Gli Hateful Eight del Vino italiano #3 e #4

Gli Hateful Eight del Vino italiano #3 e #4

Terza parte del nostro “gioco tarantiniano”: otto vini italiani raccontati da altrettanti haters. Quando il fastidio è più forte di ogni lucidità analitica.

Qui e qui le precedenti puntate
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Cuvée Prestige, Cà del Bosco. O di terapie e pallottole
di Vincenzo Mangiapiante *

Non dovete farvi una brutta idea di me solo perché ammazzo la gente per lavoro. Punto primo: sono un professionista e rilascio regolare fattura. Secondo: la colpa è dei traumi infantili irrisolti, me l’ha detto il dottore.

I miei compagni di scuola avevano l’Invicta e le Converse, io giravo con lo zainetto Gattopard e le Abibas. Per non parlare delle terrificanti licenze che si prendevano Babbo Natale e la Befana: io chiedevo la pista Polystil con le curve, il ponticello e le Ferrari, e dal pacco usciva la Pezzontel, una monorotaia con la Ritmo e la 127 che si frantumava in mille pezzi alla prima accelerazione. Sognavo il Commodore 64 e sotto l’albero mi trovavo il Nimroy Paleolitic, che montava un unico gioco: le due stanghette che si ribattono la pallina. Blup. Blup. Blup. Quel suono da Area 51 ti entrava nel cervello, è scientificamente provato. Effetti collaterali, tipo trucidare qualcuno ogni tanto, mi sembrano il minimo.

prestige

Come dicevo, sono piuttosto bravo nella mia attività. E costo caro. Il che mi permette di sistemare un po’ per volta i miei shock fanciulleschi. Mi sono comprato il motorino che non ho mai avuto e il Fay tanto agognato, rispettando pedissequamente un unico principio. Quando voglio una cosa, devo avere il top. Mai più ripieghi, sottomarche, “alternative dal favorevole rapporto qualità prezzo”. Rapporto qualità prezzo un cazzo. Nessuno ti ha chiesto consigli, pinguino. Mi frega zero del’Italia che ha superato la Francia. O della Franciacorta che è la nostra Champagne. Per cui, se ci tieni alla pelle, quando ti chiedo la bollicina con la bottiglia trasparente, la velina gialla e il fondo piatto, tu mi porti Cristal, non il Prestige di Cà del Bosco.

Ma quello insiste. Mi chiede come faccio a sapere che non mi piace se non l’ho mai assaggiato. Come se davvero servisse assaggiarle, le cose, per stabilire se sono buone o no. Dice che va alla grande nei privé, che i calciatori con la cresta non si sono mai accorti della differenza e che la scenografia con le candele fumanti viene bene uguale. E contemporaneamente aiutiamo il prodotto interno lordo, mi fa, tra il patriottico e l’economista. Quindi ora mi tocca sparargli. E non mi piace sparare ai camerieri. E’ più roba da western, e nei saloon di frontiera l’autoterapia non è legale. Non è colpa tua, caro Prestige, ma questo ergastolo lo metto ugualmente in conto al Commendator Zanella.

* killer iscritto all’Ordine
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Barolo Granbussia, Aldo Conterno (post 1995)
di Marcello Murolo *

L’epica calcistica si alimenta da sempre anche grazie ad una serie di leggende metropolitane, tramandate di generazione in generazione e raccontate come vicende realmente accadute. Tra le più famose c’è quella relativa ad un fantomatico gol che avrebbe segnato Diego Armando Maradona in un vecchio Mondiale, dopo aver preso palla a centrocampo e scartato mezza Inghilterra. Oppure quella, evidentemente ispirata dalle favole dark dei fratelli Grimm, che narra di una finale di Champions League persa dalla squadra avanti 3-0 alla fine del primo tempo, ribaltata in sei minuti prima della lotteria dei rigori.

O, ancora, una storiella che circola da oltre un decennio ormai. Secondo la quale Inter e Juventus si sarebbero accordate alla fine di un mercato estivo per uno scambio alla pari tra Fabian Carini, fino ad allora terzo portiere dei bianconeri, e Fabio Cannavaro, futuro capitano della Nazionale italiana campione del mondo nonché Pallone d’Oro. Si tratta naturalmente di un falso creato ad hoc dagli anti-Morattiani nel periodo che seguì Calciopoli, ad libitum rilanciato dai soliti boccaloni. Come sappiamo, infatti, lo stopper napoletano non si separò mai da Lilian Thuram, fin dai tempi di Parma molto più che un compagno di reparto, a quanto si dice.

granbussia '89 - cellartracker

Ma non divaghiamo. Per quanto inverosimile, la parabola del Cannavaro regalato alla Vecchia Signora viene spesso evocata come esempio pop di autogol, per usare un eufemismo. A me torna in mente ogni volta che mi capita nel bicchiere qualche annata recente del Granbussia. Insieme al Monfortino di Roberto “Sympathy” Conterno, e pochi altri, è un vero e proprio simbolo del Barolo nel mondo per storia, tradizione e blasone. Eppure a un certo punto, verso la metà degli anni ’90, ha cambiato pelle, finendo per assomigliare molto di più ad un nebbiolo di concezione “moderna”, per maturità fruttata, concentrazione e carica estrattiva.

Non ho mai smesso di chiedermi il perché. O meglio, so bene che la Langa di 30 anni fa non era quella di oggi, e che molti vignaioli si sono trovati quasi “costretti” a sperimentare soluzioni innovative. Come non mi sfugge che il Granbussia reloaded abbia conservato eccome il suo pubblico di estimatori, alcuni dei quali sinceramente convinti del fatto che non sia così diverso dal passato, in fin dei conti. Eppure non ho ancora elaborato una risposta convincente al dilemma filosofico di fondo: che senso ha abbandonare la classica “via vecchia” per una formula tutta da verificare, quando sei già universalmente riconosciuto come glorioso monumento? Come puoi pensare di “migliorare” una rosa che schiera alcuni hall of hamers, ancora oggi in perfetta forma, come i Granbussia ’71, ’74, ’82, ’85, ’89, giusto per citare i più celebri? Cosa speri di aggiungere ad un “sistema di gioco” già così vicino alla perfezione?

Il mio “odio” nasce da qua. Dalla delusione di un fan affezionato. E’ come se Stefan Edberg a metà della sua carriera avesse rinunciato al serve and volley. O un Dino Zoff improvvisamente chiacchierone, che si mettesse a festeggiare le parate col balletto di Pogba. O un Alberto Tomba che scendesse col freno a mano tirato, per amministrare i punti in Coppa del Mondo. Inconcepibile. Mi viene il dubbio che il credulone sia proprio io. Forse ho abboccato ad una storiella costruita scientemente da haters seriali. Magari un giorno scoprirò che pure quella del “Granbussia cambiato” non è altro che una leggenda metropolitana. Dovrò mettere il cappello da asino, e lo farò molto volentieri.

* imprenditore edile specializzato in tecniche medioevali