Pillole di Wine Club #8 | Verticale Montevetrano, Silvia Imparato

Pillole di Wine Club #8 | Verticale Montevetrano, Silvia Imparato

Prosegue il calendario del Tipicamente Wine Club – sezione Campania, con l’ottavo capitolo interamente incentrato sulla verticale del Montevetrano.

Come al solito coccolati da Angelo Nudo e dalla sua squadra del Marennà di Sorbo Serpico, dieci versioni dal 2010 al 2001 (ringer a parte) per ripercorrere gli anni che hanno visto definitivamente consolidarsi il prestigio nazionale ed internazionale della creatura di Silvia Imparato.

Esordito in tiratura semi-sperimentale con la vendemmia 1991, fu nei fatti il primo “Supercampano” della storia. E il suo immediato successo, di critica e di pubblico, diede il la ad una nuova generazione di vini proposti trasversalmente in tutta la regione, al di fuori delle denominazioni “classiche”. Con una sostanziale differenza rispetto a quanto accaduto in Toscana già sul finire degli anni ’60: i produttori campani puntarono fondamentalmente sui vitigni locali, Aglianico in testa, per le loro etichette più ambiziose. Col millesimo ’93 nacque il primo Terra di Lavoro di Galardi, nel ’94 debuttò il Salae Domini di Antonio Caggiano, poi il Serpico di Feudi di San Gregorio, il Naturalis Historia di Mastroberardino, il Naima di De Conciliis, il Cenito di Maffini, il Bue Apis di Cantina del Taburno. Solo col Patrimo ’99 di Feudi di San Gregorio si tornò a parlare, ne scrivevo qualche settimana fa, di top di gamma prodotti col contributo di varietà internazionali.

Silvia Imparato

Silvia Imparato, alias Madame Montevetrano

Il Montevetrano rappresentò e rappresenta tuttora un’eccezione, dunque, per una lunga serie di ragioni. Innanzitutto nelle intenzioni della sua artefice, legata familiarmente alle colline salernitane, ma a tutti gli effetti di cultura “francese” per viaggi, passioni, esperienze lavorative. Per quanto abusato come riferimento, fu realmente una radicale scelta di vita, quella che riportò Silvia Imparato a San Cipriano Picentino nei panni di vigneronne. Già proprietà borbonica, la tenuta apparteneva ai nonni dagli anni ’40 e produceva frutta, nocciole, olio e vino, essenzialmente per autoconsumo. Sfusi di poche pretese, come all’epoca un po’ dappertutto nel Salernitano, senza dubbio il territorio regionale che più fu danneggiato, col senno di poi, dalle politiche agricole ministeriali del secondo dopoguerra. Trebbiano, malvasia, sangiovese, barbera, montepulciano, uva di Troia: l’obiettivo era produrre grandi quantità a basso prezzo, e tali furono le caratteristiche della filiera in provincia fino alla seconda metà degli anni ’90.

Da queste parti la parola tradizione non aveva alcuna connotazione qualitativa, insomma, quando Silvia decise di reinnestare i vigneti in località Montevetrano. Ispirandosi agli amati rossi di Bordeaux, e consigliata dai fratelli Cotarella (inizialmente Renzo, poi Riccardo), optò per un blend di vigna a maggioranza cabernet sauvignon (intorno al 60%), merlot (circa 20%) e aglianico (10% nelle prime annate, percentuale sensibilmente aumentata con le ultime uscite). Proporzione rispettata anche nei reimpianti successivi, grazie ai quali la superficie vitata ha raggiunto i 5 ettari e la produzione si è assestata attorno alle 30.000 bottiglie (a cui si aggiungono dal 2010 le circa 40.000 bottiglie dell’Aglianico Core, realizzato con una quota di uve acquistate a Guardia Sanframondi, nel Sannio). Patrizia Marziale e Domenico La Rocca completano lo staff.

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Montevetrano, la retrospettiva

Se i volumi imbottigliati sono progressivamente aumentati nelle prime venticinque vendemmie, l’idea tecnica del Montevetrano è rimasta sostanzialmente invariata. Le parcelle dislocate attorno alla cantina evidenziano caratteristiche omogenee per quanto riguarda altitudini (tra i 100 e i 150 metri slm) e terreni (di medio impasto, ricchi di scheletro), le uve vengono raccolte separatamente da sempre, di solito tra la prima decade di settembre (il merlot) e la metà di ottobre (per l’aglianico). Le fermentazioni si svolgono in acciaio, con macerazioni di circa 20 giorni, successivo affinamento di 10-14 mesi in barrique francesi, perlopiù nuove, e non meno di un anno in bottiglia.

