Pillole di Wine Club #3: Orizzontale Taurasi 2000-2001

Pillole di Wine Club #3: Orizzontale Taurasi 2000-2001

E va in archivio anche il terzo incontro del Tipicamente Wine Club – sezione Campania, dedicato alla doppia orizzontale di Taurasi 2000-2001.

Serata impegnativa sotto molti punti di vista. 25 vini, un paio di intrusi, tre ore fitte di assaggi e chiacchiere, un’altalena continua di sensazioni contrastanti e un’unica certezza: quando entra in campo l’aglianico irpino, è cosa buona e giusta resettare tutte le convinzioni maturate in precedenza. Come in un eterno gioco dell’oca, ogni volta ci si ritrova in qualche modo a ripartire dal via: cambia lui o cambiamo noi, e forse entrambe le cose, mentre il dilemma di fondo resiste più centrale che mai. Caro Taurasi, che ti manca per essere davvero grande? Là dove in quel davvero ci sono tutte le aspettative di una magnificenza ripetuta e diffusa, che diventi – molto semplicemente – voglia di stappare e ristappare, bere e ribere.

E’ per me più difficile del solito, insomma, tirar fuori un report lineare ed ordinato. Vale comunque la pena di provarci, partendo da un po’ di riflessioni sparse:

1) Ho introdotto la degustazione invitando i compagni di tavola a focalizzarsi più sugli aspetti interpretativi che su quelli strettamente millesimali, come invece era naturalmente accaduto con le retrospettive Greco e Fiano (link e link). Siamo andati a (ri)testare una serie significativa di Taurasi usciti sul mercato da oltre due lustri, figli di due vendemmie fortemente connotate nell’andamento caldo e generoso, ma soprattutto di un’epoca stilistica ben riconoscibile. Proprio nel biennio 2000-2001, infatti, l’idea del presunto “grande vino” è stata esplorata alla massima intensità nella ricerca di potenza, concentrazione, colore, glicerina. Non solo in Irpinia, naturalmente, ma è facile immaginare cosa abbia significato tale tendenza per i rossi da aglianico, che in quella fase storica venivano annunciati come the next big thing internazionale, specialmente nelle espressioni più opulente e masticabili.

Dop-Taurasi

2) Mi aspettavo come detto di sentire più i manici che l’annata, come si dice in questi casi: una previsione rivelatasi giusta e sbagliata al contempo. Giusta perché le versioni più toniche e coinvolgenti sono arrivate per quanto mi riguarda da interpreti ormai trasversalmente riconosciuti come punti di riferimento della denominazione, ciascuno nel suo stile. Sbagliata perché l’impronta peculiare dei due millesimi si avverte eccome, nonostante le apparenti similitudini: assaggiati uno accanto all’altro, non si possono in alcun modo confondere i 2000 e i 2001 della stessa cantina.

3) Con un “problema”: se non avessimo informazioni preliminari sulle due vendemmie, bottiglie alla mano potremmo quasi pensare ad un “pareggio”. Mentre sulla carta non dovrebbe esserci partita a favore della 2001, almeno per quanto riguarda gli aspetti meteorologici, agronomici ed enologici. E allora torniamo a bomba: l’aglianico appenninico si dimostra per l’ennesima volta, come e più di tanti altri rossi blasonati, un cimento per uomini e donne consapevoli. A cui si richiede prima di tutto lucidità progettuale e sensibilità autoriale, perché abbiamo troppi esempi di Taurasi trascurabili generati da uve di qualità. Proposte in ultima analisi non all’altezza del prestigio che il rosso irpino vorrebbe vedersi globalmente riconosciuto.

taurasi misti

4) La batteria dei 2001 è emblematica da questo punto di vista. Un’annata segnata in modo decisivo da quella che in tanti ricordano come la “gelata di Pasqua”: era la metà di aprile, la stagione vegetativa già abbondantemente ripresa e la notte polare che seguì all’improvvisa nevicata comportò fin da subito una drastica riduzione delle rese. La torrida estate fece il resto, insieme ad una prima parte di autunno praticamente ideale, con meteo stabile e soleggiato, e rilevanti escursioni termiche. Quantità a parte, quasi la vendemmia perfetta per una varietà come l’aglianico, difficile da portare a maturazione completa ed omogenea nelle stagioni più umide e buie, o sulle piante più cariche.

Dopo quasi quindici anni si delinea invece una storia diversa: lo zoccolo duro appare formato da vini con “troppo di tutto”, nella maturità del frutto, nell’abbraccio alcolico, nella prepotenza estrattiva, nella morsa tannica. Liquidi per molti versi imbalsamati, al tempo stesso sfibrati ed eccessivamente irruenti, ingolfati nello sviluppo, elefantiaci nella dinamica. I principali limiti, a ben vedere, che ancora oggi vengono imputati al grosso dei Taurasi da critici, operatori e appassionati. Perché il cliché del “Barolo del sud” ha stufato, siamo tutti d’accordo, ma proprio dalla Langhe arriva la dimostrazione concreta che austerità e longevità possono (devono) andare di pari passo con armonia e naturalezza di beva, a maggior ragione dopo adeguato affinamento in bottiglia.

