Gli Hateful Eight del Vino italiano #7 e #8

Gli Hateful Eight del Vino italiano #7 e #8

Quinta e ultima parte del nostro “gioco tarantiniano”: otto vini italiani raccontati da altrettanti haters. Quando il fastidio è più forte di ogni lucidità analitica.

Qui, qui, qui e qui le precedenti puntate
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Valentini, Trebbiano d’Abruzzo. O dell’inutilità ermeneutica del muscolo cardiaco
di Michele Micheli *

Credete di non conoscermi. Ma io conosco voi, e meglio di chiunque altro. Perché ci sono da sempre. E ci ho messo un attimo a capire quanto poco ci voglia a farvi pensare, dire e fare quel che non immaginereste di pensare, dire e fare.

C’ero quella volta della mela, con Adamo, Paride ed Eva di Troia. E c’ero quando gridavate “Barabba”, brandendo fumogeni e tric trac. Ho aiutato personalmente il giovane Iago a seguire lo Iago in lui. E non ho fatto mancare il mio appoggio ad Adolfo, mentre stilava l’idea-progetto della “soluzione finale”.

Voi siete le mie Ambra Angiolini, io sono il vostro Gianni Boncompagni. E nell’auricolare vi sto insegnando ad “odiare” il Trebbiano di Valentini. Tanto ferocemente quanto lo avete amato finora. Fino a rimuovere del tutto ogni occasione in cui lo avete presentato come il “miglior bianco italiano”. O vi siete trovati a decantarne il carattere artigiano. Magari concedendovi un pellegrinaggio in provincia di Pescara per rendere grazie ad una storia troppo incredibile per essere vera.

Valentini - Trebbiano '01

Ve le trovo io, le ragioni per detestare una delle poche famiglie che può pronunciare parole come “agricoltura”, “filiera viticola”, “pazienza”, “energia”, senza scadere immediatamente nel ridicolo. Per distogliervi dai presocratici citati da mastro Edoardo e dalle preoccupazioni del figlio Francesco Paolo sui cambiamenti climatici. E insinuarvi il dubbio che faccia tutto parte di un diabolico piano: i vecchi tendoni, le fermentazioni spontanee, le botti centenarie, la malolattica in bottiglia, la festa dello sfuso, la rinuncia a monetizzare massimamente intere sequenze di annate.

Ogni particolare studiato nei minimi dettagli. Così sapete di essere nel posto giusto quando vi propongono il quartino-caraffa che arriva direttamente da Loreto Aprutino. Così non vi lamentate, ma anzi siete felici, quando beccate la boccia che frizza, o quella che abbisogna di una settimana per liberarsi dagli umori renali che chiamate “riduzioni”. Né vi suona come un problema, a differenza di mille altre volte, che un vino – quand’anche buonissimo – possa risultare tanto simile a sé stesso da una vendemmia all’altra.

Bene, ci siete anche voi. E’ maledettamente piacevole, non è vero? Quel minuscolo formicolio che si espande come una marea in ogni terminazione nervosa. Assaporatelo tutto: sa di onnipotenza. Il trucco c’è sempre, ma servono predisposizione ed allenamento per scoprirlo. Col vino è solo più divertente, capisco bene perché non vedete l’ora di iniziare. Niente paura, sono qua apposta. Il vostro Maestro Myagi della bottiglia: dai la cera, togli la cera, e ricordati di smantellare ogni divinità che si propone in forma liquida. Godrai parecchio di più che per il bicchiere stesso, te lo garantisco nei secoli dei secoli, amen.

* seminatore di oidio
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Gaja, Langhe Nebbiolo. Perché non c’è ghigliottina senza tricoteuses

di Elena Guida *

«Bello fare il Re…»

Come darti torto, Mel. Finché non vengono a prenderti coi forconi, però. E zac, una testa su cui posare la corona non c’è più. Qualche volta succede, pare.

Ne vale comunque la pena, le statistiche parlano chiaro. Specie se il trono ti aspetta sulla Penisola a forma di stivale al di qua delle Alpi. Mica abbiamo il caratteraccio dei cugini francesi: da noi il regicidio è più che altro un affare provvisorio. E dopo Piazzale Loreto e Hammamet lo abbiamo ufficialmente certificato, tipo Articolo 140 della Costituzione. “Via a casa, la colpa è tutta tua, ma tieniti nei paraggi, che non si sa mai”. Basta chiamarla vacanza al posto di esilio, vedrai che alla fine conviene in ogni caso inseguire la carriera di Sovrano.