Una continuità stilistica che trova modo di dialogare con le variabili millesimali attraverso un range espressivo piuttosto ampio. Nonostante le numerose occasioni avute per testare vecchie e nuove uscite, infatti, trovo ancora una certa difficoltà nel delineare un profilo “standard” del Montevetrano. Il paragone con certi Chateau del Médoc sembra funzionare per le versioni più sottili ed eleganti, ma soprattutto per la lentezza evolutiva: non ha quasi senso stapparlo prima di un lustro e per le annate più ricche è consigliabile ulteriore pazienza, come ha confermato la nostra verticale. D’altro canto la solarità del frutto e la prepotenza speziata, unite ad un certo calore materico, ne illuminano sempre più il carattere da “bordolese mediterraneo”. Complicato stabilire se e quanto c’entrino gli eventuali cambiamenti climatici, ma nel Montevetrano del terzo millennio questa doppia anima “girondina-sudista” si manifesta con maggiore evidenza.

Montevetrano collage

Un’ambivalenza stilistica coerentemente restituita, a ben vedere, dal racconto critico contemporaneo. Da una parte resiste e per molti versi si rafforza la reputazione di un vino regolarmente menzionato tra i protagonisti del cosiddetto “rinascimento enoico campano”. E’ l’etichetta regionale che ha conquistato il maggior numero di Tre Bicchieri dalla Guida Gambero Rosso (19 volte su 21, dal ’93 in poi), ma la collezione di premi e recensioni over 90/100 sulle riviste anglosassoni è lunghissima. Così come viene arricchito di nuovi dettagli il ritratto di una donna trasversalmente ammirata e rispettata per carisma, qualità umane, autorevolezza interpretativa. In un settore ormai polverizzato per opinioni e letture, Silvia Imparato è una delle poche personalità ancora capaci di mettere un po’ tutti d’accordo. Dall’altra parte trovano cittadinanza, spogliandosi di zavorre ideologiche, le annotazioni di chi considera il Montevetrano un rosso tutto sommato “normale”, apprezzabile per una ricerca di misura e sobrietà che talvolta può anche essere percepita come algidità e freddezza espressiva. Un bordolese che parla più alla testa che al cuore, provando a sintetizzare, e al quale si possono legittimamente preferire altre opzioni, già restando in ambito regionale.

Dal mio punto di vista le posizioni maggiormente polarizzate si rivelano entrambi valide, a patto di dichiarare apertamente il “terreno di gioco”. La proverbiale armonia del Montevetrano risalta con indiscutibile evidenza quando lo si assaggia accanto a numerosi vini che prendono forma in condizioni geoclimatiche simili. Qualcuno scomoderebbe concetti tipo “superiorità genetica” del cabernet sauvignon, fatto sta che il suo tessuto strutturale è palesemente più aggraziato rispetto a quanto incrociamo di solito a queste latitudini. E’ altrettanto vero, tuttavia, che una silhouette vellutata non è di per sé garanzia di un vino in toto completo, appagante, coinvolgente. Anche questa volta non sono mancate le sorprese rispetto ai ricordi pregressi, in un senso e nell’altro: versioni che all’uscita non mi avevano entusiasmato (come 2008 e 2006) sembrano oggi sbocciare, e specularmente convincono meno di altre occasioni riuscite celebri come 2007, 2004 o 2001. Non cambio idea, invece, sul Montevetrano che mi porterei a casa se dovessi sceglierne uno e uno solo: il 2005 ha tutto ciò che si può chiedere ad un rosso del sud che voglia divertirsi a scompaginare le carte in una bevuta a tema Gironda.

Montevetrano 2010 – ****

Troppo giovane. Non per chissà quali chiusure o squilibri, ma per l’impronta quasi vinosa e un’idea di fusione tra le componenti ancora in divenire. Promette molto bene, comunque, perché il frutto è tonico, lo scheletro longilineo, il tannino di grana fine e matura.

Montevetrano 2009 – ***/****

Versione “sudista”, che sorprende per solidità e coerenza interna. Mora di rovo, cacao, pepe nero, attacca avvolgente e deciso prima di lasciare spazio alla fitta impalcatura tannica. Scuro ed austero, ma non asciugato: ha la polpa per trovare un plus di armonia.

