma non è sufficiente per disinnescare tutti i paradossi, tipo un “buono” percepito – dai produttori in primis – quasi come un giudizio negativo ormai, una diminutio valutativa, una reductio ad greggem. Meteorite arriva presto, ti prego: magari potessi considerarmi “solo buono” nella maggior parte delle cose da sapere e fare per campare serenamente.

L’ennesimo post sul Pergole Torte della famiglia Manetti alias Montevertine, perdipiù di una “vecchia” annata esaurita da quel dì, vuole servire solo a questo: esigenza documentaristica e contributo semantico. Aggiornamento dell’album, dove al posto delle figurine dei calciatori ci sono bottiglie. L’hall of fame dei grandi, ma grandi per davvero, con tutta la consapevolezza e il senso di responsabilità che la definizione comporta. Vini che parlano locale e comunicano globale. Che fanno dire all’amico John Wine da New York “minchia zio, mambo italiano” e a Chang Li da Pechino “questa melaviglia non potele che venile da Toscana e stale bene pule su involtino plimavela”. Che non hanno bisogno di epistenologia ermeneutica per farsi capire da chiunque. Mica la roveja delle Valnerina o il cacio coi vermi, ché non tutti nasciamo antropologi. Che sono percepiti come qualcosa di speciale da Antoine Ego e Vicienzo ‘O Zuzzuso. Amati da bianchi, neri, gialli, mulatti, ortodossi, atei, ricchi, poveri, fatturatori, casalinghi, principesse, escort, superdotati, microittici, belli, brutti, vecchi, piccini, omo, etero, transgender, comunisti, fascisti, democristiani, juventini, napoletani, fan di Povia e dei Led Zeppelin, eccetera eccetera eccetera. Più che ecumenici, universali.

Non ne faccio una questione filosofica, bensì di quotidianissima praticità. Diciamo sempre che il nostro bene più prezioso in assoluto è il tempo, oggi più che mai. Orbene, quando restituiamo alle parole la loro forza originaria, ne liberiamo un mucchio. Conserviamo energie per ciò a cui teniamo maggiormente. Nelle cose grandi e in quelle piccole, come una lettura vinosa. Nel momento in cui ho la ragionevole certezza che quel “fantastico”, “splendido”, “spettacolare”, non sia stato buttato là come esca, tipo mountain bike 18 marce con cambio Shimano, posso tranquillamente accelerare il passo su note organolettiche e poetiche similitudini. In fin dei conti, a chi interessa veramente che il Pergole ’01 stappato a cena (Lotto 1404) sapesse di melograno e fetta di cocomero? O che grondasse chiantigianità d’altura, con la profondità speziata e balsamica, e la classe tannica, di un maestoso Gevrey della Combe? E ancora, che si bevesse a sorsate da camionista, con una densità di sapore sprigionata da ogni goccia e misurabile in minuti?

Aiutiamoci almeno tra di noi, dico io. Costruiamolo insieme e condividiamolo, un archivio di bellezza degno di questo nome. Dove pescare in tutta sicurezza, all’occorrenza, quando arriva il francese, il tedesco, lo spagnolo di turno a sfidarci. La nostra nazionale da mandare al mondiale giocandosela ogni volta, con buona pace di De Coubertin. Oh, alla fine siamo o non siamo un popolo di Commissari Tecnici?

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.