Vignaviva | Il nuovo enologo è un enologo nuovo

Vignaviva | Il nuovo enologo è un enologo nuovo

Pur respirando da sempre la materia che mi appassiona, ho cominciato a lavorare nel mondo del vino una quindicina di anni fa, prima e (soprattutto) dopo il decisivo Master in Comunicazione e Giornalismo Enogastronomico del Gambero Rosso, nel settembre 2002.

Che molte cose siano cambiate, da allora, lo sanno ormai anche i sassi. Più interessante è dire che il sottoscritto, insieme ad una bella schiera di inconsapevoli sfigati, ha cominciato il cammino nel momento esatto in cui il sistema stava implodendo. Sissignori, proprio quando la grande crisi cominciava a mordere e la fine della fase espansiva era alle porte; fatto non esclusivo ma decisivo per il crollo dell’universo interpretativo disegnato da critici e addetti ai lavori in quasi vent’anni, detonatore di una nuova era in cui niente, o quasi, sarebbe più stato come prima.

Tra i tanti esempi possibili del trapasso, oggi prendo in prestito quello dell’enologo consulente. Figura decisamente in voga negli anni Novanta e nei primi Duemila quanto criticata, se non sbeffeggiata, dagli esegeti del nuovo corso. I winemaker sono il male perché uniformano, confondono le unicità e le differenze, impendendo l’emergere dei diversi terroir e la loro natura più intima. Questo si sente dire in giro.

Oggi la discussione è piuttosto accesa ma non c’è dubbio che la professione stia cambiando, almeno nelle intenzioni e nelle parole d’ordine.

Al di là delle trasformazioni in essere di chi già c’era, sta nascendo una nuova generazione di tecnici che mettono in discussione il lavoro dei loro predecessori, puntando su un rapporto diverso con i propri clienti e cercando di realizzare vini un po’ più sartoriali, capaci di valorizzare ed esaltare le differenze piuttosto che il credo tecnico di chi li fa.

Qualche giorno fa ho avuto l’occasione di assaggiare diverse bottiglie di due professionisti simbolo del nuovo corso: Fortunato Sebastiano e Gennaro Reale di Vignaviva.
Consulenti di aziende di vario genere, soprattutto al sud, puntano su un rapporto sano tra vigna e cantina, partendo proprio dalla volontà di “migliorare l’ambiente agricolo per esprimere al meglio la potenzialità dei vini”. Loro si definiscono agroenologi.

I risultati, a me pare, sono coerenti con gli obiettivi. I loro vini possono piacere o no ma certo non si può dire che si assomiglino o siano troppo confezionati. Le classiche bottiglie che, in una degustazione bendata, difficilmente direi prodotte da una stessa mano.

Dalla divertente batteria di bianchi e rossi assaggiati, pesco banalmente un paio di vini da circoletto rosso. Scelta riduttiva, lo dico subito, perché ogni vino ha fatto parlare e aperto finestre di ragionamento. Dunque tutti avrebbero meritato il racconto.

Anyway
, mi avessero proposto di portarne a casa solo una avrei scelto il Don Chisciotte 2013 di Pierluigi Zampaglione. Fiano di montagna, coltivato così in alto da uscire dai parametri della denominazione (si arriva a quasi 900 metri!) è uno dei migliori esempi italiani di vini bianchi macerati sulle bucce. Il contatto col mosto è di circa 6 giorni, molto meno e molto meglio rispetto al Don Chisciottepassato. Ne esce un bicchiere a dir poco intrigante e sfaccettato, di grande complessità e finezza (merce rara per la tipologia). Profuma di tante cose e cambia a più riprese: buccia di cedro candito, lieve albicocca, felce, salvia e erbe aromatiche. La bocca è succosa e mai asciugante, riprende col pompelmo il tema agrumato e chiude lunghissimo su profumi di drogheria: tè, pepe nero, cardamomo, camomilla, cumino, noce moscata e un tocco di zenzero. Una meraviglia con cui il divertimento vero è giocare agli abbinamenti.

Tra i rossi spicca l’Agliano del Vulture Etichetta Bianca 2012 Musto Carmelitano. Dopo una primissima impressione di pane tostato, si apre su un ventaglio di piccoli frutti di bosco, anice e rosa. Le spezie scure prendono via via coraggio, senza però invadere troppo il campo. Impressiona la bocca, secca fin dai primi passi ma mai asciutta, letteralmente attraversata dalla scia tannica, presente quanto elegante e saporita. Très bon.

La foto di testa è tratta dal film Un’ottima annata

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.