Gli Hateful Eight del Vino italiano #2

Gli Hateful Eight del Vino italiano #2

Seconda parte del nostro “gioco tarantiniano”: otto vini italiani raccontati da altrettanti haters. Quando il fastidio è più forte di ogni lucidità analitica.

Qui la prima puntata: link
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Barolo Vigna Arborina, Elio Altare. O di mamme e marmocchi
di Vittorio Biondo *

«Ti devo delle scuse».
Così, all’improvviso. Dopo oltre vent’anni. Non me l’aspettavo.
Pensavo di essere il solo a ricordare quella riunione: le facce più schifate che sbigottite, i colpi di tosse imbarazzati, le prime obiezioni mugugnanti. Rapidamente confluite in un unico coro: “è una grandissima stronzata”.
E invece non ha dimenticato, Flavia. Una mia collega di allora, persa di vista da un pezzo e rincrociata per caso a Malpensa. Pensò, e disse, esattamente le stesse cose che pensarono, e dissero, gli altri. «Credevo tu fossi impazzito», mi confessa, «non ci avrei scommesso una lira. E invece la casa in cui abito coi miei figli l’ho comprata anche grazie a te».

Non pensate che stia esagerando. Flavia è la prima a darmi atto ma tutti i presenti in quella stanza devono in buona parte a me le loro vacanze ai Caraibi, le loro Mercedes, le loro Jacuzzi. Perché l’azienda per cui lavoravo ci fece i miliardi, con quella “stronzata”. Esatto, signore e signori, l’inventore della manina appiccicosa regalata con le buste delle patatine sono io. Questa:

Crediti foto: viral.urbanpost.it

Crediti foto: viral.urbanpost.it

Erano indirizzate a me, le maledizioni di milioni di mamme negli anni ’80. Mi hanno allungato la vita, ne sono sicuro. Del resto non avevano ragione di essere. Erano loro, mica io, a non saper dire di no ai propri cuccioli scatenati. E’ a loro che faceva comodo avere a portata di mano qualche merenda pre-confezionata. Non è colpa mia se le patatine piacciono a tutti, al mio dipartimento spettava solo il compito di convincerle a comprare proprio quelle lì. Due piccioni con una fava: prima si rifocillavano e poi giocavano, i marmocchi, grazie ai nostri gadget. E la loro gioia valeva più di mille macchie sui muri e sui vetri: erano fatte apposta per essere lanciate come fionde e per attaccarsi a qualunque superficie, finché non si sgretolavano in mille pezzi. Miliardi, ripeto, miliardi.

«Una cena e siamo pari», propongo. Chi mi conosce lo sa: non faccio il provolone, di solito, men che meno con le donne accasate con prole. Ma abbiamo tante cose da raccontarci e davanti ad una bella bottiglia è meglio. Barolo Vigna Arborina ’89, me la posso permettere. Flavia gradisce. Non è una scelta casuale: «se ci rifletti, questo vino non è così diverso dalle mie trovate di allora». Le racconto di quando il nebbiolo non lo voleva nessuno e quasi si regalava col traino di Barbera e Dolcetto. Le spiego che, negli stessi anni in cui lavoravamo insieme e facevamo soldi a palate, le Langhe non se la passavano granché bene. E che servirono bottiglie come queste, e gli uomini e le donne che le immaginarono, per dare il la a nuove avventure di successo.

Le parlo dei Barolo Boys (link), della barrique e della botte grande, del boom in America e di tutto quello che è accaduto dopo. Le parlo di Elio Altare. E della sua necessità di “uccidere il padre”, come sintetizzerebbe Freud, per crearsi un domani. Diventando a sua volta capofamiglia di un’agguerrita generazione di vignaioli-imprenditori, che lo avrebbe omaggiato, imitato, celebrato, ma anche combattuto e rinnegato. Flavia mi sembra interessata, ho ancora la sua attenzione. Dati i trascorsi, non riesco a non immedesimarmi in storie come queste, e lei evidentemente lo comprende a pieno.

Sono convinto che anche Elio Altare si sia trovato ai suoi tempi a cercare una soluzione che salvasse capra e cavoli. In fondo sempre di mamme e marmocchi si trattava, che si aggirassero tra cantine ed enoteche e non fra gli scaffali di un supermercato non fa alcuna differenza. Non si esce vivi dagli anni ’80 senza venire a patto col cambiamento, e il Barolo non poteva fare eccezione. Ci stavamo abituando tutti, nessuno escluso, a colori più intensi, a profumi più dolci, a sapori più soffici, a porzioni più abbondanti. Al retrogusto accattivante delle nostre vite agiate, chissà per quanto.

Elio Altare - Crediti foto: baroloboysthemovie.com

Elio Altare – Crediti foto: baroloboysthemovie.com

Due piccioni con una fava, appunto. Un prodotto “nuovo”, come a tutti gli effetti apparvero al debutto i Barolo di Altare e degli “altariani”. Confezionati con un bel gadget. La barrique, la macerazione corta, un chilo per pianta. A favore o contro, non importa: le manine appiccicose con cui divertirsi per una ventina d’anni, pontificando, litigando, dividendosi. E pazienza se in certi momenti il giochino sfuggiva di mano: non si può dire che non abbia funzionato. Qualcuno oggi gliene dà atto, qualcuno non lo farà mai.

«Quindi è il tuo Barolo preferito», dà per scontato.

Affido ad un sorriso il tentativo di dribblare la domanda. No, cara Flavia: ammiro Elio Altare quanto odio i suoi vini. Proprio perché sono l’intuizione geniale di un attento osservatore. Perché sono un’eredità incredibilmente coerente di quegli anni. Perché mi ricordano com’ero, dentro e fuori dal lavoro. Perché possono essere buoni, anche molto buoni, e anche adesso meglio di tanti altri convertitisi nel frattempo sulla via di Damasco. Però non saranno mai, per me, buoni come i Barolo più buoni. Che restano una cosa diversa. Un altro prodotto, appunto. Che quelli come me trovano e troveranno sempre il modo di spiegarvi. Finché la modernità resisterà implicitamente come valore unicamente positivo. E crederemo al fatto che “la tradizione non è altro che un’innovazione ben riuscita”. Fino a smettere di chiederci in che modo vale la pena di evolvere. E cambiando cambiando, accettando l’idea che lo si possa fare solo al ribasso.

Ma non lo dico, prendo il bicchiere e le chiedo un brindisi ai giorni che furono. Cin cin, Flavia: ruvidezze ed angosce da austerity le affidiamo alla prossima cena, quella che non faremo mai, e ad un Barolo più adatto allo spirito dei tempi.

* ricco