Il bello del 2015, categoria per categoria

Il bello del 2015, categoria per categoria

Non penserete mica di sfuggire alla nostra, di hit parade sensorial-emozionale riassuntiva per questo 2015 agli sgoccioli. Un anno a cui calzerebbero a pennello migliaia di aggettivi, e dunque semplicemente un anno pieno di vita, come la vita.

L’abbinamento

Chateau Simone

[Antonio]

Decisamente la categoria più problematica, per me. Le formulette che legano i piatti ai vini mi provocano la stessa eccitazione di una canzone di Gigi d’Alessio. Salto a piè pari il problema e abbino una bottiglia ad un intero pranzo, tra i pochi in cui sono andato da solo al ristorante quest’anno. Château Simone, Palette Rosé 2004 al Capanno, tavola del cuore dalle parti di Spoleto (contatti: link). Tra i piatti, ricordo alla perfezione le tagliatelle al ragù bianco di piccione, l’anatra al forno e i fegatelli di maiale alla brace. Tutti perfetti col vino, le ciarle delle tavole vicine in sottofondo e il mio buonumore.

[Paolo]

Autentico no contest per il mio abbinamento dell’anno: paccheri con lo stocco dell’Osteria Valleverde di Atripalda (meglio conosciuta come Zi’ Pasqualina) e Barolo Monfortino Riserva 2001 di Conterno. No, non vi sto perculando: merluzzo e nebbiolo, un perfetto matrimonio di amore e sesso che nessuno dei presenti avrebbe immaginato.

Per ricordare, con un enorme sorriso da parte a parte, che la teoria non può competere con la pratica, che non vale mai la pena di dare qualcosa per scontato, che al Nirvana difficilmente si arriva senza qualche salto nel buio. O, più prosaicamente, che un grande piatto e un grande vino lo trovano sempre un punto di incontro.

Il libro

rayuela

[Antonio]

“Qualcuno doveva provvedere, suonati i 40, a riparare la falla e farti conoscere Cortàzar”. Suonava più o meno così la dedica di Walter ed Elisa sul regalo di un Natale fa. Ecco come ho conosciuto “Rayuela, il gioco del mondo”. Dunque, il mio messaggio è semplice: c’è sempre tempo per imparare e colmare le lacune. In fondo, «per arrivare al Cielo servono solo un sassolino e la punta di una scarpa».

[Paolo]

Tra le cose positive di questo 2015 ci metto sicuramente la quota aggiuntiva di tempo dedicato alla lettura. E’ sempre meno di quel che mi piacerebbe, purtroppo, ma come dice giustamente il mio guru-pusher Mauro Erro: «ogni minuto che sottraiamo al brutto e all’inutile per regalarlo al bello – col mondo dentro – ci rende persone migliori e più serene». Di libri ne scelgo due allora, permettetemelo:

cirielloevidenzai

Il più maldestro dei tiri, Marco Ciriello, Edizioni: Ad Est dell’Equatore (link). Vi ho già parlato della banda di Rumore Bianco, la trasmissione settimanale di Radio Shamal dedicata alla cultura cazzeggiata o al cazzeggio acculturato, decidete voi (link). Lo stesso codice che racconta vent’anni di storia politico-sportivo-sociale nel saggio “berselliano” del mio concittadino Ciriello. Da leggere più volte, lasciandosi prendere in prima battuta dal flusso quasi caotico della scrittura e poi di nuovo, dall’inizio, con calma, approfondendo in parallelo vite e opere degli oltre 500 personaggi citati in meno di 100 pagine. Sì, si può partire da un lancio di Andrea Pirlo a Roberto Baggio, compagni di squadra a Brescia, per spiegare un’epoca che contestualmente finisce ed inizia.

Q

Q, Luther Blissett. Non è esattamente una nuova uscita (la prima edizione fu pubblicata nel 1999), ma se frequentate questo blog è probabile che anche voi ve ne infischiate delle scoperte in tempo reale. Per cui recuperate il romanzo storico scritto dal collettivo oggi conosciuto come Wu Ming, ambientato nell’Europa del ‘500, tra Riforma e Controriforma, e relative implicazioni sociali, economiche, politiche, finanziarie. Io sono stati quasi costretto, su consiglio dei miei amici-compagni di bevute, e mi ha eccitato dal primo all’ultimo rigo proprio per la trasversalità dei ragionamenti che è in grado di innescare. Perfino sulle questioni vinose: ecco da dove salta fuori, ci tengo a ricordarlo, uno dei post più letti e condivisi di Tipicamente (Fine ‘400, quasi 1.500: Il vino italiano tra medioevo ed età moderna)

L’intervista

capo-modificata-2

[Paolo]

Avevamo chiuso il 2014 con uno splendido pomeriggio milanese, passato nella redazione di Repubblica a chiacchierare (e a merendare) con Gianni Mura. E’ un incontro piuttosto diverso quello che invece eleggo ad Intervista 2015: l’esclusiva concessa dal Gran Visir dei Mangiamorte del Vino (link), per qualcuno «il punto più basso della mia carriera», per altri una riflessione utile – nella sua dichiarata demenzialità – sulla coerenza e l’onestà intellettuale della divulgazione enoica.

