Pillole di Wine Club #5: Verticale Barolo Vignarionda di Massolino

Pillole di Wine Club #5: Verticale Barolo Vignarionda di Massolino

E giungemmo così al quinto incontro del Tipicamente Wine Club, dedicato alla verticale del Barolo Vignarionda Riserva della famiglia Massolino (annate 2004, 2001, 2000, 1999, 1998, 1997, 1996).

Nella consueta atmosfera rilassata della saletta del Marennà, sette millesimi (e un paio di intrusi) per ragionare insieme sul profilo territoriale e stilistico di un’etichetta ben conosciuta dagli appassionati di Langa e nebbiolo, non solo europei. Ne è venuta fuori una serata particolarmente stimolante sul piano del confronto critico-edonistico, che ho piacere di sintetizzare qui:

– Mi sono prolungato più del solito nell’introduzione iniziale, cercando di ricostruire ciò che è accaduto in Langa nel secondo dopoguerra, con tutte le altalene di crisi e sviluppi, contrapposizioni filosofiche (modernisti vs tradizionalisti) e necessità di sistematizzazione (da Ratti e Veronelli alle Menzioni Geografiche Aggiuntive). Tragitti sinusoidali, che rischiano di essere presto dimenticati nelle fasi di euforia e di successo, come quella che sta indiscutibilmente vivendo oggi il Barolo a livello mondiale.

barolo mga

– A prescindere dalla qualità dei vini e dal loro gradimento, in occasioni come queste risulta ogni volta evidente l’enorme fascino che esercitano su appassionati-consumatori “evoluti” quei terroir associati ad un valore aggiunto derivante dall’espressione del comune, della zona, della vigna, della parcella. Ma non è mai superfluo sottolineare come la “borgognizzazione” della Langa sia un fenomeno tutto sommato recente, affiancatosi e mai del tutto sostituitosi alla tradizione dell’assemblaggio di uve e vini di diversa provenienza. Per ragioni socio-economiche (la presenza di grandi proprietà nobiliari, la filiera di conferitori, il ruolo dei mediatori e dei négociant), ma anche per obiettivi estetici ed enologici: giocando su aree diverse con caratteristiche diverse si può ottenere il miglior Barolo possibile, suggerisce la lezione orale, ed è impossibile stabilire se non sia realmente così.

– Nella prefazione del suo monumentale testo, Barolo Mga (link), Alessandro Masnaghetti mette giustamente in guardia da un approccio alle mappature troppo sbilanciato sugli elementi pedoclimatici e geologici. Metodo che per molti versi “liscia il pelo” al narcisismo di certi assaggiatori, ma si rivela il più delle volte fragile nell’esplorazione empirica, bicchieri alla mano. Non sarà di sicuro un logorroico-dispersivo come il sottoscritto a negare l’efficacia di talune generalizzazioni sintetiche, ma trovo quasi doveroso approfittare di ritrovi bevitori simili per grattare sotto una serie di cliché ormai dati per acquisiti. I Barolo più potenti e duri che arriverebbero da Serralunga e Monforte est, le arenarie di Diano d’Alba per quelli più leggeri ed approcciabili, i cru del meriggio più larghi e maturi di quelli del mattino, e tanti altri ritornelli ripetuti in loop che non sempre aiutano l’approfondimento nel concreto.

Bruno Giacosa con la figlia Bruna

Bruno Giacosa con la figlia Bruna

– Un’attenzione che vale a maggior ragione per l’mga Vignarionda e la lettura che ne propone la famiglia Massolino. Parliamo di un vigneto storico, già segnalato nella prima Carta del Barolo di Renato Ratti (anni ’70), ma non inserito tra quelli di prima categoria (restando a Serralunga, figuravano invece al vertice della classificazione i nebbiolo da Gabutti-Parafada, Lazzarito e Marenca-Rivette). Non c’è da meravigliarsi, perché il “mito” del toponimo si è costruito in un secondo momento, grazie soprattutto ai vini realizzati da Bruno Giacosa con le uve acquistate da Tommaso Canale fino al 1993. I suoi Collina Rionda sono universalmente considerati tra i migliori rossi mai prodotti in Italia (e non solo) e c’è molta curiosità di capire cosa sapranno fare con quelle stesse parcelle gli eredi di Canale: Davide Rosso, Guido Porro e Sergio Germano.

Tommaso Canale, scomparso nel 2010 - Crediti foto: Enoclub Siena

Tommaso Canale, scomparso nel 2010 – Crediti foto: Enoclub Siena

Senza il talento interpretativo dell’uomo non esiste una grande vigna nel senso più pieno del termine: questo sembra raccontare, meglio di tante altre, la storia della Rionda. Non è certo il più bel cru di Langa, diciamolo francamente, con la sua posizione quasi ingobbita, poco oltre l’abitato, uno dei primi posti di Serralunga in cui si scioglie l’ormai rara neve. Eppure basta un piccolo sopralluogo per capire come mai tante aziende della zona farebbero carte false per aggiungerne anche solo un pezzetto nel proprio parco viticolo. Riunda (o Rotonda) è una vigna calda e drenante, che si fa beffe delle annate più umide e capricciose, garantendo praticamente sempre adeguati livelli di maturità. Ma forse proprio per questo una vigna bisognosa di mani delicate ed aggraziate, quasi sottrattive, capaci di indirizzarne la proverbiale irruenza ed opulenza verso un binario di garbo e leggiadria. I migliori Collina Rionda (’82 in testa) erano e sono così, senza dimenticare alcune versioni dei Barolo imbottigliati da Tommaso Canale col proprio marchio o, successivamente, da Roagna e Giovanni Rosso (2008 e 2011 strepitosi, in questo profilo). Per non parlare di certi Vigna Rionda proposti dalla famiglia Oddero, prima e dopo la divisione familiare: sicuramente più “maschi”, sulle radici e il tabacco, dalla trama più ruvida e serrata, ma altrettanto affascinanti, come può testimoniare chi ha bevuto – ad esempio – il magnifico ‘89.

