I Cacciagalli: quando l'anfora non vuol dire per forza 'o famo strano

I Cacciagalli: quando l’anfora non vuol dire per forza ‘o famo strano

Sono sincero: potevo tranquillamente risparmiare, a me e soprattutto a voi, il presente post. Ci ha già pensato l’amico Mauro Erro, alias Il Viandante Bevitore alias Big Ear alias il Goffredo Fofi della degusteria campana (cit.), a raccontare tutto ciò che di significativo c’è da sapere sull’azienda I Cacciagalli, in un recente pezzo che consiglio caldamente di leggere a chi se le fosse perso (link).

Permettetemi ugualmente di aggiungere un paio di considerazioni, dopo la mattinata passata con Mario Basco e Diana Iannaccone nella loro casa-cantina di Aorivola, frazione di Caianello, a pochi chilometri dal vulcano spento di Roccamonfina, Alto Casertano. Parliamo di una realtà a dir poco giovane, che ha iniziato gli imbottigliamenti “ufficiali” con la raccolta 2009 ma ha già attraversato una serie di fasi produttive e stilistiche distinte. I loro vini mi avevano molto incuriosito al debutto, poi li ho un po’ persi di vista per quella che a me appariva in qualche misura discontinuità ed incostanza da una vendemmia all’altra. Impressioni completamente ribaltate nelle ultime stagioni, grazie prima di tutto ad una gamma tra le meglio assortite del panorama regionale, senza una vera e propria etichetta di punta, ma con diverse opzioni di grande valore varietale e territoriale (ne parlavo anche qui: link).

mario basco e diana iannaccone

Mario Basco e Diana Iannaccone, I Cacciagalli

Fatta eccezione per un paio di vini lavorati in acciaio e legno, le varie interpretazioni firmate I Cacciagalli dei principali vitigni campani (Falanghina, Fiano, Piedirosso, Palllagrello Nero, Aglianico) prevedono dal 2012 macerazioni e affinamenti in anfore di terracotta da 8 ettolitri, con chiusura stagna in inox. E per quanto mi riguarda la “notizia” è proprio questa: ne vengono fuori bottiglie di spiccata riconoscibilità, ma non necessariamente riconducibili ad un determinato protocollo o contenitore di lavorazione. Anzi, sono da questo punto di vista tra le bottiglie più stimolanti incontrate negli ultimi anni nell’universo “naturale”, campano e non solo, proprio per la loro capacità di mimetizzarsi accanto a declinazioni decisamente più “classiche”. Non di solo letture “estreme” vive l’anfora, mi viene insomma da dire: vini pensati in questa maniera possono conservare eccome originalità espressiva senza eccedere nelle impronte estrattive, ossidative o riduttive. E non mi pare un fatto così scontato, ragionando sulla cifra stilistica che continua a dominare tra le voci più radicali.

anfore i cacciagalli

E’ stato a dir poco divertente prendere contatto con i 2015 appena vinificati: pur con tutte le cautele del caso c’è da aspettarsi grandi cose, a giudicare dalla stoffa fruttata, dalla fittezza di sapore e soprattutto dal dinamismo arioso che si annuncia nei primi assaggi. Sono proprio curioso di capire come diventeranno da qui all’imbottigliamento, ma una piccola prelazione me la sono giocata per un assortimento completo da seguire con calma. Cominciando dalla nuova etichetta che uscirà, “I Mille”, rosso di “pronta beva” nelle intenzioni di Mario e Diana (piedirosso con saldo di aglianico).

Nel frattempo ritrovo con altrettanto piacere la batteria dei 2013 commercializzati (ed esauriti) negli scorsi mesi, l’ultima vendemmia quantitativamente significativa per l’azienda altocasertana. Nella 2014 sono state prodotte infatti solo poche centinaia di bottiglie, con il Fiano Zagreo chiamato a riscattare una vendemmia complicata con le sue fresche nuances di erbe officinali, nocciola verde, fiori bianchi, e una traccia sponty a creare movimento. Agile e proporzionato, non è certo sprovvisto di spalla e forza salina, con finale corroborante: una delizia.

sphaeranera '13 - i cacciagalli

Per quanto riguarda i rossi, a chi volesse farsi un’idea dello stile I Cacciagalli consiglio di provare a recuperare innanzitutto l’irresistibile Piedirosso Lucno 2013: umori terrosi e viscerali, frutto fresco e schioccante, quasi un poulsard juraçien in salsa vulcanica anche nel ritmo gustativo, rilassato e arcigno allo stesso tempo.

E poi il Pallagrello Nero Sphaeranera 2013, senza dubbio il più “selvaggio” del gruppo con la sua partenza decisamente ematica, perfino animale, eppure nitidissimo nel corredo floreale e fruttato. E’ un peso medio vigoroso e vitale, quasi piccante nello sviluppo, perfino austero in chiusura per effetto della serrata trama tannica. E’ il classico bicchiere su cui si scatenano gli estenuanti dibattiti tra anabattisti e controriformisti enoici: decidetelo voi se siamo al di qua o al di là delle colonne d’Ercole della grammatica formale, io intanto me lo scolo col coniglio di zia Rossana in salmì, e di sicuro non mi annoio.

Tutti i vini della gamma sono reperibili in enoteca tra i 15 e i 20 euro.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.