Pillole di Wine Club #7 | Verticale Fontalloro, Felsina

Pillole di Wine Club #7 | Verticale Fontalloro, Felsina

Settimo appuntamento del Tipicamente Wine Club – Sezione Campania, dedicato alla verticale del Fontalloro di Felsina. Sette fra le migliori annate della storia recente del Chianti Classico (2007, 2004, 2001, 1999, 1995, 1990, 1988), con gli immancabili ringer a completare il focus.

Lo sapete, sono un “fontalloriano” della prima ora e ci tenevo particolarmente a questa retrospettiva. Non solo per le attese relative ad un vino che ho amato profondamente, avendo modo di seguirlo in molteplici occasioni, vecchi millesimi inclusi. Ma anche per la possibilità di ragionare a largo raggio sui “Supertuscan”, categoria produttiva e stilistica che appare, non da oggi, decisamente in crisi, dopo una fase di clamoroso successo.

crediti foto: azquotes.com

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Il termine fu coniato intorno alla metà degli anni ’70 dal giornalista del New York Times Frank J. Prial per riferirsi ad una serie di nuovi vini proposti a partire dalla fine degli anni ’60 fuori dalle denominazioni storiche toscane, in particolar modo nella zona del Chianti Classico. Un fenomeno scaturito dalle numerose problematiche che interessavano l’area dopo la seconda guerra mondiale, tra le quali vale la pena di ricordare:
1) i danni creati dalla gelata del 1956, che distrusse di fatto gran parte dei vigneti;
2) la costruzione dell’Autostrada del Sole, che attraversava diverse aree rurali e in ogni caso contribuì ad un progressivo spopolamento di campagne e casolari;
3) la reputazione, a dir poco negativa, associata ai vini del Chianti, che nell’immaginario collettivo erano fondamentalmente le fiaschette impagliate vendute a quattro soldi nei “peggiori bar di Caracas”, aspre e diluite ad andar bene, spesso imbevibili dopo pochi mesi.

fiaschetta chianti

I produttori che non si riconoscevano in questo quadro iniziarono a sperimentare soluzioni innovative, sia da un punto di vista agronomico che enologico. In primo luogo veniva messa in discussione la ricetta codificata dal Barone Bettino Ricasoli alla fine dell’800, che concepiva il Chianti come un blend a maggioranza sangiovese, ma con quote “obbligatorie” di altre varietà tradizionali (colorino e canaiolo in testa) e di uve a bacca bianca (trebbiano e malvasia). I vini che non rispettavano questo disciplinare non potevano dunque uscire con la menzione Chianti (come sappiamo, la distinzione tra Chianti e Chianti Classico è arrivata successivamente) e venivano immessi sul mercato con l’indicazione Vino da Tavola. La cosa fece naturalmente scalpore, perché tale menzione era tradizionalmente riservata ai vini generici, quelli più economici e meno qualitativi, sfusi compresi. Un vero e proprio paradosso: le bottiglie più costose ed apprezzate rientravano nella categoria più bassa della piramide normativa. Ma si trattava di una precisa scelta dei produttori, a prescindere dai limiti protocollari: non volevano – con molte ragioni – che le loro migliori etichette venissero associate ad una denominazione così mal reputata, come il Chianti in quel periodo.

Crediti foto: auctionata.com

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Le strade esplorate nelle varie fasi furono diverse. I primissimi Supertuscan erano fondamentalmente dei sangiovese in purezza: il Vigorello di San Felice (1968), il Tignanello di Antinori (1970), il Sangioveto di Monsanto e il Pergole Torte di Montevertine (entrambi 1974), il Cepparello di Isole e Olena (1977), il Flaccianello della Pieve di Fontodi (1981), il Percarlo di San Giusto a Rentennano e il Fontalloro di Felsina (entrambi 1983),  I Sodi di San Niccolò di Castellare di Castellina e La Gioia di Riecine.

Parallelamente, però, venivano introdotte anche le principali varietà internazionali, cabernet sauvignon in primis. Un processo incoraggiato anche dallo straordinario successo raccolto immediatamente dal Sassicaia, prodotto dai Marchesi Incisa della Rochetta (con il fondamentale contributo di Giacomo Tachis, da poco scomparso) nella loro tenuta a Castagneto Carducci, frazione di Bolgheri. Una storia per molti versi imparagonabile, perché lo scenario produttivo del Chianti Classico non aveva quasi nulla a che spartire con quello della Costa Toscana, legato fino ad allora essenzialmente a bianchi e rosati di poche pretese. E poi perché il Sassicaia nasceva più che altro come “bottiglia della casa”, vino nobiliare di una famiglia che amava i rossi del Médoc e desiderava auto realizzare qualcosa di simile (non a caso la selezione clonale fu fatta direttamente a Bordeaux).