botte massolino

– E Massolino? Come si colloca il suo Vignarionda nello scacchiere del cru? Intanto come “azionista di maggioranza”, dopo il frazionamento delle proprietà Canale: poco meno di 2 ettari e mezzo sui circa 10 totali registrati nella mga appartengono all’azienda di Serralunga, fondata nel 1896 e oggi condotta dai fratelli Franco e Roberto, col supporto di Dante Scaglione. Prodotto per la prima volta con l’annata ’82, esce in versione Riserva dopo fermentazioni-macerazioni di 25-30 giorni (in tini troncoconici) e oltre sei anni di invecchiamento, tra rovere di Slavonia (perlopiù da 30 ettolitri, per circa 42 mesi) e vetro (tiratura intorno alle 10.000 bottiglie). Specifiche tecniche che lo collocherebbero tra i Barolo “tradizionali”, quantomeno secondo gli schemi teorici di cui sopra, e si rivelano invece poco significative per inquadrarne il profilo espressivo.

Franco Massolino

Franco Massolino

– La nostra piccola retrospettiva ha infatti illuminato un nebbiolo più che altro di forma “contemporanea”, dichiaratamente giocato sulla solarità del frutto e la fittezza materico-estrattiva. Caratteri che possiamo ricondurre alla posizione delle parcelle di proprietà Massolino (sul limite sud-occidentale del cru), ma anche e soprattutto ad una precisa sensibilità viticola ed enologica. E’ un Barolo che concede poco sul piano dell’immediatezza e dell’armonia di beva e richiede palati avvezzi alle vigorie tanniche. Il classico Serralunga consigliato per il lungo invecchiamento, in particolare da chi pensa che certi squilibri giovanili siano cesellati dal tempo, e fungano addirittura da carburante per una felice evoluzione. Convinzioni sempre più messe in discussione nell’ultimo periodo, alla luce dei riassaggi di tanti nebbiolo ricchi ed austeri, che la sosta in vetro non ha aiutato ad ampliare e rilassare, ma ulteriormente asciugato e reso pungente.

Roberto Massolino

Roberto Massolino

A me pare che per il Vignarionda targato Massolino la verità stia un po’ nel mezzo: alcune versioni fanno effettivamente pensare ad una sorta di “eterna incompiutezza”, altre rivelano un’insospettabile tessitura e dimostrano di poter giocare le proprie carte nella top parade di Langa. Singolare che le migliori impressioni siano arrivate dal più giovane e dal più vecchio della verticale. Il 2004 è senza dubbio il più rifinito e progressivo nell’estrazione, il più gustoso negli apporti sapidi, abbinati ad un corredo olfattivo “paradigmatico”: amarena, un leggerissimo tocco confit, china e liquirizia, paprika, humus, iodio. Ha una veste più “crepuscolare ” il 1996, col sottobosco, le radici, il legno antico, i poutpourri, ravvivata da una sorprendente energia balsamica e da una chiusura rigorosa ma finalmente accogliente.

rionda '04-'96 - massolino

Ci siamo trovati quasi tutti più tiepidi, invece, sulle vendemmie “intermedie”. Il 2001 è come molti Barolo coevi all’apice (specialmente dal punto di vista aromatico), mentre il 2000 è una bella riuscita in rapporto all’annata, ma non certo il miglior Rionda possibile. Il 1999 è quello che più lascia il sapore di un’occasione mancata, a maggior ragione considerando il maestoso millesimo di partenza: il frutto è oggi al limite del surmaturo e l’enorme massa tannica appare più che mai inestricabile, perfino più severa nella scia di quanto fosse all’uscita. Meglio del preventivabile 1998 e 1997, che in ogni caso evidenziano cenni di stanchezza, a testimonianza di due vendemmie non proprio esaltanti per i nebbiolo di Langa.

06-1febbraio

Tipicamente Wine Club – Prossimo appuntamento

Il prossimo appuntamento del Tipicamente Wine Club è fissato per lunedì 1 febbraio 2016, con la verticale del Patrimo di Feudi di San Gregorio (Annate 2007, 2006, 2005, 2004, 2003, 2002, 2001, 2000 [da magnum], 1999 [da magnum].
Sono aperte da questo momento le prenotazioni, fino ad esaurimento posti.
Qui il calendario completo delle degustazioni: link.

Pillole di Wine Club #1 | Orizzontale Greco di Tufo 2003-2004
Pillole di Wine Club #2 | Orizzontale Fiano di Avellino 2002-2003
Pillole di Wine Club #3 | Orizzontale Taurasi 2000-2001
Pillole di Wine Club #4 | Doppia Verticale Caracci e Pietraincatenata

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.