Garofoli, Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Podium 2006

Garofoli, Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Podium 2006

Mi ripeto (link): il sistema delle guide – analizzato nel suo complesso – conserva a mio avviso un grande valore informativo-giornalistico. Naturalmente inafferrabile per chi si limita a scorrere le liste dei premiati, che è come giudicare un film solo dal suo trailer.

Per carità, non dico che quei 30 secondi adocchiati su coming soon non siano importanti, anzi. Possono risultare decisivi eccome per convincermi a muovere il sederino dal divano e ad accontentarmi di quella specie di pisciazza spacciata per birra che servono al multisala. Di solito, comunque, rinuncio al pigiama solo se l’accattivante preview trova sponda in spunti e stimoli veicolati da efficaci recensioni, schede e consigli di amici con cui sono solitamente in sintonia.

Mi piacerebbe tanto che nel nostro settore funzionasse maggiormente questa stessa rete di confronti interconnessi e incrociati, esplorati con onestà intellettuale. Tralasciando le ridicole cacce ai click e gli amanti delle polemiche fini a sé stesse, continuo purtroppo ad imbattermi in analisi estremamente superficiali tra i commentatori da scrivania. Raramente si va oltre il meccanismo del “c’è questo che scandalo” o del “come fa a mancare quell’altro che vergogna”. E praticamente mai i riepiloghi delle cosiddette eccellenze diventano occasioni per riflessioni organiche su annate, zone, mappe stilistiche, e così via.

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crediti foto: Mauro Erro

Eppure ce ne sarebbero a bizzeffe di temi interessanti su cui confrontarsi costruttivamente. A maggior ragione là dove le letture dei vari gruppi di assaggio divergono in maniera significativa, finendo col segnalare – dietrologie a parte – approcci critici più o meno polarizzati. Penso per esempio a come viene raccontato il magico mondo del Verdicchio marchigiano, nella sua duplice declinazione territoriale, jesina e matelicense, ma soprattutto nel suo incredibile eclettismo interpretativo. Non mi vengono in mente altri macro-distretti così dinamici, da questo punto di vista: quello del Verdicchio si configura come un grande laboratorio, in cui si misurano le diverse sensibilità estetiche dei numerosi vigneron, ma anche – appunto – delle singole squadre di degustatori.

Uno scenario restituito a pieno dalle ultime uscite editoriali: nelle liste dei premiati fin qui pubblicate trovano spazio come di consueto bottiglie estremamente diversificate da un punto di vista espressivo. Domina il Verdicchio “fermo-secco”, come lo frequentiamo abitualmente, ma strappano riconoscimenti anche versioni Spumante e Passito. Al vertice delle piramidi sono rappresentati quelli di impronta “germanico-sottrattiva” alla Collestefano e quelli “tardivi-alsaziani” alla Balciana Sartarelli di una volta, grandi classici tipo Bucci e deviazioni anarchiche modello La Distesa, piccole realtà emergenti (anzi, ormai pienamente emerse) come La Staffa e solide corazzate come Umani Ronchi, con tutto ciò che c’è nel mezzo. Lieviti selezionati e fermentazioni spontanee, macerazioni sulle bucce, con o senza l’ausilio del freddo, affinamenti in acciaio, cemento o legno, sur lie o meno: è tutto fuorché un paradigma agronomico ed enologico univoco, insomma, quello incarnato dalle “alte gerarchie” del Verdicchio.

Dati che si prestano naturalmente a considerazioni ambivalenti, ugualmente legittime. Da una parte c’è chi sostiene la necessità di segnalare le migliori proposte derivanti da ciascun orientamento tecnico e stilistico. Dall’altra ci sono coloro che imputano a soluzioni di questo tipo una debolezza in qualche modo “pilatesca”. Visioni legate, in ultima analisi, a due modi profondamente diversi di calarsi nel ruolo di critico e di maneggiare i criteri di selezione e valutazione. Un nodo praticamente impossibile da sciogliere, a ben vedere, perché gli stessi lettori-bevitori si mostrano quantomeno divisi nelle loro esigenze, tra chi apprezza un’indicizzazione il più possibile “neutrale” e chi pretende posizioni assai più nette e decise, quasi militanti.

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Azienda Garofoli – Famiglia e staff

Non conosco abbastanza a fondo l’universo Verdicchio per potermi permettere un ingresso schierato nella “diatriba”. Sono in ogni caso convinto che la migliore opzione per capirsi, a prescindere dalla sintesi personali, sia sempre quella di ragionare caso per caso, bottiglia per bottiglia, prima di lasciarsi andare alle generalizzazioni. Provo a spiegarmi con un esempio concreto, il riassaggio da cui è scaturito la solita deviazione settimanale, ovvero quello del Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Podium 2006 dell’azienda Garofoli.

E’ uno dei pochi bianchi marchigiani che ho avuto modo di seguire con una certa regolarità fin dalle prime cosiddette “bevute consapevoli”, tra i rari Verdicchio reperibili dalle mie parti in enoteche e ristoranti, perdipiù a prezzi non certo proibitivi. Dopo l’infatuazione iniziale, tuttavia, mi sono trovato progressivamente a “trascurarlo” in favore di altre interpretazioni del terroir jesino più stimolanti e coinvolgenti per la mia sensibilità. Soprattutto le ultime annate mi hanno lasciato a più riprese tiepido per un profilo a mio avviso eccessivamente algido e controllato sul piano aromatico, al limite del monolitico, e per uno sviluppo gustativo talvolta faticoso, mancante di quella forza motrice che nei migliori bianchi di indole “orizzontale” sa incanalare grassezza, glicerina e sapore in un binario di beva solido e compatto.

Eppure questo brillantissimo 2006 racconta una storia diversa, rendendo immediatamente oziose le premesse teorico-stilistiche di cui sopra, perlomeno in questa versione. Si rivela prima di tutto un grande vino tout court e contemporaneamente un riconoscibilissimo Verdicchio jesino, figlio della sua macro-area e di una splendida annata per la zona, mentre il bicchiere si riempie (e si svuota rapidamente) segnalando una gioviale maturità, integra e complessa, ritmata da tante suggestioni. Propoli, torta di mele, grano arso, ma anche note decisamente più fresche di erbe mediterranee, anice, con netto sottofondo marino di scoglio e battigia.

Naso a più dimensioni, dunque, mobile e vitale, coerentemente connesso alla trama palatale: si articola sia in larghezza che in verticale, il centro bocca è quasi salato e c’è solo una leggera scaldatura nel finale che non lo rende comunque mai pesante o seduto. Chiude su divertenti tocchi di cera e crema catalana, cioccolato bianco e salvia, ha struttura per reggere l’ampiezza glicerica, freschezza e tensione per rendere la beva assai più snella del preventivabile.

Spigola al cartoccio con patate al forno e godetti, godecqui, gossi: insomma, sorriso a 32 denti.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.