40 Anni dopo | Torgiano Riserva 1966 Vs Torgiano Riserva 1969

40 Anni dopo | Torgiano Riserva 1966 Vs Torgiano Riserva 1969

Oggi gli appassionati le hanno riscoperte e i critici tornano volentieri su quelle vecchie bottiglie; eppure, una decina di anni fa, i Torgiano Riserva di Lungarotti non suscitavano più questo grande interesse.

Il corso del vino moderno raccontava storie diverse e anche l’azienda, nella propria evoluzione individuale, viveva forse il suo momento più difficile, impegnata in un trapasso epocale, generazionale e stilistico.

Insomma, quando agli inizi della mia collaborazione al Gambero, fresco di Master e divorato dall’entusiasmo per il vino proposi una retrospettiva su Vigna Monticchio, il placet della redazione non fu così scontato. Arrivò comunque, per fortuna, e con esso l’incredibile verticale che realizzammo, uno degli articoli cui sono più affezionato e l’inizio di un’indagine maniacale sul rosso che, per usare le parole di Hugh Johnson, “ha disegnato l’Umbria nella mappa enologica mondiale”.

Quella volta assaggiammo un sacco di annate, comprese la sorprendente 1969, la splendida coppia ’77 – 78 e la mitica ’88. Una specie di miccia che mi ha portato più volte a tornare su questa etichetta, negli anni a venire, cercando a destra e sinistra le bottiglie mancanti e facendo qualche buon affare. In un decennio ho riempito quasi tutte le caselle ma ce n’era una mancante che mi toglieva il sonno.

Il fatto è che, durante la verticale del 2006, Chiara e Teresa mi raccontarono un aneddoto assai intrigante e una amichevole diatriba da giudicare, seppur a tanti anni di distanza.

Tutti sanno che le prime bottiglie di Giorgio Lungarotti richiamarono a Torgiano la stampa di mezzo mondo, tra cui il mitico critico inglese Edmund Penning Rowsell, considerato il padre dei wine-writers britannici (tra i quali Jancis Robinson) e autorevole firma enoica del Financial Times. Pare che il buon Edmund fosse letteralmente stregato da quelle Riserve e che, insieme a “Re Giorgio”, facesse spesso le ore piccole, bicchieri alla mano, disquisendo sulle loro potenzialità. In particolare, i due battibeccarono più volte su quale fosse la migliore tra la 1966 e la ’69, rimanendo ben arroccati sulle rispettive posizioni e apportando così tante prove da prosciugare quasi tutte le scorte di quelle annate.

Ecco, finalmente posso dire la mia su quella gioiosa querelle, facendomi un’idea sui gusti dello scrittore inglese, che preferiva la ’66, e di Lungarotti, innamorato della ‘69. Poche settimana fa, grazie a un nuovo progetto che prevede la ricolmatura dei vecchi millesimi, ho rimesso il becco su molte bottiglie, tra cui la prima in assoluto (1964) e la 1966, appunto. C’era anche la ’69, dunque il confronto mi è agevole e fresco.

Ho ritrovato quest’ultima cRiserva 66-69ome l’avevo lasciata 10 anni fa. Il colore è scarico, quasi cerasuolo, ma i profumi sono sfaccettati. Attacca con una leggera nota animale di riduzione ma si apre progressivamente fino a incrociare sensazioni di terra bagnata e acqua di rose. La bocca è snella quanto elegante, dolce e affilata, attraversata da una speziatura diffusa e chiusa da tannini finissimi. L’acidità è sostenuta, fatto che non stupisce visto l’andamento di quel millesimo (caratterizzato da un inverno nevoso e una primavera – estate piovosa, tardivo e dalle temperature tendenzialmente “fresche”, condito da eccellenti escursioni termiche fino a tutto Settembre ma con un mese di Ottobre asciutto e soleggiato). Incredibile ma vero, riguardando gli appunti mi sono accorto di aver dato lo stesso punteggio di allora: 95/100.

E la tanto attesa 1966? Ha un colore più intenso e concentrato, viatico di profumi rigogliosi e complessi. Alla cieca avrei detto più giovane. Le note terziarie sono pregevoli, dal cuoio alla pelle conciata, fino a cenni di cioccolato e cacao. La coerenza in bocca è stupefacente. Non solo un vino celebrativo e resistente ma goloso, da bere con gusto. Alterna passaggi dolci a sensazioni fresche, quasi floreali. E ha un sorso setoso. Alla lunga esce un’inezia di zafferano ma è ancora perfetto. Novantacinque punti anche a questo.

Assaggiati oggi, uno accanto all’altro, appaiono come due vini meravigliosi ma diversi, che tradiscono altrettante sensibilità stilistiche.  Devo dire la verità, non mi stupisce che un critico inglese di quell’epoca preferisse quello dall’abbraccio più carnoso e confortevole mentre un produttore umbro, cresciuto a pane e sangiovese, il vino dal tratto più scaltro e verticale.

Forse avevano ragione entrambi e magari, sotto sotto, lo sapevano. Quelle discussioni non erano altro che un ingegnoso stratagemma per scolarsi qualche bottiglia in più.

 

 

 

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.