Perché democrazia e democraticismo sono due cose diverse. Perché il linguaggio del vino ha bisogno di parole e non di cliché. Perché la grandezza può originarsi quasi ovunque, ma è per sua natura categoria dello spirito ed esperienza di fruizione rara e preziosa. Aumentano sempre più gli appassionati che riconoscono un preciso valore estetico alle loro bottiglie: non sono tutti “bevitori di etichette”, come fa comodo liquidarli da parte di chi dimostra di aver capito molto poco di questo tempo e della colonizzazione in atto nel Vecchio Continente.

Il Magazine

ultimo uomo

[Paolo]

L’editoria è in crisi e nemmeno il pubblico di utenti-lettori-video-radio-ascoltatori se la passa tanto bene. Al punto che non si comprende più se giornali, riviste, siti, blog, trasmissioni, redazioni vengono dismesse perché nessuno è disposto a pagare per servizi informativi oppure se quelli disposti a pagare fuggono perché non trovano offerte adeguate alle loro esigenze. Un circolo vizioso che talvolta dà l’idea di poter essere spezzato, grazie a progetti autoprodotti ispirati da obiettivi (e sostenibilità) piuttosto lontani dal mood a cui sembriamo rassegnati ed assuefatti.

La caccia al click, l’Internet veloce, gli articoli brevi, la scrittura elementare, l’attenzione al gossip, il tono da “tifosi”: niente di tutto questo figura nella linea editoriale de L’Ultimo Uomo (link). Creato nel 2013 da un gruppo di giovani preparatissimi autori, è un web-magazine di sport e cultura pop che si rifà al modello di Grantland (link), vero e proprio sito di culto per gli appassionati di sport a stelle e strisce, e non solo.

Astenersi ultras in pianta stabile e haters seriali: L’Ultimo Uomo è uno spazio dove si approfondiscono storie, si studiano dati, statistiche, tattiche, bilanci, senza rinunciare ad un tocco di salvifica leggerezza. Quella che le sane passioni popolari si portano dietro e che troppo spesso vengono dirottate da chi ha interesse a trasformarle sempre più in armi di distrazione di massa.

Il Piatto

L'insalata del vignaiolo secondo Enrico Crippa, chef de Il Duomo, Alba (CN)

L’insalata del vignaiolo secondo Enrico Crippa, chef de Il Duomo, Alba (CN)

[Antonio]

Questa è facile. Il mio piatto dell’anno è l’Insalata del Vignaiolo di Piazza Duomo, in una geniale interpretazione di Enrico Crippa. Credo sia anche il mio personalissimo picco di godimento con un piatto prevalentemente vegetale, dunque ancor più sorprendente e confortante. Un gioco “verde” variegato e goloso, capace di un effetto “bambino davanti ai pacchi sotto l’albero la mattina di Natale” che non dimenticherò facilmente.

Vellutata di patate, sedano e cipolle, con olio Ravece

Vellutata di patate, sedano e cipolle, con olio Ravece – Valentina Martone, Ristorante Megaron di Paternopoli (AV)

[Paolo]

Quotone (tra i buoni propositi per il 2016 aggiungete anche voi quello di punire fisicamente chi usa espressioni come “quotone” e “ciaone”) per Antonio. Piatto straordinario quello di Crippa, a cui fa da perfetta spalla la vellutata di patate, sedano e cipolle del Megaron di Paternopoli (AV). Lo stupore della semplicità che per una volta non è retorica nauseante ma concretezza materica, la purezza dei sapori, l’irpinitudine dentro e fuori la tavola, e mille altre ragioni per andare a provare e riprovare la cucina di Valentina Martone (link).

La Verticale

verticale badia a coltibuono

[Antonio]

Avevo approcciato l’appuntamento con un pizzico di sufficienza, depistato da una mini-serie di annate assaggiate una decina d’anni fa, sempre alla Badia, evidentemente sbagliate o con bottiglie non troppo fortunate. La Verticale di Chianti Classico Coltibuono Riserva è stata invece memorabile. Un filotto di vini non solo molto buoni, con autentici fuoriclasse di territorialità, ma una panoramica trasparente su un percorso di rara identità spazio–temporale. Resto convinto che alcune delle bottiglie migliori della cantina siano le più recenti ma non posso nascondere l’emozione di fronte a pezzi di vibrante chiantigianità come la ’93, la ’90, la ’75, la ‘68 e l’incredibile 1946.

chave tutte

[Paolo]

Confesso di aver invidiato il fratello etrusco per la struggente retrospettiva di Badia a Coltibuono. Ma penso che abbia smoccolato pure lui quando gli ho raccontato della meravigliosa Verticale fatta da Amerigo a Savigno, dedicata all’Hermitage di Chave (’99 annata più giovane, ’82 la più vecchia). Mi sono divertito parecchio, credo si evinca dal post di report (link), come non mi capitava da tempo per bevute monografiche. E’ il Rodano Nord che incontra la Borgogna, altro refrain per cui propongo moratoria con fucilazione immediata, ma che utilizzereste anche voi davanti a versioni come la ’91, ’98, ’85, ’99.

