La critica deve morire?

La critica deve morire?

Da un po’ di tempo i miei poteri di chiaroveggente sono sensibilmente aumentati. Non devo far altro che pensare qualcosa perché succeda o una persona per farla materializzare, anche fosse solo attraverso una telefonata.

Il problema è che non ho sempre la questione sotto controllo, anzi il più delle volte cose e volti mi appaiono in testa senza volerlo, con conseguenti incontri e situazioni non sempre piacevoli.
Stavolta mi è capitato questo. Era da qualche giorno che pensavo di scrivere un post e leggendo il mio oroscopo su Internazionale, Rob Brezsny mi ha dato l’attacco, innescando il ragionamento che volevo fare.

Per avere qualche speranza di diventare un esperto nel settore che hai scelto, devi lavorare almeno diecimila ore per acquisire le competenze necessarie, cioè 30 ore a settimana per sei anni e mezzo. Ma, secondo lo scrittore William Deresiewicz, molti giovani grafici non rispettano più questa regola. Considerano che coltivare una rete di rapporti sia più importante che padroneggiare la loro arte. Preferiscono avere diecimila contatti che fare diecimila ore di lavoro…”.

Ecco, l’esempio dei grafici, facilmente estendibile a tutte le professioni, fotografa esattamente il tormento che ho da qualche tempo, materializzatosi con forza nelle giornate milanesi di Identità Golose.

Durante il congresso, alla fine degli interventi dal palco, è possibile intervistare i cuochi in una saletta apposita, previa prenotazione e aspettando diligentemente il proprio turno. Ovvio che, in una situazione del genere, le attese possano diventare piuttosto lunghe, specie quando hai deciso di ascoltare le castronerie di qualche big. Il tempo morto è ideale per approfondire i tic umani, ragionare sui massimi sistemi quanto su dettagli insignificanti; osservare, spiare chi ti sta intorno e attaccare bottone.

Excusatio non petita: spero che la farneticazione di giornata non mi faccia passare per presuntuoso. Non ci penso neanche a mettermi su un piedistallo, a pontificare come fanno alcune odiose cariatidi, impegnate solo a difendere le posizioni acquisite e a rubare il futuro agli altri. Dirò di più: sono consapevole dei miei limiti e vedo in giro un sacco di gente che potrebbe fare meglio di me il mio lavoro, se solo avesse intrapreso percorsi diversi o si fosse trovata in altre situazioni. Epperò, sciolta l’erba dal fascio, non posso far finta di non vedere quello che sta accadendo in giro. Almeno come andazzo generale.

La riflessione non è nuova su questi schermi e Paolo l’ha ben dettagliata in questo mirabile post. “Sembra archiviato per sempre il concetto stesso di scuola – si diceva – di luogo in cui si lavora e contestualmente si impara un mestiere, crescendo, migliorando, mettendosi alla prova”.

ScabinRibadito che la colpa è del sistema, mi sento comunque di stigmatizzare l’atteggiamento di molti giovani cronisti di cibo e vino. Ho la sensazione, per farla breve, che tutti siano impegnati in questa folle corsa ad apparire, nella convinzione che il presenzialismo possa sostituirsi alla competenza, così come la rete di contatti e le conoscenze giuste all’approfondimento e all’esperienza.

La critica non sa più criticare, come ha detto Scabin nel suo discorso a Milano (per altri aspetti strampalato)? Credo che da un certo punto di vista abbia ragione e il motivo è il clamoroso difetto di competenza di molte nuove leve, incapaci di entrare nel dettaglio delle questioni e dunque impossibilitate a fornire giudizi e letture consapevoli dei fatti.

La critica sta morendo anche per questo. Cedendo il passo agli storytellers, nel migliore dei casi; agli spalleggiatori e agli ultras di questo o di quello nel peggiore.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.