I migliori 2001: la Riserva di Michele Perillo, i Radici di Mastroberardino (Etichetta Nera ed Etichetta Bianca Riserva, non così distanti come in altre occasioni), Contrade di Taurasi (per me meglio il “base” della Riserva); un gradino sotto il crepuscolare ma affascinante Fatica Contadina di Terredora e quello di Antico Borgo, sottile ma molto “taurasino” negli apporti sapido-vulcanici.

Taurasi 2000-i migliori

5) C’è da meravigliarsi fino a un certo punto, quindi, se i 2000 sono apparsi nel loro insieme più godibili dei celebrati 2001. Anche in questo caso, come detto, ci si muoveva da una vendemmia molto calda, con picchi di temperature vicini ai 40 gradi nel mese di agosto, ma sicuramente più capricciosa e irregolare nelle settimane precedenti la raccolta, a causa di ripetuti acquazzoni pomeridiani. Sono Taurasi che oggi segnalano qualche limite di complessità e di trama, più larghi che profondi, ma forse anche più rilassati e coerenti nella loro espressività “orizzontale”. Viene da pensare a materie prime di partenza meno sfavillanti, assecondate e rispettate tuttavia con maggiore sobrietà, senza le esasperazioni materico-gliceriche che fanno da trait d’union nel millesimo successivo.

Ed è praticamente un elenco fotocopia quello dei 2000 più convincenti: su tutti svetta la Riserva di Perillo, seguito a ruota dall’Etichetta Bianca Riserva di Mastroberardino (in ottima forma anche l’Etichetta Nera), dal “base” di Contrade di Taurasi e dal Vigna Cinque Querce di Molettieri.

6) Ancora una volta esco da una degustazione di Taurasi più destabilizzato che confortato rispetto alle persuasioni pregresse. E però c’è un’idea di fondo che resiste, anzi si rafforza ad ogni prova sul campo: le ambizioni della denominazione passano obbligatoriamente dalla memoria condivisa di quello che è stato il cosiddetto principe dei rossi irpini per oltre un secolo. Mi sembra assurdo, non mi stancherò mai di ripeterlo, che nell’ultimo ventennio sia sostanzialmente sparita la voglia di proseguire sulla strada maestra stilistica illuminata dalla famiglia Mastroberardino con decine di versioni mitiche, molte delle quali peraltro ancora reperibili e in piena forma (’58, ’61, ’64, ’68, ’70, ’71, ’73, ’77, ’80, ’85, ’86, ’88, ’90, senza scomodare gli irreali ’28 e ’34). Parliamo di un’altra era geologica, non solo per il vino meridionale, è innegabile, con tutto ciò che significa in termini di mutazioni apparentemente irreversibili rispetto a parco vigne, cloni, sistemi di allevamento, condizioni climatiche, dati analitici, tecniche di cantina, e così via. Ma è altrettanto vero che quel diario di bordo in forma di bottiglie continua a dire tanto, se non tutto, su un’ispirazione di grandezza realizzata, concreta, tangibile, solo in minima parte coltivata in tempi recenti. Che zittisce in un amen gli alibi di pazienza, promesse e potenzialità a cui sembriamo rassegnarci, come nella perenne attesa di un Godot apolide.

7) Assaggio dopo riassaggio, appare sempre più chiaro come il Taurasi sappia sedersi da protagonista allo stesso tavolo dei migliori rossi europei quando il suo proverbiale spirito selvaggio viene lasciato libero di esprimersi a briglie sciolte. Che in molti casi significa togliere anziché aggiungere, assecondare anziché addomesticare: la vera scommessa per i vigneron più talentuosi si profila a mio avviso in un lavoro di tipo sottrattivo, che esalti le sfumature più eleganti, ariose e respirabili dell’aglianico irpino, rinforzandone parallelamente la vocazione gastronomica. E’ tutt’altro che una nostalgia passatista, non serve un mago per sapere che Taurasi fuoriclasse da 12 gradi alcolici (e anche meno) difficilmente li rivedremo ancora. Il punto è un altro: non esiste terroir, nella migliore accezione del termine, senza totem da “sfidare” e possibilmente superare. L’Irpinia li ha avuti, ce li ha ancora, e sono quelli che hanno svelato al mondo le doti di tipologie non certo immediate nell’approccio, ma capaci di dispensare emozioni ai bevitori più attenti e pazienti senza costringere per forza a ciechi atti di fede.

04-30novembre

Il prossimo appuntamento del Tipicamente Wine Club è fissato per Lunedì 30 novembre, con la doppia verticale del Falerno del Massico Bianco Caracci di Villa Matilde (annate 2008, 2007, 2006, 2005, 2003) e del Cilento Fiano Pietraincatenata di Luigi Maffini (annate 2010, 2008, 2007, 2006, 2005, 2003). Qui il calendario completo delle degustazioni: link.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.