Crediti foto: lastampa.it

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Nel 1975 il cabernet sauvignon entra per un 20% nel blend del Tignanello, nel 1978 Antinori produce il primo Solaia (con percentuale invertita: 80% cabernet sauvignon, 20% sangiovese). Stesso uvaggio per il Sammarco di Castello di Rampolla (1981 come il Concerto di Fonterutoli, che adottava più meno il blend del Tignanello e del Cabreo il Borgo di Ruffino, esordito nel 1982). Il Bruno di Rocca di Vecchie Terre di Montefili prevedeva metà sangiovese e metà cabernet, utilizzato in purezza nel Nemo di Castello di Monsanto, mentre l’Apparita di Castello di Ama fu il primo significativo esempio di 100% merlot del Chianti Classico.

E tanti altri seguirono, trainati dall’entusiastico riscontro che questi vini ottennero in Italia e all’estero. Alla fine degli anni ’90 non c’era praticamente azienda del Chianti Classico (ma anche di tante altre zone della Toscana) che non avesse nella propria gamma un Super Rosso, preferibilmente con contributo di uve internazionali. La terza generazione, fatta di vini sempre più ricchi, concentrati, dimostrativi, marcati da un lavoro di cantina più evidente per quel che riguarda estrazioni e affinamenti. I Supertuscan degli esordi, al confronto di quelli che andavano per la maggiore tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, finirono per assomigliare a dei veri e propri “classici”, per non dire proprio tradizionali nell’espressione. Al di là della composizione varietale e dello stile enologico, infatti, ai primi “pionieri” veniva trasversalmente riconosciuto un potente carattere “chiantigiano”, che sembrava invece spesso mancare tra gli ultimi nati.

gallo nero

Vanno ricercati probabilmente qui i principali motivi che hanno portato ai radicali cambiamenti registrati dai primi anni 2000 ad oggi. La categoria dei Supertuscan ha perso interesse, sia dal punto di vista della critica che dei mercati, molte aziende hanno smesso di produrli, o comunque non sono più percepiti come i loro top di gamma. Mentre l’attenzione si è gradualmente spostata sui Chianti Classico con fascetta, nelle sue varie articolazioni (Annata, Riserva, Gran Selezione). Il sangiovese è tornato decisamente protagonista nel contesto produttivo e commerciale, ma è soprattutto un processo di “selezione naturale” ad aver cacciato inequivocabilmente nel dimenticatoio i vini meno attuali ed identitari. Là dove i Supertuscan dell’epoca d’oro, quelli che hanno contribuito in maniera decisiva alla rinascita internazionale del Chianti, resistono eccome come punti di riferimento stilistici e territoriali. Come il Fontalloro di Felsina, appunto.

Castelnuovo Berardenga (SI), fattoria di Fèlsina

Castelnuovo Berardenga (SI), fattoria di Fèlsina

Felsina e il Fontalloro

La fattoria di Felsina fu acquistata da Domenico Poggiali nel 1966, affiancato poi dal figlio Giuseppe e dal genero Giuseppe Mazzacolin, con la collaborazione di Franco Bernabei. Oggi è impegnato a tempo pieno in azienda anche Giovanni Poggiali, figlio di Giuseppe. Gli ettari di proprietà sono circa 600 e comprendono un meraviglioso borghetto medioevale, perfettamente integrato nell’ambiente quasi selvaggio. Poco meno di 100 ha la superficie riservata ai vigneti, che si distribuiscono su vari poderi.

