Digressioni sabatiche #1 | Il circolo vizioso dell’irpinitudine calcistica

Digressioni sabatiche #1 | Il circolo vizioso dell’irpinitudine calcistica

Siamo tutti mortali fino al primo bacio, il secondo bicchiere di vino e la prima partita allo stadio.

Bisteccone Galeano, che ci segue da casa e salutiamo, lo sa. E pure io, che non dimenticherò mai – nemmeno in Alzheimer avanzato, ne sono sicuro – la felicità orgasmico-nirvanica afferrata per un momento, e per sempre, salendo le scalette del Partenio non ancora Lombardi mano nella mano con i miei nonni e mio padre. La visione del prato verde, il frastuono di oltre 30.000 persone (allora si poteva), le bandiere, gli striscioni, i tamburi, attenzione attenzione oggi si beve Arnone, yellow submarine reloaded in forza Avellino alé alé alé, e potrei continuare fino a domani. 30 gennaio 1983, Avellino-Cesena, Barbadillo su rinvio di Tacconi al 7′: impossibile cancellare dall’hard disk.

La definizione clinica di “monomaniaco” non rende l’idea del mio rapporto con lo sport, il calcio e il calcio Avellino in età fanciullesca. Una sconfitta dei Lupi equivaleva a giorni di mutismo (impossibile da credere conoscendomi, ma tant’è), e ci sono voluti mesi per riprendermi dopo la traversa di Alessandro Bertoni a San Siro, il 15 maggio 1988. Probabilmente sentivo, senza volerlo accettare, che quella retrocessione in serie B – dopo un decennio epico, senza retorica – non era soltanto un episodio sportivo, ma annunciava la fine di un’epoca per la città e l’Irpinia tutta. Politica, sociale, economica, culturale.

A quasi trent’anni da quell’esodo di popolo, siamo ancora lì. Ibernati sulle gradinate a chiederci come sarebbe andata la storia se… E senza nemmeno un Turone da “vessillare”, o un Maradona da uccidere, come direbbe il buon Marco Ciriello (link). Mexicanjournalist non a caso, perché ci vogliono occhi sudamericani, per capire davvero una provincia che continua a non vedere altro che il pallone come soluzione riempitiva al gigantesco buco nero del suo presente e futuro.

Solo per questa consapevolezza, forse, finisco per provare più tenerezza che fastidio verso l’attuale mood del tifo biancoverde. Mi piacerebbe dire che il mio è un distacco programmatico, con intenti socio-politici, ma la verità è che semplicemente non mi ritrovo, e non mi ci posso ritrovare, in questo calcio. Non è questione di migliore o peggiore, ma solo di prendere atto che si tratta di una cosa completamente diversa da quella con cui sono cresciuto. Che fondamentalmente scoraggia la compartecipazione nell’unità di luogo e di tempo, necessitando primariamente di telespettatori. E rende sempre più anacronistiche le reazioni da innamorati feriti e traditi, sicure come la morte e le tasse quando l’Avellino becca il momento no in primavera.

Succede dappertutto, lo so benissimo, ma nella “terra delle 3 Docg” (sic!) i risvolti shakespeariani sono regolarmente portati alla massima sublimazione. La Curva Sud tra le più rispettate d’Italia. Quella che canta per tutta la partita. Quella che non rinuncia a nessuna trasferta, questura permettendo. Quella che di fatto i lupi giocano sempre in casa. Quella che dice no al calcio moderno e sì alle condivisioni su facebook dei video con i complimenti dei commentatori Sky. Mente “inglese” in corpo terrone, ma solo finché dura l’autoipnosi. Perché poi arriva sempre il giorno in cui l’incantesimo si rompe. E ogni sconfitta diventa un liberi tutti per i vecchi fantasmi.

Precisa volontà di perdere: questo arriva all’ultras irpino che esce malconcio dalla resa dei conti. Gli stessi soggetti acclamati e tampinati fino a poche settimane prima, diventano dalla sera alla mattina nient’altro che mercenari. Lo sono, lo sono sempre stati, eppure la prospettiva cambia radicalmente, come in un gioco di specchi deformanti. Si perde per interesse della società, per la cricca dei napoletani, per le scommesse clandestine, per i ricatti sui premi aggiuntivi, per la Ceres di troppo da Tony, per la sexy giornalista contesa da quello con la cresta e l’altro con la terza gamba, eccetera eccetera. Le cose di sempre, come detto. Ma che qua fanno un male cane ogni volta come fosse la prima. Genetica impossibilità di sviluppare anticorpi al già visto e al già vissuto. Che si riversa in disperazione furiosa, tanto liberatoria sul momento quanto barbarica negli effetti.

Naturalmente non fa alcuna differenza che il marciume intuito sia poi dimostrato dalla carte bollate. Anzi, dal mio punto di vista è perfino peggio: come puoi affidare pezzi di emotività e speranze ad un gioco che sai già truccato in partenza? Che senso ha prendere seriamente una militanza legata ad obiettivi e risultati così aleatori? Ma davvero davvero pensiamo di farci pubblici ministeri di un fantomatico “impegno” a noi dovuto? Un’unica risposta possibile ci sarebbe a tutto questo, rivoluzionaria e definitiva: la totale indifferenza ai numeri, ai risultati, ai cosiddetti protagonisti, e a tutto il circo intorno. Lo stadio come piazza in cui re-imparare ad incontrarsi, a con-dividere una passione più alta e ineluttabile di ogni meteora tecnica e societaria. La certezza della vittoria che nessuno può toglierti per il semplice fatto di stare lì, con tanti altri come te, dove vuoi tu, e non dove vogliono loro. La rovesciata volante all’incrocio che ti riesce solo quando ti metti ai piedi le ali della leggerezza e dell’auto-ironia.

Il calcio ad Avellino è una cosa talmente grande e seria nella sua onnipresenza, che si potrebbero progettare interi piani quinquennali per monetizzarne in toto il potenziale. Non soltanto economico o finanziario, come detto. Ma non succederà. Non a breve, perlomeno. E a pensarci bene, sarebbe profondamente ingenuo aspettarselo: perché una comunità sportiva dovrebbe mostrarsi migliore di ciò che le gravita attorno tutti i giorni? Una città e una provincia che assomigliano sempre meno all’Irpinia dei libri e delle supercazzole da cantautorato paraculo, e sempre più ai sobborghi della Colombia di Netflix. Con o senza foresta pluviale e baraccopoli, giacché la centralità dell’oligarchia intermediaria è la medesima. E’ più che comprensibile: umano, lasciarsi andare ai vecchi e sempre nuovi spettri. L’obiettivo non è sconfiggerli, ma combatterli quel tanto che serve a non farli andare via del tutto. Perché alla fine ci fanno compagnia, e sentiamo un gran bisogno di una spalla, di qualsiasi tipo, quando siamo lì imprigionati, incapaci di capire come scavare e contemporaneamente colmare, il vuoto.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra, diceva quel Tale. Come potrei giudicare, d’altronde, quando io per primo ho vissuto – e vivo tuttora – amori così dominanti. E allora scelgo di riguardarmi il gol di Barbadillo, e tornare nel corpo e nei sogni di un bambino di 4 anni. Solo lo stupore può salvarci, in sinergia con la bellezza: ne sono ogni giorno più convinto.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.