Il Ristorante

Gianluca Gorini, chef de Le Giare

Gianluca Gorini, chef de Le Giare

[Antonio]

Se il ristorante dell’anno è quello che ti capita di consigliare ai cuochi che ti chiedono un indirizzo secco, allora dico sicuro Le Giare. A Montenovo di Montiano, sui colli di Cesena, l’attrattiva è la cucina di Gianluca Gorini. Giovane, brillante, allievo e delfino di Paolo Lopriore, incarna i tratti salienti del maestro in maniera intelligente. Una specie di Lopriore dal volto umano, se mi passate lo scherzoso e irriverente paragone. Per gli appassionati dei toni amari, con riprese acide sempre dietro la curva, in un contesto tuttavia leggibile, coerente (a parte qualche piccola sbavatura del tutto tollerabile), capace di pescare senza furberie sulle coordinate del territorio e della tradizione. A scaldare il tutto il bel camino, la carta dei vini sempre più intrigante e la presenza in sala del patron Claudio Amadori. Scrivo e mi sale la voglia. Ci torno presto.

Il Vino

Ambonnay '96

[Paolo]

Avevamo dato il benvenuto al 2015 con un outsider di azienda emergente come Haut Brion ’89 (link), lo chiudiamo con una nuovissima scoperta, nonché ideale esempio di best buy, come lo Champagne Clos d’Ambonnay ’96 di Krug.

Io asineggio, ma tutto parte dalla mia convinzione che si sia trattato effettivamente di uno scherzo. Perché dai, non esiste in natura un liquido con quel peso specifico, quella densità di sapore, quella scia tendente a infinito. Figurarsi poi in uno spumantino, una cosa che nemmeno chiamiamo vino, vi prego su, il gioco è bello quando dura poco: ditemi dov’è nascosta la candid camera e facciamola finita.

E’ inutile che mi metta a snocciolare descrittori e superlativi assoluti, mi faccio capire meglio – ne sono sicuro – se vi dico che quella roba è tipo Blob, ve lo ricordate? Sì, proprio il mostruoso fluido assassino protagonista dell’horror B-movie che battezza ed ispira la striscia quotidiana di Rai Tre. O, se preferite, la molecola che ricompone lo scheletro metallico del T-1.000, il Terminator “cattivo” nella seconda puntata della saga cyborg con Arnold Schwarzenegger (vedi video).

Quello che mi ha sconvolto è proprio la capacità di una singola goccia di espandersi in tutto il palato, di occupare ogni spazio, fino a dominare per minuti l’intero apparato gastro-esofageo. Ora immaginate gli effetti di ripetute sorsate: qualcosa di molto vicino all’onnipotenza e alla felicità, probabilmente era questo il vero regalo del nostro benefattore, che ringrazieremo sempre anche se non si chiama Mario o Gianni.
Lampi di gioia in mezzo alla follia, e a pensarci bene un anno che inizia con Haut Brion ’89 e termina con Clos d’Ambonnay ’96 non può essere stato così cattivo.

amoureus + montrachet

[Antonio]

Vabbè, se Paolo fa la scoperta sensazionale che Clos d’Ambonnay ’96 è buono io devo essere altrettanto originale. Epperò gioco un ambo sulla ruota dei vini che non posso permettermi manco di guardare: lo Chambolle-Musigny Les Amoureuses 2002 di Roumier e il Montrachet 2006 del Domaine de la Romanée Conti.
Annata pessima per i bianchi della zona? Magari per tutti gli altri. Bottiglia magnifica, insomma, in un’altalena pazzesca tra note opulente, di pasticceria e burro di montagna [dedicato al conte Farini, ndr], e sferzate giallo-verdi prodigiose che toccano punte di lime e agrumi assortiti. La parte tostata del rovere è semplicemente perfetta, anche se avrebbe meritato una sosta in bottiglia un po’ più prolungata.
Les Amoureuses di Roumier? Sono un tipo che si annoia facilmente, ossessionato dalle novità, ma per lui potrei decidere di non bere altri rossi da qui alla fine dei miei giorni.

L’incontro tra i due è colpa del vino e di un Master in Comunicazione e Giornalismo Enogastronomico al Gambero Rosso. Da allora non hanno mai smesso di assaggiare, viaggiare e confrontarsi su tutte le tematiche del settore. Nel 2009 fondano Tipicamente.