Borgognata 2013 | Ci si può divertire (e meno male che Giama c'è...)

Borgognata 2013 | Ci si può divertire (e meno male che Giama c’è…)

Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, il buon Giancarlo Marino.

Enciclopedia vivente delle vigne e dei vini di Borgogna, la sua è una conoscenza tanto profonda quanto complice, empatica, disponibile, mai esibita o, peggio, autoreferenziale. Un mood che appartiene solo ai veri gentiluomini e si fa quasi imbarazzante per generosità e pazienza davanti alla tribù di barbari invasori (categoria alla quale mi pregio di appartenere), che gli si piazzano in casa ogni dicembre per la tradizionale panoramica sull’ultima annata rilasciata dai domaines della Côte d’Or.

Qui, qui e qui recuperate le puntate precedenti, questa volta vi tocca rosicare per la trentina di Borgogna 2013 che ci siamo sgargarozzati (più i mostri finali) con gli altri animali (e animalesse). Tenendo conto anche degli assaggi da botte, dico subito che si tratta di una vendemmia nelle mie corde: classica, ma nel senso più autentico del termine. Già, perché chi bazzica abitualmente tra le cantine d’Oltralpe sa bene come il titolo “année classique” nasconda nove volte su dieci un infiocchettamento per vini magretti e al limite del fragile, verticali ma spesso un po’ sguarniti in volume e complessità.

Giancarlo Marino ritratto da Armando Castagno

Giancarlo Marino ritratto da Armando Castagno

Intendiamoci, non è un millesimo dove si può comprare a casaccio: la forbice tra le migliori riuscite e quelle meno interessanti è ampia, del resto l’eterogeneità qualitativa fa il paio con l’estrema variabilità delle condizioni meteorologiche ed agronomiche, realmente diverse da climat a climat nella sinusoidale 2013. E’ più difficile del solito, insomma, tracciare un profilo standard dell’annata, ma si può tranquillamente prevedere una parabola felice per il “vertice della piramide”. Che non corrisponde necessariamente ai top di denominazione e gamma, anzi: nella nostra orizzontale alcuni premier cru hanno convinto più di rinomati Grand Cru, e non sono mancate le sorprese nemmeno a livello di interpreti. Considerando le caratteristiche stagionali, è perfettamente plausibile che una quota dei “super” sia penalizzata in questa fase da eccessiva gioventù. E’ altrettanto evidente, comunque, come il disegno climatico ed espressivo della vendemmia si presti particolarmente a scompaginare certe gerarchie apparentemente granitiche.

Estate capricciosa e irregolare, con le ormai consuete – ahinoi – grandinate violente e addirittura inondazioni, specialmente in Côte de Beaune, il destino dei 2013 si è giocato fondamentalmente sulla possibilità (e la fortuna) di poter attendere i primi giorni di ottobre per la raccolta. Giovandosi di un settembre favorevole, tendenzialmente solare e asciutto, e riuscendo a completare la vendemmia prima di una nuova finestra umida e perturbata. Fin dai primi mesi è apparso chiaro che lo zoccolo duro sarebbe stato composto da vini di media struttura, dotati di frutto e nerbo, in linea di massima da attendere, pur non mancando opzioni più approcciabili e gourmand.

Annotazioni tecniche a parte, è un’annata che personalmente mi diverte anche di più della già ottima 2012. Non fosse altro per le chance di pescare bene sia in bianco che in rosso, sia a nord che a sud, Côte Chalonnaise inclusa: in quest’ottica si può forse azzardare un paragone con la 2008, apprezzata da molti borgognofili su entrambe le tipologie, ma con un profilo meno monastico, essenziale, sferzante. La verità è che, come al solito, ogni millesimo in Borgogna fa storia a sé e non c’è modo di farsi un’idea efficace senza mettere mano al cavatappi. Operazione purtroppo sempre più sanguinosa per le nostre esigue finanze, perché con l’uscita dei 2013 l’asticella dei prezzi si è ulteriormente spostata verso l’alto e i prossimi millesimi non incoraggiano certo illusioni per un’inversione di tendenza.

Borgognata 2013 #1: un super Perrières di Roulot

foto di Alessio Pietrobattista

foto di Alessio Pietrobattista

Piccola ma significativa batteria di bianchi, dominata (e g.a.c., direte giustamente voi) dal Meursault Perrières di Jean-Marc Roulot. Vino praticamente introvabile, trasversalmente considerato tra i fuoriclasse assoluti della Côte de Beaune, in una versione per me particolarmente centrata. Inutile sottolineare quanto sia lontano dall’apice ideale di armonia e complessità, ma l’energia sapida ed agrumata è quella dei grandi. Vale i 250 e più euro con cui lo si recupera dopo i passaggi speculativi? So che è una follia, ma per me sì.

Borgognata 2013 #2: non ci resta che Mercurey

foto di Alessio Pietrobattista

foto di Alessio Pietrobattista

In questo pianto greco di accaparramenti e listini impazziti, la classe media dipendente dal pinot noir è ormai costretta ad allargare gli orizzonti, cercando di capire cosa sta succedendo qualche decina di chilometri più a sud. Cose buone, mi pare, se il goloso Mercurey Clos du Roy di Tupinier-Bautista può essere preso a modello rappresentativo.

Borgognata 2013 #3: il rebus Roumier

foto di Alessio Pietrobattista

foto di Alessio Pietrobattista

E’ solo il suo Village, obietterà qualcuno. Village una ricca saga, rispondo io, dato che servono in ogni caso cento bucce per prelevarlo da uno scaffale di enoteca. Sicché mi è sembrato troppo brutto per essere vero, lo Chambolle di Cristophe Roumier, e gli ho preferito (senza strapparmi i capelli, cioè, vabbè) il Vosne Romanée Aux Réas di Thibault Liger-Belair e il Gevrey-Chambertin Clos Prieur di Marc Roy.