Montevetrano 2008 – ****+

Non mi era scattata la scintilla coi primi assaggi, lo confesso. Peccati di gioventù, probabilmente, che in parte permangono per uno dei Montevetrano più prospettici della verticale. Ancora piuttosto duro e “freddo” nell’incedere gustativo, ispira fiducia e pazienza per energia e reattività.

Montevetrano 2007 – ***

Vale qui un po’ il discorso opposto: a ridosso dell’uscita mi era sembrata un’interpretazione brillante di una vendemmia generosa e solare, che oggi si fa sentire maggiormente nel frutto maturo e accaldato. Ma soprattutto nel contrasto tra l’impatto, soffice e rilassato, e la chiusura brusca e cruda del sorso, dove viene a mancare un plus di nerbo e forza motrice.

Montevetrano 2006 – ****-

Più mediterraneo che girondino, anche il 2006 sta venendo fuori meglio di quanto pensassi. Inizialmente reticente, trova nel bicchiere una bella progressione ferrosa ed affumicata, accompagnata da tocchi di confettura e spezie piccanti. Largo, arcigno, saporito, compatto, resta qualche interrogativo sull’imponente massa estrattiva: troverà col tempo la delicatezza di trama che oggi manca o rimarrà in qualche modo irrisolto? Varrà la pena di verificare.

Montevetrano 2005 – *****

Come anticipato, è il “mio” Montevetrano. Tutto giocato sulle timbriche balsamiche e silvestri, conquista per la veste intimamente classica, la vivacità del frutto, la tessitura raffinata. Bordolese nel senso migliore del termine, appare in prima battuta più leggero e sottile di quel che si dimostra aspettandolo nel bicchiere. E’ un momento ideale per goderlo.

Montevetrano 2004 – ***

Il 2004 si conferma invece una versione meno nelle mie corde. Introverso e quasi imbronciato aromaticamente, le componenti erbacee-vegetali si fanno sentire più del previsto anche in una bocca fin troppo rigida e sottrattiva, mancante di sapore ed espansione.

Montevetrano 2003 – ***

Amarena, cioccolata, incenso: l’impronta del millesimo è immediatamente dichiarata, ma è un Montevetrano sorprendente, capace di restare ben al di qua della sovra maturazione alcolica ed estrattiva. Solo nel finale perde un po’ di mordente, è il momento di stapparlo senza grandi pensieri, ma potrebbe tenere ancora a lungo su questa serena compiutezza.

Montevetrano 2002 – **

Il più debole della verticale, e me lo aspettavo fino a un certo punto, a dispetto della difficilissima vendemmia di partenza. Ricordavo un Montevetrano sottile ma proporzionato, qui dominano le sensazioni vegetali e polverose, non esattamente riscattate da un palato stretto e sbrigativo.

Montevetrano 2001 – ****

Per molti versi la versione che meglio racconta la doppia anima mediterraneo-bordolese di cui ragionavamo: arbusti, tabacco, spezie, coniuga polpa e freschezza, presenza sapida e nerbo agrumato, con uno sviluppo gustativo tutto all’insegna di equilibrio e misura. Non riesce tuttavia a trascinare e coinvolgere fino in fondo, più per indole espressiva che per limiti strutturali.

09-6aprile

Tipicamente Wine Club – Prossimo appuntamento

Il prossimo appuntamento del Tipicamente Wine Club è fissato per Mercoledì 6 Aprile, con la verticale dell’Ischia Biancolella Tenuta Frassitelli di Casa D’Ambra (Annate 2012, 2011, 2010, 2009, 2008, 2008, 2007, 2006, 2005, 1995, 1988).
Qui il calendario completo delle degustazioni: link.

Pillole di Wine Club #1 | Orizzontale Greco di Tufo 2003-2004
Pillole di Wine Club #2 | Orizzontale Fiano di Avellino 2002-2003
Pillole di Wine Club #3 | Orizzontale Taurasi 2000-2001
Pillole di Wine Club #4 | Doppia Verticale Caracci e Pietraincatenata
Pillole di Wine Club #5 | Verticale Barolo Vignarionda Massolino
Pillole di Wine Club #6 | Verticale Patrimo Feudi di San Gregorio
Pillole di Wine Club #7 | Verticale Fontalloro Fèlsina

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.