Siamo a Castelnuovo Berardenga, limite sud-occidentale dell’areale del Chianti Classico, dove nascono i sangiovese più solari ed orizzontali, per molti versi i più simili a quelli di Montalcino. Una sottozona molto caratterizzata, che a Felsina assume tratti ancora più particolari: le vigne si collocano sulla linea di confine che separa due distinti blocchi geologici, quello del Chianti Classico e quello delle Crete Senesi, che infatti non è incluso nei confini della denominazione. Per questo il Fontalloro è da sempre proposto come Vino da Tavola e Toscana Igt (anche dopo le modifiche del disciplinare, che consentono di produrre Chianti classico da 100% sangiovese), mentre la Riserva Rancia esce regolarmente con la fascetta rosa.

vigne 2

Le parcelle del Rancia e del Fontalloro sono vicinissime in linea d’aria, con altitudini ed esposizioni simili (tra i 350 e i 400 metri più o meno); praticamente sovrapponibile anche il protocollo di lavorazione, con lunghe macerazioni e affinamenti perlopiù in barrique nuove. Eppure nel bicchiere si esprimono in maniera quasi antitetica: Rancia è solitamente più verticale e longilineo, con ricorrenti aromi agrumati e balsamici, Fontalloro evidenzia di norma una struttura più voluminosa ed orizzontale, con un corredo fruttato più maturo ed intenso, ma non per questo più immediato. Differenze in larga parte riconducibili proprio alle caratteristiche dei suoli: le vigne del Rancia insistono su terreni calcareo-pietrosi, con predominanza di marna lamellare tipica del Chianti Classico, mentre quelle del Fontalloro sono formati da arenarie stratiformi ricche di argilla, limo, ciottoli, sedimenti marini e crete, appunto, che si prolungano in direzione mare, verso il Basso Senese e la Maremma.

fontalloro-rancia

Uno schema espressivo confermato in pieno dalla retrospettiva, a partire dal confronto ravvicinato tra i due top player di casa Felsina: meglio Rancia nel 2007, come è logico attendersi in annata calda e precoce, mentre Fontalloro si aggiudica come da pronostico la sfida dei 2004, vendemmia decisamente più classica e tardiva. Le maggiori soddisfazioni, comunque, arrivano da due millesimi quasi opposti nell’andamento climatico e nella tempra dei sangiovese generati.

fontalloro 01

Fontalloro 2001 si annuncia fin da subito in fase esplosiva: frutti di bosco in confettura, caramella alla ciliegia, percoca, cannella, sigaro, cuoio, legno antico (e se snocciolo qualche descrittore più del solito è solo per sottolineare la notevole complessità aromatica). Carnoso e sanguigno, ha tanta materia, tannini scalpitanti, ma anche una struttura coesa ed appagante, specialmente sul fronte sapido. Sembra avere ancora strada davanti.

fontalloro 88

Non è “arrivato”, come si dice in gergo, nemmeno il Fontalloro ’88. Che sarebbe comunque un peccato non godere in questa finestra raffinata ed energica. Serve solo un po’ di pazienza per farlo aprire completamente al naso, poi mette il turbo: arancia sanguinella, mandarino, mentuccia, cumino, nettissimi richiami iodati, sorso vitaminico, dolce e salato, tannino integerrimo, lunga scia finale.

fontalloro 99-95

Un gradino sotto, ma sempre su livelli elevati, il ’99 e il ’95. Appena ombroso e autunnale il primo, tra radici, bacche e incenso, di trama austera ma mai asciugante, ravvivato dalla bella spalla agrumata. Fin troppo snello e agile il secondo, con acidità non completamente saporita e armonica, ma di grande classe olfattiva nel gioco di balsami e sottobosco, fava di cacao e pepe rosa, alloro e tabacco da pipa.

Meno preciso e continuo, rispetto a come lo ricordavo, il Fontalloro ’90: cocomero, amarena, bergamotto, resta un po’ fermo sul frutto ed è frenato in chiusura dagli apporti alcolici e tannici. Difficile stabilire se sia una bottiglia meno fortunata o se, dopo una lunga fase reattiva e gaudente, abbia superato l’apice evolutivo, assestandosi su una serena maturità.

08-14marzo

Tipicamente Wine Club – Prossimo appuntamento

Il prossimo appuntamento del Tipicamente Wine Club è fissato per Lunedì 14 Marzo, con la verticale del Montevetrano di Silvia Imparato (Annate 2010, 2009, 2008, 2007, 2006, 2005, 2004, 2003, 2002, 2001).
Qui il calendario completo delle degustazioni: link.

Pillole di Wine Club #1 | Orizzontale Greco di Tufo 2003-2004
Pillole di Wine Club #2 | Orizzontale Fiano di Avellino 2002-2003
Pillole di Wine Club #3 | Orizzontale Taurasi 2000-2001
Pillole di Wine Club #4 | Doppia Verticale Caracci e Pietraincatenata
Pillole di Wine Club #5 | Verticale Barolo Vignarionda Massolino
Pillole di Wine Club #6 | Verticale Patrimo Feudi di San Gregorio

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.