Borgognata 2013 #4: e passa e passa sotto a ‘stu balcone, ca’ tu sì Voillot

foto di Alessio Pietrobattista

foto di Alessio Pietrobattista

Più li assaggio e meglio capisco perché i Volnay e i Pommard del domaine Joseph Voillot sono veri e propri vini del cuore per magister Giancarlo, e non solo lui. E’ la vera Borgogna d’antan, ma nell’accezione più bella e contemporanea: canti gregoriani spogliati da ogni orpello, tutt’altro che perfetti eppure pregni di magia. Peccato per il tappo su Les Brouillards, ma il rigore del Pommard Rugiens e la joie de vivre del Volnay Caillerets (stereofonico) ci hanno immediatamente consolato.

Borgognata 2013 #5: Nuits-Saint-Georges chiama…

foto di Alessio Pietrobattista

foto di Alessio Pietrobattista

Si confermano a pieno le impressioni condivise l’anno scorso: i vignerons di Nuits Saint Georges si sono stufati di essere trattati come produttori di seconda fascia nello scacchiere della Côte d’Or. Continua a crescere il livello delle proposte, ma soprattutto si rivela sempre meno efficace lo schema teorico che vuole questi vini più cupi e limitati nei profumi, più rustici nella trama, meno raffinati nel disegno, rispetto ad altre aree più glamour. La vicina Vosne-Romanée appare più vicina che mai, non solo geograficamente ma anche nel bicchiere, senza rinunce al carattere peculiare del villaggio. Provare per credere il Les Cailles di Chevillon, dalla tempra cazzuta ma restituita con garbo: il suo perfetto complemento è il Les Demodes di Claire Naudin, che segnala in primo luogo l’inconfondibile mano femminile della sua artefice.

Borgognata 2013 #6: …e Vosne-Romanée risponde

foto di Alessio Pietrobattista

foto di Alessio Pietrobattista

I Nuits-Saint-Georges sembrano divertirsi giocando a fare i Vosne-Romanée, e viceversa. Anche questa volta la piccola batteria dedicata al borgo benedetto è composta da vini che dispensano più schiaffi che carezze: rossi austeri, talvolta severi, cercano dichiaratamente sostegno anche nel rovere e vanno pensati perlopiù in prospettiva. Il Les Rouges du Dessus di Cécile Tremblay sboccerà ulteriormente nei prossimi anni, non serve un mago per pronosticarlo, mentre in questo momento è difficile trovare un Côte de Nuits più gaudente e sbrilluccicante del Les Beaux Monts di Bruno Clavelier. Vino che, oltretutto, deve essere quasi considerato un best buy con i suoi 60-70 euro di quotazione, maiala la miseria.

Borgognata 2013 #7: la pazienza è la virtù degli astemi

foto di Alessio Pietrobattista

foto di Alessio Pietrobattista

Ammesso che li troviate, e che qualche anima buona decida di venderveli con un ricarico leggero e senza traini elefantiaci, non vi pentirete di mettervi in cantina lo Chapelle-Chambertin della Tremblay e il Clos Saint-Denis di Dujac (un altro g.a.c. qua ci sta benissimo, concordo). A patto che ve li dimentichiate per almeno un paio di lustri, perché oggi vi godreste solo il trailer del film completo che sarà. E che bel film, in entrambi i casi e coi rispettivi stili maison: l’aggraziata modernità dello Chapelle convincerà anche i più scettici sul talento della Tremblay, mentre i fan delle vendemmie a grappolo intero troveranno pan per i loro denti col Grand Cru più esclusivo di Dujac. A proposito di pellicole: è un bell’adventure movie il Corton di Thibaut Liger-Belair, decisamente un horror lo Chambertin di Trapet (credo e spero che fosse bottiglia “matta”, però).

Bere aus Sete: i mostri

foto di Alessio Pietrobattista

foto di Alessio Pietrobattista

La prova dei 9, secondo Giancarlo: ventennio che unisce il Pommard Rugiens 1989 di Voillot allo Chambolle Amoureuses 2009 di Roumier, passando per il La Tache 1999. Tre grandi vini, a prescindere dalle aspettative siderali che etichette così prestigiose, ricercate e care possono innescare, ognuno a suo modo. Mi hanno fatto pensare agli omini nel cervello della bambina di Inside Out (scusate se sono impreciso, ma ho sbirciato solo qualche scena qua e là), come se ciascuna di loro fosse lì a rappresentare un sentimento, un umore, un ricordo. Una sorta di nostalgia bucolica in Voillot, maestosa alterigia in La Tache, adrenalina quasi dolorosa nell’Amoureuses di Roumier: è per questo che nemmeno mi viene da sezionarli ed eventualmente fargli le pulci, sono bottiglie capaci di scuotere in ogni momento e sinceramente non posso chiedere di più ad un liquido alcolico.

I Bicchieri della staffa

foto di Alessio Pietrobattista

foto di Alessio Pietrobattista

Non è vero che quando hai bevuto tanto (troppo) certi assaggi sono sprecati, perché poi nemmeno te li ricordi. Per dire, l’onnipotenza aromatica e gustativa del Madeira me la sono portata nel gargaroz per 48 ore, e Dio solo sa quanto mi piacerebbe ritrovare prima o poi l’Hermitage 2005 di Chave. Superpuzzoso appena aperto, carroarmato per vigore estrattivo e sapore, probabilmente destinato ad attraversare mezzo secolo, eppure a suo modo appagante e coinvolgente anche in questa fase da infante.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.