Perché in Italia un Re è come il diamante della pubblicità: per sempre. Del resto ci sono troppi sudditi da accontentare e qua non è che ci sia tutta questa gente col sangue blu. Che poi, nemmeno serve: l’importante è calarsi nel ruolo fino in fondo, pensando e soprattutto agendo da monarca. Col piglio di chi prende le decisioni in primo luogo per sé, ma trova parallelamente il modo di farle accettare come interesse collettivo. Qualcuno protesta di tanto in tanto, ma come detto nella sostanza si raccoglie più ammirazione che dissenso. E gli esempi celebri sarebbero troppi per ricordarli tutti.

Se parliamo di vino, non ci sono dubbi su chi sia il “Re dei Re”. Anzi, “Le Roi”, come ama chiamarlo il circo mediatico, mainstream o 2.0 non fa differenza. Perché Angelo Gaja è l’uomo solo al comando che non c’era, per molti versi il primo a mostrare come si coltiva, e si ottiene, gloria mondiale attraverso le proprie bottiglie. Il principe che eredita una storia familiare e la trasforma in dinastia. Il maschio alfa che prende in carico la ditta e la rimodella in griffe. Un Giorgio Armani prestato alle cose vinose. Via Torino di Barbaresco come Via Montenapoleone a Milano. Le etichette bianche e nere che ricordano il saper vivere del Bel Paese sulle tavole-vetrine di Londra, Monaco, Parigi, New York.

Crediti foto: morrellwinebar.com

Crediti foto: morrellwinebar.com

Da lì in poi è tutta discesa. Sei Padre della patria, non devi far altro che esprimere le tue opinioni su qualunque argomento di matrice enoica, là fuori troverai la fila di chi attende con reverenza di divulgarle senza filtri. Presidente a vita, l’epigrafe già pronta: «Con eterna gratitudine, la comunità di Barbaresco». Perché “Langhe Nebbiolo” è troppo lungo come testo e sui manuali si studierà che quel 5% di barbera serviva per forza, per plasmare la bottiglia da 300 euro. Perché le proposte di revisione dei disciplinari, in Langa e a Montalcino, non erano affatto finalizzate, è cassazione, all’introduzione di varietà internazionali come merlot e cabernet. Perché in fin dei conti non importa a nessuno se i vini di papà Giovanni fossero di un’altra categoria. Perché il blasone non si misura in punteggi e centesimi, e chi osa contestare il talento dell’Angelo Gaja vinificatore si macchia ancora – a tutti gli effetti – del reato di lesa maestà.

Io sono naturalmente tra questi. Peccatrice ed eretica reo-confessa. E vorrei essere lì, appostata fuori dalla cantina-bunker, pronta a tagliare metaforicamente la testa che regge una corona usurpata. Esproprio proletario delle vigne. Tribunale del popolo. Tortura in pubblica piazza. Mentre gli chiedo quanto ci si è messo d’impegno per tirar fuori il Conteisa dalle stesse piante che generarono meraviglie come i vecchi Cerequio di Marengo Marenda (’82 e ’89 in testa). Per non parlare delle parcelle che furono di Giovannini Moresco e restano mimetizzate in una gamma tanto sbrilluccicante quanto deludente, per le mie aspettative e il mio portafogli. O di tutte le volte che non ho pensato subito alla Langa e al nebbiolo assaggiando i suoi rossi alla cieca. Uno dietro l’altro, tutti i capi di imputazione.

E’ il vostro momento, compagni di rivoluzione. Emettete sentenza, orsù, senza timore. Sappiamo già che poi toccherà a noi, che è troppo tardi per un salvacondotto. Un nuovo Imperatore si prepara nell’ombra, ma prendiamocelo tutto, ugualmente, il nostro pezzetto di storia. Che entrino ghigliottina e tricoteuses, dunque: il Re è morto, lunga vita al Re dei Vini, lunga vita al Vino dei Re.

* ofiologa e nebbiolista

Qui la versione completa con tutti gli Hateful Eight, scaricabile in Pdf: 
Hateful Wines – Completo